L’espressione trae origine dal medioevo quando, giunta la sera, si doveva provvedere all’illuminazione delle case con candele, torce o lampade a olio.
Il costo della cera da candela era piuttosto alto ed era abituale per i giocatori di carte che facevano le ore piccole nelle taverne, lasciare una somma all’oste come rimborso per le spese delle candele.
Quando però la posta in gioco era troppo bassa e l’eventuale vincita poco remunerativa, cioè più bassa del costo della candela che illuminava i giocatori, allora si decideva che non valeva la pena sprecarla e si interrompeva la partita, quindi “il gioco non valeva la candela”.
Questo modo di dire si usa ancora oggi quando si vuole esprimere l’avversione a compiere un’azione che non porta conseguenze utili, o che non conviene intraprendere qualcosa di poco vantaggioso, o anche che non vale la pena compiere un sacrificio senza trarne i dovuti benefici.
(da “Adagi ma non troppo” di Franco Ciarleglio, Sarnus Editore)

Franco Ciarleglio
Il gioco non vale la candela

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