Nel 1304 a Firenze scoppiò un grande incendio, di natura dolosa. Ad appiccare il fuoco fu il priore di San Pier Scheraggio, Neri degli Abati, inizialmente in Orsanmichele e successivamente alle case dei Caponsacchi, tra Il Mercato Vecchio e Calimala, tutto a causa di faide tra famiglie.

Tirava un forte vento quel giorno, e le fiamme, alimentate da esso, si propagarono velocemente alle abitazioni vicine, fino a distruggere la loggia del grano e le case nei pressi. In un batter d’occhio il fuoco divampò verso Calimala, avvolgendo la zona del Mercato Nuovo, per giungere in Por Santa Maria ed arrivare fino all’Arno, e lambire anche la zona retrostante San Pier Scheraggio.

Venne in pratica devastato il centro della città, il fulcro redditizio della vita economica di Firenze, e le conseguenze di ciò furono davvero onerose. Più di 1700 edifici vennero distrutti, e con loro molte delle attività mercantili che facevano la ricchezza ed il prestigio di molte famiglie fiorentine. Il Villani ci racconta il dramma con queste parole:  «Il danno d’arnesi, tesauri, e mercatantie fu infinito, però che in que’ luoghi era quasi tutta la mercatantia e cose care di Firenze, e quella che non ardea, isgombrandosi, era rubata da’ malandrini, combattendosi tuttora la città in più parti, onde molte compagnie, e schiatte, e famiglie furono diserte, e vennono in povertade per la detta arsione e ruberia».

Questo fu un incendio di proporzioni, per l’epoca, gigantesche, ma il fuoco arrecava sempre danni smisurati, anche quando non era di origine dolosa ed era contenuto nella sua estensione; gli edifici erano costruiti per la maggior parte in legno, c’era abbondanza di materiali ad alto rischio di combustione, nei fondachi si trovavano granaglie ed anche panni di lana ammucchiati.

Si tentò quindi di correre ai ripari, tramite delibere che vietavano l’utilizzo di materiali di facile combustione nei lavori di edilizia. Vennero anche circoscritte delle zone entro le quali era possibile svolgere le attività che si avvalevano del fuoco e si fece divieto di lavorare oltre l’ora del tramonto, limitando così l’utilizzo di torce e lanterne che costituivano un concreto pericolo.

Lo Statuto del Capitano del Popolo del 1325 riportava queste prescrizioni ed inoltre istituiva per la prima volta la figura del “pompiere”: vennero infatti create delle squadre di pronto intervento in caso di incendio. Queste squadre erano composte da facchini e maestri di pietra e del legname che furono chiamati ad intervenire qualora vi fosse un fuoco da domare, mentre fino a quel momento l’iniziativa era lasciata ai privati cittadini.

Quando si sviluppavano le fiamme, la confusione e la concitazione che venivano a crearsi, producevano effetti nefasti, non solo dovuti al fuoco, infatti ladri, malfattori, sobillatori trovavano terreno fertile e furti, dispute tra nemici, tentativi di soverchiare il governo erano all’ordine del giorno. Con la creazione di un corpo specializzato diminuivano anche questi effetti collaterali.

Nel giro di pochi lustri si creò una struttura molto ben articolata, definendo mansioni ed interventi di questi uomini, tanto che intorno al 1340 venne creata la figura giuridica dell’Ufficio del Fuoco, che rispondeva del proprio operato ai Gonfaloniere e che era molto ben organizzato, avendo un gruppo di guardie retribuito assegnato ad ogni quartiere di Firenze, costantemente vigile.

Gabriella Bazzani
10 giugno 1304: Firenze va a fuoco.
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