Roma nel 1529 era abitata non solo dai romani, ma anche da molti forestieri provenienti da ogni parte d’Italia, ma anche dall’estero. Una grande comunità era composta proprio dai fiorentini, che vivevano soprattutto nella zona dei Banchi, oggi conosciute come via dei Banchi Vecchi, e via dei Banchi nuovi, parallele all’attuale Corso Vittorio Emanuele II, che termina sull’omonimo ponte che porta al Vaticano.

Questa era una zona ad alta vocazione commerciale, dove c’era un grande passaggio di pellegrini diretti a San Pietro.

Qui i fiorentini praticavano molti mestieri, tra cui quelli di cambiavalute, ma anche di artigiani. Molte erano le botteghe di artisti. Qui si trovava anche la bottega di Benvenuto Cellini.

Alcuni di loro morirono durante il Sacco dei lanzichenecchi, altri cercarono di fuggire o di sopravvivere attraverso degli espedienti a volte singolari.

È il caso di Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica Fiorentina presso Leone X de’ Medici. Nato a Firenze nel 1474, morirà sempre a Firenze nel 1539. Fu amico e consigliere di Clemente VII de’ Medici ed amico di Niccolò Machiavelli.

Proprio durante l’occupazione romana delle truppe di Carlo V, Machiavelli scriveva all’amico Vettori a Roma e gli svelava alcune confidenze e segreti:

Gli scriveva che gli imperiali avevano violato la tregua ed erano scesi in Italia fino a raggiungere Roma. Svelava che Francesco Guicciardini aveva rinforzato le misure di sicurezza a Firenze e, che aveva proposto a Clemente VII alcune possibilità: la prima era di riprendere la guerra, in modo che francesi e i veneziani si prendessero le loro responsabilità e non lasciassero i fiorentini e il pontefice in questa difficoltà. Un’altra ipotesi era di aspettare e lasciare in mano tutto alla fortuna o a Dio. La terza possibile ipotesi era quella di tentare di stipulare una pace con Carlo V. Macchiavelli pregava il Vettori di non svelare questi segreti, perché ancora il papa non si era pronunciato.

Francesco Vettori barricato dentro la sua casa in Campo de’ fiori, proprio dove sono accampati i lanzichenecchi, che vede continuamente passare davanti alla sua finestra. Teme per la sua casa, per le sue ricchezze, ma soprattutto per la sua vita. Dunque ordina al suo servo di mettere un segnale ben riconoscibile sulla sua porta, quello che indica la presenza della peste nell’abitazione. Si mette poi a letto fingendosi appestato e su una vecchia bolla quasi guarita che ha su una gamba, con una geniale e disperata macchinazione, la trucca facendo in maniera di farla sembrare il bubbone tipico della peste.

Quattro soldati tedeschi entrano poi nella casa per una perlustrazione, ignorando il significato di quel segno distintivo posto sulla porta. Il suo servo spiega ai mercenari che i quattro figli e la moglie del suo padrone sono morti e che ora il padrone di casa e a letto malato. I soldati titubanti escono dall’abitazione, ma uno di loro fa un segno con il gesso sulla porta, poi si mette di guardia

Dopo poco gli altri tre ritornano con un becchino tedesco per verificare lo stato di salute del “malato immaginario”. Il Vettori, grazie anche al suo nervosismo convince il becchino del suo stato, che però dopo aver visto la bolla, diagnostica ai soldati che il malato è in via di guarigione.

La zona di Campo de’ fiori è tra le più ricche di Roma e le truppe imperiali prive di paga da tempo, non vedono l’ora di saccheggiare la città. Campo de’ fiori è abitata da nobili e vescovi importanti, il luogo (oggi piazza), prende questo nome perché prima di essere lastricata si presentava come un grande giardino fiorito pieno di margherite. Nel XVI secolo la zona era stata lastricata ed era piena di palazzi suntuosi pieni di ricchezze da rubare.

Andato via il becchino, i lanzichenecchi chiederanno al tremante Vettori un riscatto di 500 ducati per lasciarlo andare. Il povero Vettori, terrorizzato, convince i soldati di non avere una somma così alta con sé e dunque chiede il permesso di mandare il suo servitore a Tivoli per poterla prelevare da terzi. Il Vettori poi da un nascondiglio della casa estrae quei soldi in attesa del ritorno del suo servo, che però rientra troppo presto, tanto da insospettire i soldati, che indispettiti lo prendono come ostaggio e lo legano impossessandosi dei trecento scudi che aveva tirato fuori dal nascondiglio.

Quella notte però Francesco Vettori riesce a liberarsi dalle strette corde, calandosi da una finestra attraversa Roma uscendo dalla porta di piazza del Popolo, quella che si affaccia sulla via Flaminia e fugge dalla città.

Altri fiorentini vivranno terribili esperienze durante l’occupazione di Roma, come Maturino Fiorentino o Rosso Fiorentino che però rimasero bloccati a Roma. Il primo morirà di peste mentre il secondo sarà obbligato a prima a fare da facchino, poi scoperta la sua dote di pittore, sopravvivrà facendo ritratti ai soldati spagnoli.

Oltre ai romani altri fiorentini moriranno a causa della peste e delle vessazioni subite dai soldati imperiali, le loro case saranno depredate e distrutte, molte le botteghe che non riapriranno più.

L’arte del periodo immediatamente successivo a questo tremendo evento,  subirà una visibile mutazione come scrive lo storico dell’arte André Chastel sul suo libro sul Sacco di Roma. La maggior parte degli artisti fuggiranno o moriranno, molti di essi si rifugeranno proprio a Firenze dove vivranno nel 1530 l’assedio delle stesse truppe.

I vari papi che si avvicenderanno, faranno fatica a convincere questi artisti traumatizzati e che hanno perso tutto a ritornare a Roma. Le loro opere inevitabilmente manifesteranno i segni di quella terribile esperienza, che esperti e critici dell’arte hanno saputo ben riconoscere e descrivere.

Riccardo Massaro
Firenze, Roma e i Lanzichenecchi

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