Il Capitano di Ventura della Famiglia Medici

Giovanni de’ Medici nato Ludovico da Caterina Sforza (figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza) e di Giovanni de’ Medici detto il “Popolano” di Pierfrancesco de’ Medici del ramo “Popolano” a Forlì il 6 aprile 1498. In seguito alla morte del padre venne ribattezzato con il nome del genitore Giovanni.
Il carattere violento, la risolutezza, e la audacia dalla madre. Una leggenda narra che entrata nella rocca di Ravaldino, per difendere le sue terre ereditate dalla morte del marito Giacomo Riario, dalle mire degli Orsi Signori di Forlì i suoi assassini, salita sulle mura della rocca di Ravaldino, si rivolse a loro che avevano minacciato di ucciderle i figli, tirandosi su la gonna li apostrofò e indicando il pube con queste parole: Uccideteli pure, qui ho quanto basta a farne ancora.
Quando Cesare Borgia nel 1502 volle occupare il suo stato formato dalle città di Imola e Forlì, di cui era diventata Signora reggente in nome del figlio Ottaviano Riario dopo la morte del marito Girolamo. Mandò il suo ultimo genito a Firenze, per affidarlo a Lorenzo il Popolano, fratello del suo ultimo marito. Venne rinchiusa a Roma a Castel Sant’Angelo, dove l’aveva imprigionata il Borgia. Dopo qualche anno venne liberata dalla prigionia, e andò a raggiungere il figlio di cui lo zio voleva avere la tutela.
Caterina lottò con tutte le sue forze per riottenere il piccolo Giovanni, fin quando nel 1504, le venne riconosciuta la genitorialità con la restituzione del figlio. Andò ad abitare in due ville di proprietà di Giovanni il Popolano, quella del Trebbio e di Castello, per difendersi da possibili ritorsioni degli altri Medici sul figlio. Diede al piccolo Giovanni una lezione di vita più improntata sugli esercizi fisici e l’uso delle armi. Invece di una istruzione composta da nozioni classiche e filosofia, preferendo la conoscenza di uomini illustri del passato. Si intuiva che da grande sarebbe diventato un uomo d’arme e un condottiero.
Alla morte della madre, il piccolo aveva solo dieci anni, venne accolto da Jacopo Salviati marito di Lucrezia de’ Medici figlia del Magnifico e dal Canonico Francesco Fortunati. Il Salviati di indole buona si adoprava a sistemare i guai in cui si cacciava il giovane facendo pesare la sua influenza. Molte volte era costretto a recarsi alla villa del Trebbio, per riprendersi il ragazzo, che si mescolava insieme ai contadini vivendo come loro, o quando se ne andava a giro per Firenze, con bande di ragazzi che lottavano fra loro. Successe nel 1512 che inseguito alla uccisione di un ragazzo durante le lotte cruente, venne bandito dalla città. Il bando decadde quando l’anno dopo i Medici tornarono al potere.
Quando il Salviati fu nominato ambasciatore a Roma, decise di portarsi con se il ragazzo, nella speranza che cambiando città avrebbe calmato il carattere. Invece la assidua frequentazione dei bassifondi romani, influì sul fisico e peggiorando il suo carattere. Pertanto il tutore lo riportò a Firenze, e con la moglie Lucrezia chiese aiuto al cognato il Cardinale Giovanni divenuto Papa con il nome di Leone X. Gli chiese di prendersi cura del giovane familiare, facendolo entrare nelle milizie Pontificie.
Il Papa fatto rientrare a Roma Giovanni, malgrado avesse solo diciassette anni, ebbe l’incarico di essere la guardia del corpo del Pontefice. Roma era infida i romani non avevano accolto con bonomia questo Papa fiorentino venuto a fare da padrone. Ebbe da lui il comando di cento uomini nella guerra contro il Ducato di Urbino, sconfiggendo in soli 22 giorni Francesco Maria della Rovere Duca di Urbino.
Il carattere intrepido e deciso di sua madre, si era riversato nel Figlio Giovanni, avuto dal suo terzo marito, che troppo presto l’aveva lasciata vedova con un figlio piccolo. Era sempre pronto alla rissa e a menare le mani. Non bisognava fidarsi dei momenti di bonaccia, che all’improvviso potevano scatenare una violenta tempesta. Diede ai soldati al suo comando obbedienza, ordine e disciplina. Ponendo le basi per farli divenire un corpo famoso e temuto dai nemici per il coraggio dimostrato nelle battaglie, e per lo sprezzo del pericolo, avendo il Medici come esempio da seguire.
Si sposa giovanissimo con Maria Salviati riunendo i due rami della famiglia, da cui ha un figlio al quale da il nome ricorrente spesso fra i maschi della famiglia: Cosimo. Su questa nascita c’è una storia ma non si sa quanto vera. Giovanni per capire se il figlio è coraggioso o fifone, dal suo palazzo in San Lorenzo fa un esperimento. Manda una fantesca in strada con l’ordine di riprendere il piccolo Cosimo che lui gli getterà dalla loggia dell’ultimo piano. Se quando il babbo getterà il figlio nel vuoto inizierà a piangere sarà un fifone, se invece non piangerà sarà un coraggioso. L’esperimento ha luogo, il piccolo viene gettato nel vuoto, viene raccolto al volo dalla fantesca senza fare una lacrima. Sarà coraggioso! Diventerà il secondo Duca di Firenze della famiglia Medici.
Nel frattempo è diventato un condottiero amato dai suoi soldati e temuto dai nemici. Da buon Capitano di Ventura è sempre pronto a cambiare padrone e a servire chi lo paga meglio. Dopo essere stato allontanato da Roma dal Papa, per essere entrato in urto con un alleato di casa Medici Camillo d’Appiano. Dopo pochi anni ritorna la pace fra il Pontefice e il Condottiero. Così Giovanni viene mandato nelle Marche a difendere gli interessi della Chiesa.
Intuisce la prossima fine della cavalleria pesante, e alleggerisce i suoi uomini delle ingombranti e pesanti corazze, li veste di abiti leggeri, e pochi pezzi di armatura. Sostituisce i cavalli lenti e pesanti con animali più piccoli e scattanti di razza Berbera o Turca.
Pratica la guerriglia con imboscate contro i nemici, a cui procura danni e perdite rilevanti. Divenendo in breve tempo temuto dagli avversari e amato dai suoi soldati, tanto da meritarsi il soprannome di “Gran Diavolo”. Fra i suoi uomini non si trovano ne vili ne traditori, allontanati dall’accampamento o condannati a morte.
Fine prima parte.
Giovanni De’ Medici – Il gran diavolo, prima parte

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