(NdR) Queste favole scritte da Francesco Manetti hanno come recapito un pubblico giovanile, ma sono sicuro non saranno disdegnate da lettori più maturi. Si tratta di tre favole che hanno come protagonisti Lapo & Baldo due ragazzi che vivono le loro avventure nel 1400, cioè in pieno medioevo. Vi lascio alla lettura della prima.

L’OGGETTO MISTERIOSO: UN’AVVENTURA DI LAPO & BALDO, RAGAZZI MEDIEVALI

di Francesco Manetti 

Un branco di antilopi, come tutte le notti, dorme nei pressi del grande corso d’acqua, che a tratti si allarga formando acquitrini e paludi. Un maschio adulto, agile e robusto, monta di guardia contro i predatori. D’un tratto l’animale drizza le orecchie e alza lo sguardo al cielo, con un’espressione di terrore negli occhi. Una palla di fuoco sta piombando giù dalle stelle a velocità folle. Un poderoso grido di allarme e le bestie si scuotono dal torpore per allontanarsi a grandi balzi. La sfera ardente precipita a terra con un boato scavando un cratere e sollevando un’immane nube di polvere. Poi torna il silenzio e le creature della vallata pian piano si acquietano.

Un milione di anni dopo sorge in quel luogo la ricca città di Firenze, importante tappa per le centinaia di migliaia di pellegrini che da tutta Europa si recano a Roma per celebrare il primo Giubileo. Fa già caldo in quel pomeriggio di fine marzo del 1300 quando Lapo e Baldo, due amici e figli di benestanti commercianti in stoffe, stanno attraversando il ponte di Santa Trinita per andare in Oltrarno a vedere i lavori di costruzione delle nuove mura.
“Uffa, Lapo, essere giovani in questa città sta diventando sempre più uggioso. Gli adulti non pensano ad altro che alla politica. Guelfi e Ghibellini, bianchi e neri: chi ci capisce più niente?”
“Davvero! Oppure si danno da fare per organizzare il pellegrinaggio. Ora va di moda la scusa dell’indulgenza plenaria promessa dal Santissimo Padre Bonifacio a tutti quelli che vanno a visitare le chiese dei Santi Pietro e Paolo a Roma.”
“Sì, bella penitenza. Il tutto si risolve in quindici giorni di mangiate e bevute nelle hostarie dell’Urbe. Noi invece dobbiamo restare qua, tutte le mattine a scuola. Oggi si legge, domani si studia l’abbaco, poi si rilegge e si ristudia l’abbaco. E tutto a memoria, sennò son bacchettate. E…”

“Baldo! Guarda là!”
“Uh… cosa?”
“Là, in riva all’Arno, dove i garzoni dei carpentieri scavano il materiale per le mura”
“Sì… e allora?”
“Non vedi qualcosa che brilla?”
“Uhm… No, non mi sembra… Aspetta… Sì! Lo vedo anch’io! Cosa sarà?”
“Non lo so. Scendiamo”
Lapo e Baldo, attratti dal misterioso luccichio, raggiungono l’argine del fiume e vanno giù. In quel momento non c’è nessuno. Gli operai sono andati a portare l’ennesimo carico di terra per il tratto di cinta muraria alle spalle di San Frediano. In fondo a una buca fangosa qualcosa fatto di metallo lancia sinistri bagliori. Aiutato da Baldo, Lapo si cala nello scavo per rimuovere lo sporco che ricopre quasi del tutto lo strano oggetto.
“Ehi, Lapo! Cos’è?”
“Non lo so. E’ una sfera metallica lucentissima. Sembra argento, ma non ho mai visto niente di così liscio. E’ grande come la palla di stracci che ci ha fatto tuo padre per giocare”.
“Ce la fai a sollevarla?”
“Ora ci provo. Mmm… sì, non è molto pesante, poche libbre.”
“Passamela, che poi ti tiro su.”

Coperta la palla con un fazzoletto i ragazzi decidono di portarla dal loro maestro, Brunetto Cavalcanti, un uomo di scienza dalle larghe vedute con una delle più vaste biblioteche di tutta Firenze: cento libri, fra letteratura, filosofia, medicina, matematica, astrologia, chimica e retorica. Arrivati alla seconda casa di Via Vacchereccia, Lapo bussa a un portone di legno scuro.
“Chi è”?
“Siamo Lapo e Baldo, signor Maestro. Abbiamo da farle vedere una cosa.”
“Dovreste essere a casa a ripassare l’algorismo invece che stare a zonzo”, risponde una voce mentre scatta il meccanismo della serratura.
“Signor Maestro”, dice Baldo, “siamo sicuri che quello che le mostreremo è più interessante di un pomeriggio passato fra i numeri”.
Detto ciò Baldo svela la sfera lucente, ancora in parte coperta di fango. Il maestro la prende fra le mani e la rigira meravigliato.
“Venite a prendere una focaccia salata che intanto ripuliamo un po’ quest’affare. Dove l’avete trovato?”
“Dalle parti del ponte Santa Trinita”, dice Lapo, “sulla riva dell’Arno, dove estraggono la terra per le mura”.
“Ah, sì. Sono più di dieci anni che vanno avanti questi benedetti lavori. Ce la faranno a finirli per il prossimo Giubileo?”
L’abitazione del maestro Cavalcanti è situata in una vecchia torre. Le scale e la cucina sono buie, ma lo studio, con le sue due finestre sempre ben pulite, è illuminato ottimamente.

