Da qualche tempo, ho iniziato ad andare a passeggio nel centro della mia città, ancora vuota dalle torme dei turisti che a ranghi serrati fanno giri veloci senza fermarsi a vedere le nostre bellezze. 

Questa mattina mi sono mosso per tempo, armato della mia piccola macchina fotografica, voglio fare una passeggiata nel quartiere di Oltrarno per vedere le chiese del Cestello, del Carmine e Santo Spirito. 

Ho attraversato il ponte alla Carraia, sono nel quartiere di parte Bianca Santo Spirito. Gli artigiani sono al lavoro, corniciai, pellettieri, ceramisti, mosaicisti, antiquari. Il battito dei martelli e le loro voci riempiono l’aria. Piano piano, Firenze risorge. Girovagando per l’Oltrarno, sono passato da piazza Pitti, via Guicciardini, via dei Bardi, infine sono arrivato in via San Niccolò per andare fino alla torre. Se fosse possibile vorrei salire per quelle antiche scale, arrivare in cima, e godermi tutto il panorama. 

E’ quasi mezzo giorno, lo stomaco inizia a brontolare, mi rammenta che per colazione, ho mangiato due fette biscottate con marmellata e bevuto un cappuccino d’orzo. Mi fermo a leggere il menù di un ristorante, deciso a mangiare un boccone prima di rientrare a casa. Ad un tratto via San Niccolò si anima di persone urlanti; “Ecco i vincitori, viva Fiorenza!” e giù applausi scroscianti. Incuriosito seguo la folla che si sta radunando presso la porta. Fra me e me penso; Sta passando il Corteo della Repubblica Fiorentina. Decido di stare a vedere la sfilata, chissà se c’è ancora qualcuno del mio tempo. 

Anch’io come tutti i presenti guardo verso la porta. E’ imbandierata, i fanti di guardia sono immobili sul saluto comandato dal Sergente. In lontananza si sente uno strepitio di trombe e rullo di tamburi. Da lontano vedo arrivare un cavaliere montante un cavallo da parata, sulla gualdrappa c’è lo stemma nobiliare, è coperto da una armatura affittata e sfondata, ha il capo scoperto, l’elmo sotto braccio, la lancia alla coscia. Il suo volto è sporco, sulla fronte un grumo di sangue lasciato da una ferita, i suoi occhi stanchi brillano. 

Mi volto verso un calzolaio, sta applaudendo senza sosta, e gli domando  

A: Cosa è questa sfilata, chi è quell’uomo a cavallo che sopravanza il corteo? 

Calzolaio: Come non sa chi è? E’ il nostro Podestà! Ugolino dei Rossi di San Secondo, ha guidato le nostre truppe alla vittoria contro i Ghibellini di Arezzo, a Campaldino

Passano le bandiere del Comune, dei Sestrieri, dei Gonfaloni, delle casate nobili dei cavalieri, dei fanti, ecco la bandiera Imperiale catturata al nemico, l’Aquila nera in campo giallo. Non è portata ad asta, ma è capovolta e trascinata per strada. La gente la riconosce, c’è chi gli tira del letame preso da terra, qualcuno ci sputa sopra, un cane sfuggito al padrone ci fa i suoi bisogni. 

Il corteo continua a sfilare. Passano i comandanti Guelfi: Corso Donati su un morello molto nervoso, (è lui che con il suo intervento ha rovesciato le sorti della battaglia) i suoi cavalieri pistoiesi con il loro comandante Tommaso di Pavarana (parmense), Amerigo di Narbona, (comandante dell’esercito), Vieri dei Cerchi comandante dei Feditori Guelfi, Bindo Adimari, e Barone dei Mangiadori comandante dei fanti e cavalieri senesi.  

Fra i Feditori di Vieri dei Cerchi, montanti cavalli da parata, si notano Dante Alighieri, Cecco Angiolieri, Giano e Taldo della Bella, Stoldo Frescobaldi, altri rappresentanti delle famiglie fiorentine; Nerli, Gherardini, Scali, Manetto “dei cavalli coperti”, Talano degli Adimari altri.  

Ecco i Balestrieri con accanto il loro Palvesaro, hanno combattuto fianco a fianco. La sfilata si ferma il pubblico li sommerge di attenzioni, le pacche sulle spalle non si sprecano, qualcuno tira fuori una damigiana di vino, e lo offre ai soldati. Alcune donne li abbracciano e li baciano, qualcuna chiede notizie sulla sorte del marito, del padre e del fratello. Qualcuna piange, alla notizia della morte del congiunto. 

Di fronte a me si sono fermati due soldati. Sono giovanissimi, si abbracciano cameratescamente, e ridacchiano all’indirizzo di due ragazzine che li guardano e li ammiccano. Uno di loro porta in spalla una balestra, l’altro un palvese sulla schiena con dipinto il Leone d’oro simbolo del Gonfalone del Sestriere di Porta al Duomo con in mano una lunga lancia. Ambedue indossano il Farsetto d’Arme imbottito, con disegnato lo stemma del Gonfalone. 

