Riflessioni sull’arte romano fiorentina nel periodo del Sacco di Roma del 1527.

L’orientamento artistico romano clementino (periodo inteso sotto il papato di Clemente VII), coincide con una “toscanizzazione” dello stile, del gusto e delle maniere della capitale, oltre che dell’arte. Nonostante Clemente VII per le sue tasse non fu mai molto popolare per i romani, gli va riconosciuta una certa attenzione e gusto verso l’arte in genere, d’altronde apparteneva alla famiglia de’ Medici. Nonostante avesse ereditato un papato in deficit economico (e morale) dai suoi predecessori, fu comunque un grande amante dell’arte. Cercò dunque di incrementare la produzione e di stimolare gli artisti a farlo.

Benvenuto Cellini ci lascia impresso nelle sue memorie quanto fosse viva la colonia fiorentina nell’ Urbe. Pittori, scultori, orefici, notabili e artigiani di ogni tipo tra cui: il Rosso, Gian Francesco Penni, Giulio Romano e molti altri  si aggiravano per la città, soprattutto intorno alla chiesa di San Giovanni dei fiorentini, posta alla fine di via Giulia dove fioriva e viveva gran parte della comunità fiorentina.

Grazie al Rosso Fiorentino, subentra a Roma il proto manierismo che prevale sul raffaellismo romano. Giulio Romano partendo per Mantova, portava con se la sua “romanizzazione” sottolineata da suo soprannome appunto “Romano”. A Roma aveva lasciato il suo segno, come nella decorata villa di Monte Mario o nella stanza di Costantino (o dei pontefici) nel Vaticano.

Una diaspora degli artisti si era avuta però sotto il pontificato di Adriano VI, piuttosto rigoroso e parsimonioso nel suo governo; dunque anche verso gli artisti e l’arte in genere. La sua idea principale era di voler riportare la chiesa alle origini, austera e formale, dunque a scapito di quanto fatto dagli altri papi. Perino del Vaga infatti lasciò Roma nel 1523 lamentandosi del fatto che a Roma non c’era  la stessa attenzione che trovava invece a Firenze verso gli artisti.

Impelagato in una discussione davanti agli affreschi del Masaccio in Santa Maria del Carmine a Firenze, dipinti che per i fiorentini erano ritenuti insuperabili; Perino pur d’accordo, manifestava al contempo una grande ammirazione per le correnti più moderne, palesandola in questa e in altre discussioni analoghe.

L’andare e venire a Roma di artisti fiorentini, aveva creato così due scuole d’arte, entrambe con uno spiccato spirito competitivo. Gli artisti fiorentini avvertivano che dopo la morte di Raffaello stava accadendo qualcosa di importante nella capitale, e probabilmente Giulio Romano ne era responsabile. Perino, che era collaboratore di Raffaello alle Logge, incaricato di affrescare la Stanza dei pontefici, mostrava ai fiorentini la forza dello stile di romano. Nel 1523 Perino a Firenze incontrava il Rosso, tanto da esserne influenzato nella preparazione di una pala da esporre in Santa Maria sopra Minerva a Roma, nella quale si evidenziavano delle forti affinità con il Rosso. Purtroppo la pala è andata perduta durante l’inondazione del Tevere del 1530.

Rosso arrivava a Firenze prima di Perino, nella città già si conoscevano le doti. Incominciavano a formarsi quei legami tra Firenze e Roma che preparavano la già citata toscanizzazione dell’arte romana. Quindici o vent’anni prima l’attrazione per Roma svuotava la Toscana di artisti. Mentre l’ambiente romano era dominato da Raffaello e da Giulio Romano, si delineava sempre di più una spiccata differenza tra i due centri. Con il termine “Roma clementina”, si intende un certo numero di tratti comuni osservabili nel 1525, tratti che cercavano di allontanarsi dallo stile degli artisti dell’epoca, quindi dai modi raffaelleschi e da quelli michelangioleschi.

Durante il Sacco di Roma del 1527, si ebbe un inevitabile esodo di artisti, che sguarnì completamente Roma di nuove opere d’arte e di chi poteva produrle. I protagonisti del Sacco poi, depredarono gran parte delle opere conservate a Roma quando queste non furono profanate, bruciate o distrutte. Alcuni artisti che non riuscirono a fuggire, sopravvissero a stento bloccati nella capitale. Scossi e traumatizzati questo shock si manifesterà in un sensibile cambio di rotta nello stile artistico dopo questo tragico evento, che porterà verso l’inizio del barocco. Molti artisti fuggiranno, altri saranno uccisi. Quelli che resteranno bloccati a Roma subiranno ogni genere di sopruso dagli Imperiali. Lo stesso Rosso Fiorentino venne obbligato a mansioni di uomo di fatica, almeno fin quando non vennero scoperte le sue doti di pittore, finì per guadagnarsi la giornata facendo ritratti a soldati spagnoli e tedeschi.

Ci vollero decenni perché la capitale si riprendesse dalle distruzioni e dai furti. Gran parte del patrimonio artistico verrà perso per sempre. Svenduto a pochi soldi, perso al gioco, usato come lettiera per le stalle, bruciato, conteso fino alla distruzione, usato come bersaglio per dardi di balestre, o colpi di archibugio. Un tesoro che non rivedremo mai più e di cui rimane per fortuna solo qualche traccia in memorie scritte.

A distanza di poco tempo (1530) anche Firenze conoscerà la furia delle truppe imperiali di Carlo V. Per fortuna però non dovrà rivivere la stessa tragedia di Roma.

Riccardo Massaro
Riflessioni sull’arte romano fiorentina nel periodo del Sacco di Roma del 1527
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2 pensieri su “Riflessioni sull’arte romano fiorentina nel periodo del Sacco di Roma del 1527

  • 14 Giugno 2022 alle 5:58
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    Romano e’ stato incluso dallo storico dell’arte Chastel nella comunita’ fiorentina, evidentemente era un prolofico artista inglobato ed “adottato” da quella cerchia. Il periodo della chiesa dei fiorentini è finito, c’è solo un errore di battitura. “viveva” è scritto “vive (staccato) a” manca una v…

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  • 13 Giugno 2022 alle 6:54
    Permalink

    Inoltre all’epoca del Sacco di Roma 1527 si cita Giulio Romano come facente parte degli artisti della comunità fiorentina. Lui che era di Mantova. Poi c’è una frase non finita dove si parla della chiesa di San Giovanni dei fiorentini.

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