Il genio Leonardo da Vinci si dedicò ai più disparati campi del sapere umano. Quale sarebbe la sua posizione sull’emergenza Coronavirus?

Leonardo da Vinci è uno dei personaggi più rappresentativi del Rinascimento italiano. Considerato uno dei più grandi geni dell’umanità, si dedicò a svariati ambiti del sapere, tra cui pittura, scultura, scenografia, ingegneria, architettura, anatomia e musica. Fu brillante in tutti i suoi studi, perciò possono sorgere spontanee due domande. La prima: cosa farebbe quest’uomo così eccezionale se avesse a disposizione le tecnologie del nostro tempo? La seconda: cosa penserebbe in merito alle straordinarie difficoltà attuali dovute alla diffusione del Coronavirus? La prima domanda, va da sé, non ammette una risposta univoca: ciascuno può dare libero sfogo alla fantasia e immaginarsi un Leonardo fotografo, street artist, aviatore eccetera. Al secondo interrogativo, riguardante l’ipotetico pensiero di Leonardo sull’emergenza Coronavirus, è invece possibile rispondere con sufficiente accuratezza, alla luce della vasta produzione letteraria dell’artista toscano.

La visione della natura

Anzitutto, una precisazione: Leonardo non ebbe una formazione umanistica classica, a differenza di molti intellettuali del suo tempo come Leon Battista Alberti e Pico della Mirandola. Piuttosto, siccome Leonardo non conosceva il latino, qualcuno lo definiva «omo sanza lettere»¹, con grande sdegno dell’artista. Gli umanisti condividevano una visione antropocentrica dell’universo, secondo cui l’uomo è misura di tutte le cose, è l’essere superiore dell’universo e ha un’assoluta libertà di scelta. Leonardo, complice il suo apprendimento da autodidatta, la pensava diversamente: a suo modo di vedere gli uomini sono esseri insignificanti nello sconfinato universo, sottomessi a una natura in costante mutamento. Esemplificative in tal senso sono le sue descrizioni di creature mostruose e catastrofi naturali, tutti simboli dell’irresistibile potenza della natura.

In alcuni celeberrimi fogli autografi², l’artista immagina un immenso mostro marino. È grande come una montagna, nero, ricoperto di peli e dotato di ali, forse simili a quelle di un pipistrello. Nonostante l’imponente stazza, si muove con la rapidità del fulmine, provocando tempeste che travolgono le navi e spingono a riva numerosi pesci, destinati a diventare preda delle popolazioni costiere. È altrettanto suggestivo il racconto³ con protagonista un orrendo gigante, impegnato in una lotta impari con gli esseri umani. Solo il suo piede è alto più di tre metri, per cui al confronto gli avversari sono paragonabili a delle formiche. A un certo punto il mostro scivola sul lago di fango e sangue che lui stesso ha provocato schiacciando gli uomini, e i superstiti gli si slanciano addosso e lo colpiscono con le loro lunghe lance, facendolo infuriare ancor di più: sentendo bruciare le ferite, infatti, la creatura emette un muggito così potente da sembrare uno spaventoso tuono. Una scena degna della serie anime L’attacco dei giganti, c’è da ammetterlo.

Ecco, dunque, il possibile messaggio di Leonardo per gli italiani del 2020: il Coronavirus, così come in generale le epidemie e gli altri disastri naturali, ci mostra quanto siamo piccoli e irrilevanti se paragonati alla natura, al macrocosmo. Ma non è tutto. Simili eventi producono, secondo l’artista vinciano, ulteriori effetti sulla mente umana.

Una rete di solidarietà

In una bozza di lettera ⁴ al Diodario di Soria, cioè una sorta di governatore della Siria per conto del Sultano di Babilonia, Leonardo finge di essersi recato in una regione mediorientale e racconta una serie di immaginari cataclismi ivi abbattutisi. Violente raffiche di vento, devastanti valanghe e tempeste di proporzioni bibliche hanno demolito gli edifici e decimato gli abitanti del posto. I pochi sopravvissuti, talmente sconvolti da aver quasi perso la parola, si sono riuniti in rovine di chiese e stanno l’uno accanto all’altro, abbracciandosi forte tremanti e impauriti, senza distinzione di classe e di genere: si sono raccolti come un gregge di capre. I popoli vicini hanno sospeso ogni ostilità, e hanno fornito viveri senza i quali gli sfollati sarebbero morti di fame. Giacomo Leopardi rappresenterà un’immagine simile nella Ginestra: contro il vero nemico, la natura, gli uomini non possono fare altro che costruire una “social catena”, una rete di solidarietà e aiuto reciproco. Durante la stesura della pseudo-missiva, peraltro, Leonardo da Vinci aveva ben impressa nella memoria l’epidemia di peste scoppiata nella Milano del 1484, a cui aveva assistito da vicino mentre era al servizio di Ludovico il Moro, signore del Ducato.

Quindi se da un lato, direbbe Leonardo, il Coronavirus e le altre piaghe naturali provocano grande sofferenza, dall’altro rappresentano un’occasione per recuperare la nostra umanità e sostenerci a vicenda. E in un’epoca in cui il materialismo logora pian piano le nostre esistenze, è necessario dedicare più tempo all’interazione positiva con gli altri, senza pregiudizi o paure.

Valentino Zona

NOTE

1 – C.A., f. 327v ex 119va
2 – C.A., f. 715r ex 265ra; C.A., f. 715v ex 265va; Ar, f. 156r = P1
3 – C.A., f. 852r ex 311ra; C.A., f. 265v ex 96vb
4 – C.A., f. 393v ex 145va-vb; C.A., f. 573v ex 214vd

BIBLIOGRAFIA

Vecce, C. (2006). Leonardo. Roma: Salerno Editrice

Cosa penserebbe Leonardo da Vinci sull’emergenza COVID-19?
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