Seconda parte: Arte dei Calzolai, prima parte

Per i nobili venivano confezionati degli stivali alti fino al ginocchio morbidissimi e con tacchi bassi. Mentre per i militari producevano scarponi robusti e scarpe basse con la tomaia in pelle a pianta larga legate alla caviglia chiamate “a piè d’orso”. Per i giudici e notai scarpe basse con la tomaia in velluto.
Nello Statuto della Corporazione era descritta la qualità del cuoio da usare nella lavorazione delle calzature. Era tassativamente vietato vendere e realizzare scarpe con un cuoio di qualità diversa da quella dichiarata, o mescolare diversi tipi di cuoio. I calzolai dovevano adoperare solamente cuoio conciato per otto mesi e perfettamente asciutto.
Il cuoio non esiste, è ricavato dalla pelle degli animali. Nello Statuto le norme scritte dovevano essere osservate scrupolosamente, allo scopo di evitare frodi e garantire i dirittidei clienti. Prima della fabbricazione delle scarpe, dovevano dichiarare quale tipo di cuoio veniva impiegato. Se veniva riscontrata la qualità scadente del materiale impiegato veniva multato con una ammenda di 20 soldi. La stessa ammenda veniva erogata al calzolaio che mescolava cuoio bovino e di montone. Era proibito lavorare in luoghi nascosti e barattare le scarpe.

Le pelli più usate erano di: bovini, ovini, caprini e suini, venivano sottoposte alla concia per avere il cuoio. Fu l’uomo primitivo a scoprire la concia, cioè vide che la pelle degli animali cacciati, dopo pochi giorni andava in putrefazione, mentre se veniva esposta al fumo del fuoco, dei legni freschi acceso per riscaldarsi o per cuocere la carne, oppure la pelle immersa nell’acqua insieme a rami e foglie si conservavano più a lungo. La concia procurata con il fumo si chiama alle “aldeidi” (fumo di legna fresca), quella vegetale ricca di tannini, si trova nel legno e in tutti i vegetali. Questi tipi di concia sono ancora usati.

Due gruppi di artigiani, non appartenenti all’Arte, la fornivano di un buon quantitativo di materiale semilavorato per la fabbricazione delle calzature; I pezzai (cioè erano quelli che producevano il “tomaio”) pelle cucita alla suola usando; la lesina (attrezzo ricurvo simile a un ago), lo spago e la pece, ed i suolai. I fabbricanti di tomaia, sentirono il bisogno di riunirsi in Corporazione, così nell’anno 1325 ne costituirono una molto importante. I secondi vendevano ai Calzolai le suole confezionate nelle loro botteghe, situate in un tratto di via Porta Rossa, denominata all’epoca “via fra i Solai”.

Nello Statuto c’era una raccomandazione obbligo rivolta agli iscritti; Non sporcare le vie con liquami e gli avanzi della lavorazione. La domenica dovevano tenere aperte le loro botteghe, per potere soddisfare le richieste di chi durante la settimana lavorando non poteva andare a comprare o far riparare le loro calzature.

I calzolai e i ciabattini durante il loro lavoro portavano un grembiule di pelle da foderare, lungo dal petto fino sotto i ginocchi. Stavano ore ed ore seduti su una bassa seggiolina impagliata e sgangherata, davanti al loro banco da lavoro chiamato “Bischetto o deschetto”. Tavolinetto di legno basso, con sopra un piano bordato da regolini di legno, con i quattro angoli chiusi da altri regolini destinati a contenere le bullette, i chiodi, i mezzi capi e le semenze. Sotto il piano un cassetto per contenere gli arnesi; la “lesina” per forare il cuoio, la pece per impeciare lo spago per cucire, trincetto affilatissimo per tagliare il cuoio, la pietra per affilare, la tenaglia, il martello ad occhio tondo, manopole da
indossare sulle mani quando veniva tirato lo spago, il bordatore, il punteruolo, un fornellino. Sotto il banchetto, un’incudine di metallo a forma di piede rovesciato, un altro con tre forme di piede di bambino, un contenitore con l’acqua dove immergere il cuoio in ammollo, e una grossa pietra spessa a base circolare, da tenere sulle ginocchia, e battervi il cuoio ammorbidito. Il cuoio da usare era tenuto ammassato ad una parete vicino al bischetto.

Seguendo l’esempio delle altre Arti, erano sottoposti alla loro giurisdizione, anche coloro che lavoravano per la Corporazione pur non essendo iscritti nella matricola dell’Arte. Nello Statuto del 1340, venne fissato l’importo del salario da corrispondere ai Cuoiai, benché fossero considerati lavoranti di attività secondaria ma indispensabile per l’Arte. Altre disposizioni contenute nello Statuto, vietavano di esporre le scarpe finite non oltre 60 centimetri dallo sportello della bottega. Inoltre non dovevano farsi pagare per il lavoro non finito. Il Podestà nel suo Statuto vietava ai calzolai, per scopi morali, di prendere alle donne e alle ragazze, la misura del piede nelle loro botteghe.