“Uhm… sembra che qui ci sia scritto qualcosa… qualcosa di inciso finemente in questo splendido metallo”, dice il maestro mentre spolvera via le incrostazioni terrose dall’oggetto. “Tre lettere e quattro numeri: E, S, A, 2, 0, 6, 5. C’è anche uno strano simbolo… sembra uno stendardo. Un rettangolo con un cerchio di stelle”.
“Cosa può essere, signor maestro?”, fa Baldo.
“Ancora non lo so. Mi ci vorrà un po’ di tempo. Tornate fra qualche ora e vi saprò certamente dire di più”.
Dopo esser stati a vedere i lavori per le nuove mura di Firenze, Lapo e Baldo si incamminano di passo svelto verso la casa del Cavalcanti. Sono eccitatissimi. Non stanno più nella pelle per la gran voglia che hanno di conoscere il segreto dell’oggetto misterioso. Giunti in Via Vacchereccia il maestro sta già alla finestra ad attenderli.
“Presto, ragazzi, salite!”, grida ansioso.
I due amici si guardano con un’espressione fra il sorpreso e lo sconcertato: cosa può aver turbato così un uomo tutto d’un pezzo qual’è il loro maestro? Divorati dalla curiosità, fanno le scale a tre gradini per volta ed entrano trafelati in casa di Brunetto che sta ad aspettarli seduto vicino al tavolo di cucina su cui ha poggiato lo strano oggetto sferico.
“Ragazzi”, dice il maestro “voi certamente sapete come viene comunemente chiamato un miracolo fatto senza invocare il nome d’Iddio…”
“Sì, stregoneria!”, risponde Lapo
“Ce l’hanno ripetuto mille volte in Chiesa”, aggiunse Baldo “e ci hanno detto che è peccato anche solamente parlarne. Chi si prodiga in questo genere di pratiche finisce male”.
“Certo, certo”, riprende il Cavalcanti “ma se a fare qualcosa di prodigioso è un oggetto come questo, si può forse parlare di magia nera?”
“Mah… non sappiamo… non crediamo… forse…”, balbettano all’unisono i due giovani.
“Prima di tutto: sapete chi è Re Edoardo?”, chiede il maestro.
“Certo”, risponde Baldo, “è il sovrano di Anglia. Ce l’ha insegnato lei.”

“Bene”, fa Brunetto “, e sapete anche che la lingua parlata dai sudditi di Edoardo, l’inglese, è diversa dalla nostra che viene dal latino. Vi ho letto qualche pagina originale delle Historie di Arturio e dei suoi Cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca del Santissimo Calice, storie che poi vi ho tradotto in fiorentino. Ora vedrete qualcosa di strabiliante e sentirete risuonare frasi pronunciate in un idioma simile a quello di Edoardo. Non abbiate paura: non vi accadrà niente. Dovete però giurare su tutto ciò che avete di più caro che non direte mai niente a nessuno di quanto osserverete qui.”
“Lo giuriamo”, dichiarano solenni, e un po’ divertiti, i due ragazzi.
Il maestro, allora, sfiora l’oggetto nel centro del cerchio stellato e un’incredibile melodia che sembra provenire da un altro mondo si diffonde nella stanza. Poi, sopra la misteriosa scritta forgiata nel metallo, si apre uno sportellino e ne esce quello che sembra un occhio perfettamente rotondo. Ne scaturisce un raggio di luce e sospeso a mezz’aria appare un volto d’uomo. Baldo e Lapo fissano increduli l’immagine bloccati da una sensazione che sta a cavallo fra il terrore e la meraviglia. Il volto inizia a parlare in una lingua bizzarra che assomiglia, come diceva Brunetto, a quella di Edoardo, ma con una tonalità diversa. Mentre la voce continua appare un’altra immagine, una carta geografica dove si riconoscono i confini di Italia, di Hispania, di Franza, dell’Anglia e di tante regioni in parte sconosciute. Il disegno è perfetto e sembra quasi come se qualcuno, per tratteggiarlo, sia salito in cima a una torre altissima oppure sulla schiena di un’aquila (o su un manico di scopa, pensano rabbrividendo i ragazzi).

