Faceva parte della Resistenza romana, conosciuto tra i partigiani con il nome di battaglia di Giovanni. I suoi antenati erano ebrei fiorentini che secoli prima avevano lasciato la Toscana per arrivare a Roma ed in seguito avevano adottato la religione cattolica.

Mario viveva in una casa in affitto al centro di Roma, in via Capo le Case 18, di fronte a via Due Macelli. Per chi non conoscesse bene Roma, parliamo di una zona compresa tra piazza di Spagna, Fontana di Trevi e via Veneto.

La madre era di Cittaducale, quando si trasferì a Roma sposò un professore e ragioniere ebreo. Durante il rastrellamento degli ebrei di Roma, anche la casa dei Fiorentini seppur distante dal ghetto venne perquisita. Mario si salvò riuscendo a fuggire sui tetti, la madre riuscendo a corrompere una guardia.

In seguito Mario fu arrestato dalla polizia fascista, ma fu subito liberato, evidentemente non c’erano i presupposti per trattenerlo. Mario stava poco in casa, lavorava in una tipografia dove il Partito d’Azione stampava i suoi volantini e il giornale clandestino “Italia Libera”.

Successivamente al suo rilascio, per ben tre volte i tedeschi erano venuti a cercarlo a casa, ma lui era riuscito sempre ad evitarli. Dunque cercava di stare in casa il meno possibile. Insieme ad altri partigiani infatti aveva attaccato la caserma di viale Giulio Cesare, ma nella fuga con i suoi compagni gli era caduto il berretto e uno dei tedeschi lo aveva visto bene in faccia. Allora si nascondeva con quella che sarebbe divenuta sua moglie Lucia Ottobrini, in una cantina sul colle Oppio vicino al Colosseo. Ma le condizioni poco salubri di quell’ambiente, avevano fatto ammalare la donna che per qualche giorno aveva deciso di tornare a casa. Mario dal suo appartamento aveva una buona visuale della zona, poteva vedere quello che accadeva fino a Piazza di Spagna e tenere sotto controllo le vicinanze.

A Roma vigeva il completo divieto di andare in bicicletta imposto dai tedeschi, questo perché i partigiani usavano questo mezzo per compiere velocemente i loro attentati e poter sparire poi velocemente tra i vicoli della città con una certa facilità. I romani allora erano costretti a prendere autobus e tram che più facilmente potevano essere fermati dai tedeschi per controllare o arrestare i passeggeri, spesso per trasferirli coattamente verso nord ed impegnarli nei lavori forzati.

Mario aveva 25 anni ed era uno studente di matematica. Un giorno vide passare dalla sua finestra circa 150 uomini tedeschi in divisa ben armati che provenivano da Piazza del Popolo e, percorrendo via del Babuino erano arrivati a via Capo le Case, proprio sotto casa sua. Poi il gruppo svoltava e andava verso via Rasella, una via che diventerà famosa per il famoso attentato. Fu proprio Mario a proporre l’idea dell’attentato, a cui poi parteciperà.

Mario nascosto con la moglie  vedeva passare ogni giorno questi militari, che poi si dirigevano a via Rasella. Erano gli uomini del Bozen, che si dirigevano verso Castro Pretorio, alla caserma Macao. Mario andò da Carlo Salinari detto Spartaco, il suo comandante, per proporre un’azione contro questi soldati, ma l’uomo pur ascoltandolo interessato non disse nulla. Parlò allora nel suo rifugio con i suoi compagni tra quali c’erano “Paolo ed Elena”, i nomi di battaglia di Rosario e Carla anche loro convolati a nozze. Carla Capponi aveva già fatto esplodere un’ autocisterna tedesca con 10.000 litri di carburante in via Claudia. Ancora oggi sul luogo sono presenti i segni dell’ esplosione. Rosario Bentivegna invece, era quello che avrebbe acceso la miccia posta nel carretto della spazzatura in via Rasella.

Decisero di appostarsi per seguire i movimenti delle 156 reclute dell’ 11° compagnia del 3° battaglione SS Bozen, formato nel ’43 con reclute del Sud Tirolo Alepenvorland, poste sotto il comando dell’Obergruppenführer Karl Wolff. Il loro compito era quello di polizia e di repressione partigiana.

Per l’occasione si formarono quattro squadre, perché di solito i partigiani si muovevano soli o in gruppi di due o tre al massimo. Via Rasella era perfetta per un attentato: stretta e lunga avrebbe costretto la colonna a marciare in ranghi serrati più facilmente colpibili. Avevano calcolato che ci sarebbero voluti 140 secondi per percorrerla tutta, perché la ripida salita avrebbe rallentato gli uomini in marcia. Si scelse di posizionare un carretto della nettezza urbana rubato da un deposito municipale da Roul Falcioni, dentro sarebbe stato nascosto un ordigno composto da 18 kg di esplosivo (12kg di tritolo, mescolato a 6kg di tritolo sciolto e pezzi di tubo riempiti di altro esplosivo), posizionati al civico 156 della via, davanti a Palazzo Tittoni, questo perché il caseggiato era semi abbandonato e ci sarebbe stato meno pericolo per i civili. L’edificio sorgeva ad un terzo della strada, poco prima dell’incrocio con via Quattro fontane.

Quando la colonna sarebbe stata all’altezza  di via Boccaccio, la miccia della durata di 50 secondi sarebbe stata accesa. Dopo l’esplosione da questa stessa via sarebbero giunti altri partigiani per lanciare quattro bombe da mortaio da 45 mm, per poi fuggire verso via del Giardino. Altri partigiani provenienti da via del Traforo, avrebbero impedito un eventuale fuga con l’uso di armi. Salinari aveva escluso il nostro fiorentino dall’azione. Fiorentini aveva infatti in via Boccaccio uno zio e dunque rischiava di essere riconosciuto dalle persone del luogo. Fu però proprio lui e la compagna Carla a suggerire che Bentivegna si travestisse da netturbino e che celasse l’ordigno nel carretto della spazzatura. Rosario aveva maturato un certa esperienza in altri attentati, era infatti reduce da altre trenta incursioni tutte riuscite. Altri partigiani del GAP sarebbero stati coinvolti nell’attentato.

Il 23 marzo del 1944 alle 15.50 l’ordigno esplodeva lasciando 35 morti e 64 feriti sulla strada… Ventiquattrore dopo, 335 persone prelevate da vari luoghi di detenzione romani venivano fucilate per ritorsione alle Fosse Ardeatine…

Mario Fiorentini è stato un partigiano, agente segreto, matematico italiano e professore di geometria all’Università di Ferrara. Partecipò a numerose azioni fra le quali l’assalto all’ingresso del carcere di Regina Coeli e all’organizzazione dell’attentato di via Rasella.

Riccardo Massaro

Mario Fiorentini, un fiorentino nell’attentato di via Rasella a Roma
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3 pensieri su “Mario Fiorentini, un fiorentino nell’attentato di via Rasella a Roma

  • 4 Novembre 2023 alle 7:43
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    …che i tedeschi, uccidevano 10 civili italiani, ogni morto tedesco in un attentato…… era il terrore della popolazione che si trovava nella zona del mortale accaduto….. io ho vissuto quel terrore…

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  • 28 Ottobre 2023 alle 17:47
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    Articolo molto dettagliato e scritto benissimo. Io leggo sempre con interesse i Vostri articolo che mi piacerebbe archiviare nel mio archivio personale, ma so che questo non è possibile. Grazie comunque delle segnalazioni che mi inviate sempre. Votta Amedeo – Parma

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