Incuriosito, gli rivolgo la parola e li chiedo se posso farli alcune domande. Ricevuto il consenso inizio le domande. 

A: come vi chiamate? 

Il Balestriere: Mi chiamo Pagolo di Banco. 

Il Palvesaro: Mi chiamo Giovanni di Scarpetta, sono conosciuto con il soprannome di “Bocca”. Parlo tanto e ho una bocca grande, per infilarci bei pezzi di pane di cacio e il tutto accompagnato da un gotto rosso di quello buono, e mi piace scherzare. 

A: Quanti anni avete? 

P e G: Abbiamo compiuto a maggio 18 anni, è la prima battaglia alla quale abbiamo combattuto. 

A: Presso quale Sestriere abitate? 

P: Siamo del Sestiere del Duomo, Gonfalone del Leone d’oro. 

G: Ci conosciamo da quando eravamo piccoli, abbiamo studiato insieme, io sono farsettaio, Pagolo è un legnaiolo. 

A: Quando avete iniziato a prepararvi alla guerra? 

G: Abbiamo iniziato a tredici anni. Il sabato ci rechiamo alla nostra parrocchia per fare addestramento insieme, agli ordini del nobile Giovanni di Francesco Uguccioni e del maestro d’Armi Antonio del Bufalo. Siamo abituati a fare tutto in coppia. Mangiamo, dormiamo, e dividiamo il nostro giaciglio, e in battaglia pianto in terra il mio palvese imbraccio la lancia, pronto a difendere Pagolo. 

A: Come vi siete trovati per la prima volta in battaglia? 

G: Abbiamo vissuto la preparazione alla spedizione come tutti gli altri. Il due giugno 1289 abbiamo ascoltato la messa e preso la comunione in Santa Reparata prima di partire. Arrivati alla Badia di Ripoli, è stato montato il campo, anche se notte tempo abbiamo guadato l’Arno a Rovezzano. Passando per le strade impervie del Casentino siamo giunti nella piana di Campaldino. I nostri comandanti hanno controllato il campo della tenzone e ricevuto il guanto di sfida dai Ghibellini, ci hanno esortati a prepararci in vista della disfida. 

P: La mattina dell’undici giugno, ci siamo svegliati presto. Dopo una frugale colazione abbiamo assistito alla messa, ricevuto la comunione e preparati al combattimento. Arrivati nella piana, ci hanno dato l’ordine di piantare i Palvesi nel terreno accucciarsi dietro e attendere il cozzo. 

G: Eravamo pronti, quando allo squillo delle trombe di Arezzo per l’inizio della battaglia, i Paladini degli Aretini, si sono lanciati al galoppo al grido di: San Donato cavaliere, io e Pagolo ci siamo guardati negli occhi. Il momento del cozzo stava arrivando. Hanno dato l’ordine di abbassare le lance e ai balestrieri di preparare l’arma con verrettoni e quadrelli. Mentre nell’aria serena della mattina si alzava l’urlo dei fiorentini: Narbona Cavaliere!  

P: I cavalli ci stavano arrivando addosso. Erano così vicini da poter sentire il loro fiato e vedere la schiuma della saliva sulla bocca e sul morso. Mi sono fatto il segno della croce, ed ho tirato il quadrello. Il cavaliere centrato in pieno è caduto di sella, mentre il cavallo si infilzava con un forte nitrito sulla lancia di Giovanni. Lo scudo all’urto si è piegato, ma ha resistito. La carneficina era iniziata. Sarebbe durata fino a tutto il pomeriggio. 

Camminando e chiacchierando, il corteo è giunto in piazza dei Priori. I componenti della Signoria dall’Arengario lodano i reduci e li esortano a difendere la loro Patria. Pagolo mi tocca una spalla e mi dice: 

P: Lo vede quell’uomo che agita il suo moncherino, per attirare la mia attenzione. E’ il mio babbo. Lui ha combattuto a Montaperti contro i Senesi e ha perso una mano. Con questa vittoria l’ho vendicato! 

E’ molto tardi, la fame è aumentata, debbo mangiare o svengo. Voglio salutare i miei amici, mi guardo intorno per cercarli ma non li vedo! Senza accorgermene sono davanti a un ristorante, un gentilissimo cameriere mi dice educatamente: il signore si ferma a mangiare? Ho fatto una espressione ad ebete, gentilmente ho declinato l’invito farfugliando parole senza senso.  

A capo chino mi sono avviato a prendere il tram, per tornare a casa, ripensando a ciò che avevo vissuto, sogno o realtà? Senza dubbio è stato un sogno vissuto ad occhi aperti provocato dalla magia aleggiante su Firenze. Un sogno bellissimo a cui uomo del XXI secolo ho vissuto una mattinata di molti anni fa. Oggi ho scritto di questo sogno al mio editore, spero che non mi prenda per matto. Speriamo bene! 

Alberto Chiarugi
Interviste impossibili: Pagolo di Banco, balestriere e Giovanni di Scarpetta, Palvesaro

2 pensieri su “Interviste impossibili: Pagolo di Banco, balestriere e Giovanni di Scarpetta, Palvesaro

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