Sull’immagine appare un vessillo blu recante sopra un cerchio formato da trenta stelline gialle: identico a quello inciso sulla sfera d’argento, ma a colori. Poi la carta geografica si allarga sempre più: ora si vedono i confini d’Africa e poi tanto altro ancora finché non viene un globo ricoperto di mari e di terre che si mette a ruotare. Questo diventa sempre più piccolo e lontano. Appaiono altre nove palle che si mettono a girare attorno a un corpo fiammeggiante. Poi, anche questa immagine si allontana e prende il suo posto un vortice nero d’immane potenza. La sfera argentata vi si precipita dentro.
Si vedono ora enormi costruzioni, strade larghissime dove migliaia di persone camminano strisciando lungo ai muri per lasciar passare carri di metallo velocissimi. Il cielo è azzurro e la gente sembra felice. D’un tratto riprende la melodia iniziale, l’occhio rientra nell’oggetto e poi cala un silenzio di tomba su Lapo, Baldo e il loro insegnante.
“Beh, ragazzi, che ne pensate?”
“Oddio, oddio, oddio…”, fa Lapo, senza riuscire a dire altro.
“Maestro! Cos’era quella roba? Cosa diceva la voce?”, prorompe Baldo.
“Calma, ragazzi, non c’è niente da temere. Questo oggetto l’abbiamo fatto noi. Viene da Firenze!”
“Da Firenze?”, chiede Lapo, che sembra aver ritrovato la parola, “Ma io non ho mai visto niente di simile! E nemmeno ne ho sentito parlare!”
“Certo”, dice il maestro, “perché viene da Firenze come sarà soltanto fra 765 anni. Vedete questa cifra incisa qui? E’ una data! 2065. A quanto pare i nostri successori contano ancora gli anni secondo il nostro calendario Giuliano”.
“Ci sta dicendo che quella sfera viene… dal futuro?”

“Precisamente. Da quello che sono riuscito a capire dello strano dialetto anglio della voce, l’oggetto, chiamato ‘sonda spaziale’, è stato lanciato in cielo da una ‘base’ posta a nord di Firenze il 3 agosto 2065. La base apparterrebbe alla ESA che significa ‘agenzia spaziale europea’. Lo scopo del lancio era quello di entrare in un ‘buco nero’ per scoprire cosa c’è aldilà… La voce, la melodia e le immagini sono un messaggio per eventuali ‘extraterrestri’…”
“Extra… che?”
“A quanto pare la ‘Terra’ è il mondo su cui viviamo, ed è molto più grande di quello che crediamo oggi, a forma di palla e vagante nei cieli. Ruota, insieme ad altri ‘pianeti’ intorno al Sole. Nel 2065 gli uomini della Terra saranno ben 10 miliardi. Gli ‘extraterrestri’ sarebbero esseri viventi di civiltà non appartenenti a questo mondo, ma ad altri mondi. Tutte quelle meravigliose immagini che abbiamo visto servono a indicare agli extraterrestri, in modo semplice e comprensibile, dove viviamo noi. Quel vortice che avete visto è un buco nero. Per molti sapienti del futuro rappresenta un ponte per altri luoghi. Ci aspetta un domani fantastico, ragazzi!”
“E come ha fatto questa… ‘sonda’ a tornare indietro nel passato? Cioè, coloro che l’hanno costruita nasceranno fra molti secoli… eppure l’oggetto è qui davanti ai nostri occhi. Come si spiega? E per quanto tempo è rimasta sepolta in riva all’Arno? E poi…”

“Basta, basta… quante domande, figliolo! Ci sono più cose in cielo e in terra di quante possa pensarne la nostra filosofia, Lapo. Tenete: riportate quest’oggetto fantastico nella buca dove l’avete trovato e ricopritelo bene. Oggi abbiamo imparato molte cose che nessuno osa nemmeno sognare. Accontentiamoci e custodiamo nella nostra mente questo segreto. Andate. Ci vediamo domani a lezione”.
I due ragazzi salutano il maestro e si dirigono con l’oggetto verso la riva dell’Arno per poterlo restituire all’oblio da cui è giunto. Non dimenticheranno mai l’esperienza vissuta e da oggi guarderanno sotto un’altra ottica il mondo in cui vivono.

http://ultimoistante.blogspot.it/2012/11/loggetto-misterioso-unavventura-di-lapo.htmlù

Francesco Manetti
Favole Fiorentine: L’oggetto misterioso.
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