Altri lavoranti per i calzolai erano i “cintai” fabbricanti di cintole, cinture per cingere la vita, le scarpe e i cinturini da polso. Altri iscritti erano i “collettai” fabbricanti di “colletti” o collarini in pelle, corpetti di cuoio per i soldati, lavorati e decorati con disegni impressi. Questo indumento era portato dai militari sotto la corazza, veniva confezionato in pelle di daino, cervo, o antilope. Per ottenere la morbidezza veniva scamosciata e conciata, e usata nella fabbricazione dei guanti, e per la pulizia di oggetti delicati Il busto di cuoio indossato per la difesa personale era chiamato “colletto” o “corsaletto”.

Negli Statuti erano elencate le norme a cui attenersi scrupolosamente per determinati festeggiamenti; colazione da farsi nella sede dell’Arte per la festa del Patrono San Filippo il primo maggio, per la conferma del Notaio, quando i Mallevadori (Persone garanti del comportamento assunto da un’altra persona) prendevano l’impegno di controllare il Camerlengo, il giorno della festa del Corpo di Cristo quando i Consoli andavano a onorarlo con una processione. I desinari avvenivano saltuariamente, uno si teneva quando per la prima volta, venivano nominati Consoli.

Inoltre esisteva un elenco di compensi da corrispondersi al personale amministrativo; i Consoli per ogni consolato 20 soldi e il presente di una libbra di pepe; il Camarlingo fiorini 16; i Sindachi soldi 30; l’Avvocato quando viene a onorare Santo Filippo fiorini 6. Per il Notaio solo una colazione nella sede dell’Arte. Gli iscritti all’Arte si consideravano come fratelli, non dovevano nuocersi a vicenda. La Corporazione provvedeva all’assistenza dei propri iscritti in miseria o inabili al lavoro. Alla fine del trecento costituirono una Compagnia intitolata ai Santi Giovanni Battista e San Crispino. Stabilendo che le elemosine ricevute dovevano essere corrisposte al Maestro, o lavorante ammalato, sia che si trovi in casa loro o in ospedale; 15 soldi. Tutti i Maestri e i lavoranti debbono tassativamente alla
compagnia un quattrino bianco alla settimana.

Il giorno della festa di San Filippo, protettore era solennemente onorato il primo maggio di ogni anno, quando tutti gli iscritti, i Consoli, il Camerlengo, il Notaio e tutti gli altri magistrati, si recavano in processione al suono dei pifferi e dei trombetti alla chiesa di Orsanmichele. L’edicola dove si trovava la statua del Patrono per l’occasione veniva addobbata con drappi e tanti fiori, ceri e una “infiorata” con foglie di lauro e fiori primaverili. La statua era e ancora oggi è collocata all’esterno della chiesa, dal lato di via Orsanmichele. Nello stesso giorno nel Battistero, veniva esposta la reliquia del Santo; un braccio e una mano portata solennemente da Gerusalemme a Firenze nell’anno 1190. Dopo la cerimonia religiosa nella sede dell’Arte in Chiasso dei Baroncelli, si teneva una colazione per tutti i partecipanti alla festa.

Cosimo dei Medici durante il suo governo, volle ridurre il numero delle Arti. Nel luglio del 1534, accorpò l’arte dei Calzolai, dei Correggiai, dei Cuoiai, e Galigai in una nuova Arte chiamata Università dei Maestri del Cuoiame. In seguito nell’anno 1561 unì l’Arte Maggiore dei Vaiai e Pellicciai, con il nuovo nome di Pellicciai e Cuoiai. Nell’anno 1770, venne soppressa e incorporata nella Camera di commercio.

Nel Corteo della Repubblica Fiorentina, l’Arte dei Calzolai, sfila con il gruppo delle Arti Minori. Il Bandieraio indossa un giubbone di panno nero bordato di bianco, maniche nere trinciate di bianco e nero, berretto bianco e nero piumato di vari colori, sulla sinistra del giubbone c’è lo scudetto rappresentante l’insegna dell’Arte, ovale bianco con tre strisce nere, calzamaglia nera e bianca, al fianco porta un cinturone con spada e borsetta di pelle con l’insegna dell’Arte, scarpe di pelle marrone occhiellate di giallo a piè d’orso, bandiera; campo bianco con tre fasce nere.

Alberto Chiarugi
Arte dei Calzolai, seconda parte
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