Difficile raccontare qualcosa di originale su San Frediano. Soprattutto di non stereotipato.

Ormai è uno stereotipo anche l’attuale decadenza del rione, il suo cedimento alla monocultura del turismo del trolley, la forte espulsione del vero popolo sanfreanino, composto da artigiani bestemmiatori, fiaccherai ancora più bestemmiatori, piccoli commercianti fittamente relazionati con le sposotte del quartiere.

Bene: l’abile bottegaia Sora Alvara e il Gano sbruffone da bar sono stati spazzati via dalla modernità. Ma qualcosa rimane. Quando l’amministrazione comunale, poche stagioni fa, ha inteso portare avanti un progetto non gradito, il popolo ha detto NO. Ed è stato NO, anche se il progetto era ben visto e fortemente appoggiato dal sindaco di allora e da un vasto e teoricamente potente entourage.

Che in astratto avesse ragione il sindaco o avesse ragione il popolo, non è il caso qui di tornare a discutere. Quello che conta è che l’anima di Sanfrediano ancora oggi, nel bene o nel male, sa farsi ascoltare.

Figuriamoci quanto era dura, per i poteri, misurarsi con il popolo locale quando quel popolo era “ne’ su’ cenci”. Perfino l’autorità religiosa dovette scendere a non pochi compromessi, tra i quali uno linguistico ed è a questo caso che vuole essere dedicato questa pagina.

Diciamo che la “mano” religiosa aveva molto peso nel rione.

Lo si capisce anche solo considerando l’area che rappresenta il centro geografico del rione di San Frediano e cioè Piazza del Carmine. Li si trovavano ben tre conventi o monasteri.

L’imponente mole della Basilica del Carmine era l’edificio sacro facente parte del Monastero dei Padri Carmelitani. Il fatto che quella chiesa contenga, tra altri valori, la Cappella Brancacci con gli affreschi di Masaccio e Masolino, capolavori universali, dimostra quale fosse l’importanza di quella comunità.

Il lato orientale della piazza, in pratica l’isolato i cui altri confini sono Via Santa Monaca, Via Ardiglione, Borgo della Stella era occupato da un altro monastero che ospitava, appunto, le seguaci di Santa Monaca.

Una terza “casa” di religiosi occupava il lato sinistro (entrando da Borgo San Frediano) della parte stretta della Piazza. A quei tempi questa parte aveva un nome a sé e si chiamava Piazza San Frediano. Il luogo aperto al culto dei fedeli all’interno di quest’ultimo complesso era finalmente la Chiesa di San Frediano.

In definitiva, l’edificio sacro che per secoli ha portato il nome di questo misterioso santo nato in Irlanda e poi resosi famoso a Lucca, non era quel monumento scenografico che tutti conosciamo (e in tanti fotografiamo) nei pressi dell’Arno, ma era una chiesa di non grandi dimensioni all’angolo tra il Borgo e la Piazza che portavano lo stesso nome. Solo questa chiesa, tra le molte che erano in zona, fungeva anche da Casa Parrocchiale.

Chiesa del Cestello foto di Claudia Torre Ferrini

E l’attuale Chiesa del Cestello, simbolo ed anima religiosa del rione?

Questo altro edificio religioso, non antichissimo rispetto a tanti altri fiorentini, quando la sede parrocchiale era presso la chiesa del Borgo, ha avuto una storia complicata, passando per la mani di varie comunità.

Ma perché questo nome “Cestello” che abbiamo nell’orecchio ma che se ci si pensa è abbastanza curioso? Per spiegare, si deve risalire ad un periodo in cui la chiesa in questione non aveva le funzioni di parrocchia ma era il luogo di culto, aperto al pubblico, facente parte di un ennesimo monastero, cioè la casa di quella famiglia benedettina che aveva avuto la suo origine a Citeaux in Francia e che aveva sparso per il mondo i suoi adepti col nome di Cistercensi. Ma il popolo di San Frediano non avrebbe sopportato di annodarsi la lingua con una parola così complicata come Padri Ci-ster-cen-si. Padri Cestelli andava molto meglio. Piero Bargellini parla della “volgarizzazione” del nome.

