Provate a fare un giro per Firenze. Guardatevi attorno, con l’aria stupita e curiosa del turista, e vi accorgerete di mille particolari prima mai osservati.

Ad esempio, vi siete mai chiesti quanti leoni ci sono a Firenze? I leoni sono i custodi di Firenze, sono rappresentati in ogni angolo della città.

La leggenda vuole che la Repubblica fiorentina abbia scelto il simbolo del Leone perché questo animale era capace di fare a pezzi l’Aquila, simbolo della rivale Pisa. Il più famoso tra tutti è senz’altro il Marzocco di Donatello, che con la sua aria fiera ed imponente protegge il giglio, stemma della città. Sull’arengario di Palazzo Vecchio fa bella mostra di sé la copia, mentre l’originale è conservato al Bargello.

A proposito di pisani, una beffa, un tantino umiliante, che riservavano i fiorentini ai pisani sconfitti era quella di passare, in fila, dietro alla statua del Marzocco e, in atto di totale sottomissione, gli dovevano baciare le nobili terga proprio sotto la coda. Nel 1364 dopo una vittoria fiorentina, questo simpatico rito fu imposto ad innumerevoli prigionieri ma sul sederino di un leoncino vivo. In uno scritto di Giovanni di Pagolo Morelli si può leggere: “Alla porta a San Frediano, per la quale entrò il vittorioso capitano, istette un lioncino vivo, ma di poco tempo, al quale tutti i Pisani baciarono il culo”.

Il nome Marzocco, sembra derivi dal latino “martocus”, ovvero piccolo Marte. Prima che Firenze si convertisse al cristianesimo, la città era devota al dio Marte; con l’avvento dei cristiani, e quando San Giovanni divenne patrono di Firenze, la statua di Marte venne spostata dal popolo ai piedi di Ponte Vecchio.

Con un po’ di superstizione, i fiorentini decisero che non era il caso di eliminarla del tutto, e la soluzione di spostarla vicino al fiume sembrò la migliore. Accadde però che l’Arno, in una delle sue piene, quella devastante del 1333, portò via con sé la statua, e col tempo questo simbolo venne sostituito dal leone.

Anche Dante ne fa menzione nella Divina Commedia.

Ma in Piazza della Signoria altri leoni si mostrano al nostro sguardo.

Alzando gli occhi sulla Torre di Arnolfo, vediamo troneggiare un leone che tiene tra le zampe l’asta con il giglio di Firenze, e serve ad indicare la direzione del vento. Ogni fiorentino sa che… “Quando il leone piscia in Arno, o piove o fa danno”, che sta a significare che quando il leone guarda verso l’Arno è in arrivo la pioggia.

Spostando lo sguardo sulla facciata di Palazzo Vecchio, sopra l’ingresso del palazzo, due leoni dorati ne sorvegliano l’entrata.

Entrando nel cortile della Dogana, ben due fontane rappresentano leoni.

E tornando in Piazza, voltandosi a guardare la Loggia dell’Orcagna, due possenti leoni fiancheggiano le scale della Loggia dalla fine del Settecento. Si tratta dei leoni medicei, provenienti da Villa Medici a Roma. Il leone posto a destra è un originale antico, mentre quello a sinistra è una copia fatta nel Seicento. Anche le colonne della Loggia accolgono tante piccole teste di leone.

Il leone fu adottato dalla famiglia Medici, come simbolo di potenza; lo troviamo infatti rappresentato anche nella facciata di Palazzo Pitti, sotto le finestre inginocchiate del piano terreno; queste teste leonine vennero realizzate durante i lavori di ampliamento del palazzo voluti da Cosimo I.

Anche nel giardino di Boboli il leone è rappresentato da una bellissima statua.

E se guardiamo in giro, vediamo che le basi dei lampioni uscite dalle fonderie del Pignone nell’Ottocento hanno zampe leonine, e quanto sono belle! I lungarni e molte piazze ne sono disseminati.

Vogliamo fare un salto in Piazza del Duomo?

Se osserviamo la porta dei Cornacchini ha un leone ed una leonessa che sorreggono le colonne ai lati della porta. Famosa è la storia di Anselmo, un uomo che nel Quattrocento viveva in Via del Cocomero ed aveva un incubo ricorrente. Nell’incubo succedeva che Anselmo venisse sbranato da un leone. Era diventato un vero assillo, e la gente di Via del Cocomero era tutta a conoscenza di questa fobia di Anselmo. Qualcuno gli suggerì che, per esorcizzare questa paura, l’unico modo sarebbe stato quello di mettersi a confronto con un leone. Un giorno, passando davanti alla porta, Anselmo vide che durante dei lavori era rimasta un’asse di legno che rendeva agile avvicinarsi alla statua del leone, che con la sua bocca spalancata lo intimoriva tanto. Affrontando le sue paure, decise di salire sull’asse di legno ed arrivare talmente vicino al leone da riuscire ad infilargli una mano nella bocca: se avesse fatto questo, era sicuro che avrebbe sconfitto la sua psicosi e cancellato per sempre quegli orrendi incubi. E così, in un gesto di fierezza, infilò la mano nelle fauci spalancate del leone: quel che non sapeva il povero Anselmo, era che uno scorpione aveva deciso di accasarsi nella bocca del leone, e punse il pover’uomo che, o per lo spavento, o per il veleno dello scorpione, morì, dando veridicità al suo incubo. Povero Anselmo… ma forse questa è solo una leggenda; i fatti che seguono invece sono reali.