Per cui, volenti o nolenti, gli austeri cistercensi, che si erano insediati in tutta Europa con il loro nome altisonante declinato nella varie lingue, per essere accolti dalla comunità di San Frediano si dovettero far garbare di farsi chiamare Cestelli e di vedere denominata “Cestello” la loro chiesa.

Questi monaci così legati alla matrice francese da dove venivano?

Come detto, la loro casa madre era a Citeaux in Francia e la “casa” in Italia era (nientedimeno che) San Galgano, nel pieno del suo splendore. In avvicinamento a Firenze, già da tempo, occupavano la sempre splendida Badia a Settimo.

Per la città di Firenze si deve considerare che la presenza nel territorio cittadino di così tanti ordini religiosi, alcuni anche molto nutriti (nel senso numerico) imponeva all’autorità civile di disporre collocazioni, spostamenti, traslochi.

Il 1608 fu l’anno in cui una comunità di suore di cui aveva fatto parte quel gran personaggio che era stata Maria Maddalena dei Pazzi (morta l’anno precedente) fu rimossa da una modesta chiesa che stava nei pressi dell’Arno (la Piazza all’epoca aveva un nome curioso: Piazza dell’Uccello o dell’Uccel Grifagno).

Quella chiesa, appunto, fu affidata ai Padri Cistercensi che si stavano allargando su Firenze. Per i Cistercensi fu poi creata la grande e scenografica chiesa che conosciamo. Alle Carmelitane di Maria Maddalena fu affidato il complesso di Borgo Pinti che tuttora esiste.

Il “regno” dei padri Cestelli sul Cestello durò abbastanza a lungo ma non cavalcò i secoli. Nel 1798, a seguito della soppressione degli ordini religiosi ed in contemporanea con il definitivo abbandono dell’antica chiesa di Piazza San Frediano, la chiesa cambiò nuovamente affidatari, fu consegnata al clero secolare ed ebbe le funzioni di Chiesa Parrocchiale. Il nome Cestello rimase, associato a quello del Santo che da sempre era il protettore del rione: il più volte nominato San Frediano.

Nella parte ex-monastero poco dopo si insediò il grande e prestigioso Seminario, tuttora in funzione.

Maurizio Ferrini

Nota: la storia degli insediamenti religiosi nel quartiere è decisamente complessa. Qui ho cercato di fare una sintesi, mirata in sostanza a capire la particolarità di un nome. Per chi volesse approfondire suggerisco una bellissima pubblicazione di Marta Niccolucci Cortini, con la collaborazione di Luigi Conti e di Maria F.Vadalà Linari “San Frediano, un culto, un popolo, una chiesa” – Edizioni Polistampa Firenze, 1997

Qualche storia su San Frediano, il suo popolo, il ruolo della “mano religiosa”

2 pensieri su “Qualche storia su San Frediano, il suo popolo, il ruolo della “mano religiosa”

  • 25 Maggio 2020 alle 19:18
    Permalink

    Alessandro Nelli, la tua osservazione è certamente corretta. E’ vero
    che la “Sora” Alvara col suo nuovo negozio (se ben ricordo) tutto di
    marmi color fegato se riportato all’epoca si colloca meglio in uno dei
    quartieri della borghesia post bellica, alle soglie del boom, che non
    in un San Frediano ancora del tutto popolare.
    Tieni conto che io volevo semplicemente fare un richiamo a dei
    personaggi/stereotipo genuinamente fiorentini e per chi legge “oggi”
    gli stereotipi della fiorentinità sono totalmente dispersi ed
    inquinati nei quartieri residenziali mentre ancora hanno un qualche riscontro nella microcultura dell’Oltrarno verace.

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  • 25 Maggio 2020 alle 11:38
    Permalink

    Solo una precisazione anche se il riferimento è generico. Mentre Gano rappresentavo il tipico bulletto di san frediano, la signora Alvara è nata e cresciuta in via Pagnini , una contrada di via Vittorio Emanuele e non ha mai avuto atteggiamenti tipici della donna o della commerciante di San Frediano. Era una banale ma tranquilla nuova ricca che avrebbe potuto trovare posto ovunque, a Firenze, ma non a San Frediano.

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