Vicino alla torre del Guardamorto (dove adesso si trova la Loggia del Bigallo), in Piazza San Giovanni, nel duecento la Signoria mise una gabbia di legno, detta “la stia”, dove era stato rinchiuso un leone. Come già detto sopra, il leone ha sempre avuto un rapporto simbiotico con la città di Firenze, ed anche questa storia lo dimostra. Il leone chiuso nella gabbia in Piazza San Giovanni era magnifico, un esemplare bellissimo e molta gente si soffermava ad ammirarlo. Un giorno accadde che il guardiano chiuse male la serratura della gabbia ed il leone ne uscì, cominciando a scorrazzare incuriosito per la città, spaventando i cittadini che se lo trovavano di fronte. Giunto vicino a San Michele in Orto, il leone vide un bambino piccolo, per strada, che incurante di quanto accadeva stava giocando tranquillamente e che non mostrava alcun timore nel vederlo. Il leone si avvicinò al bambino, aprì le fauci e con una delicatezza insperata sollevò il bimbo e se lo portava a spasso; la mamma, che aveva assistito alla scena con terrore, cominciò ad urlare disperatamente e, piangendo, senza neanche capire cosa stesse facendo, si avventò contro il leone e gli strappò il bambino dalle fauci. Il leone, senza battere ciglio, si ritrasse guardando la donna che stringeva al seno il suo bambino e docilmente rimase lì fermo, quasi avesse compreso la disperazione della madre. Che il leone fosse particolarmente mansueto, o che il bambino fosse esageratamente fortunato, la storia si risolse nel migliore dei modi. Il leone, visto il suo comportamento esemplare, ebbe salva la vita e tornò nella sua gabbia. Il bambino, di nome Orlando, fu da quel giorno conosciuto come “Orlanduccio del leone”. Orlanduccio venne “adottato” dalla Signoria, che provvide a corrispondergli un vitalizio, di modo che, in pratica, la sua fortuna continuò a vita, non avendo mai avuto bisogno di lavorare per campare. Inoltre il bambino, il cui padre era stato assassinato, sarebbe stato destinato a vendicare l’onore del padre, uccidendo il suo assassino e con questa nuova vita tale onere gli sarebbe stato risparmiato. Anche se, sembra, alla fine Orlanduccio portò a compimento il suo destino. Dice che sia stato il capostipite della famiglia Leoni.

Dopo la vicenda di Orlanduccio, la stia di Piazza San Giovanni venne trasferita nei pressi di San Pier Scheraggio. Anche qui avvenne un episodio particolare, pur se meno eclatante. Un cancello di legno della “chiusa del leone”, inutilizzato, era stato abbandonato in un angolo e versava in condizioni di pessima conservazione. Un Anziano, vedendolo lì inutilizzato, mandò dei suoi servitori a raccoglierlo e lo fece portare in una sua villa; il fatto destò scandalo ed i rettori della città condannarono il loro collega per appropriazione indebita e gli comminarono una multa molto salata. Se potessero vedere cosa avviene ai giorni nostri…!!

Ma tornando ai nostri amici leoni, era opinione diffusa che i leoni in cattività non riuscissero a riprodursi. Quando un giorno, dal leone e dalla leonessa del Comune, nacquero due stupendi leoncini, a Firenze la meraviglia si poteva toccare con mano. Questo venne ritenuto come un presagio di buona sorte e di prosperità per il Comune di Firenze.
I leoncini crebbero sani, forti e maestosi.

Dietro il Palazzo dei Priori, in quella che è Via dei Leoni, venne costruito un serraglio in muratura, grande, spazioso, adatto ad ospitare molti leoni: infatti nel frattempo, in barba alle credenze diffuse, i leoni si erano moltiplicati, dimostrando grande prolificità. Goro Dati scrisse: “Detro al Palazzo della Signoria è una gran casa con gran cortile, dove stanno assai leoni, che figliano quasi ogni anno e ora quando mi partii via ne lasciai ventiquattro, tra maschi e femmine”.

Una tal quantità di animali esigeva particolari cure ed attenzioni; a questo scopo venne nominato un Custode; questo custode doveva essere di famiglia nobile, pagare da trent’anni le “gravezze”, ovvero essere un contribuente esemplare, che ha sempre pagato le tasse e, per finire, doveva essere un uomo irreprensibile, “specchiato”. Ed inoltre doveva tassativamente portare la barba, che era segno di serietà ed autorità.

Il temine “specchiato” derivava dal sorteggio che si faceva tra i cittadini iscritti nello specchio di persone oneste ed onorate. Se da una parte la nascita di un leone era ritenuta un segno di prosperità, viceversa la morte di un leone era considerata foriera di disgrazie.

Qualche esempio?
Nella notte in cui Lorenzo il Magnifico moriva, due leoni si sbranarono tra di loro.
Un asino carico di legna si avvicinò al serraglio dei leoni e, chissà come, assalì il leone con ferocia, uccidendolo a furia di calci. Nello stesso momento era in visita a Firenze papa Bonifacio VIII, che di lì a poco passò a miglior vita.

Anche Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico ricorda la “Stanza dei leoni di Firenze”; sempre Leonardo, in un foglio conservato nella Biblioteca Reale di Windsor, tracciò questa curiosa osservazione: “E io vidi già leccare un agniello a lione nella nostra città di Firenze… El qual lione in poche lechate portò via quanto di pelo vestiva esso agniello e chosì denudato se lo mangiò…”.

Il grande genio vinciano disegnò un leone in un rebus: si vedono un leone, un fuoco e dei deschi. La soluzione? Semplice… Lionardeschi!

La comunità fiorentina di Lione commissionò a Leonardo la realizzazione di un leone meccanico, per festeggiare l’ingresso solenne di Francesco I in città. Il leone meccanico era capace di muoversi e sedersi e, mosso da un complesso movimento di molle ed ingranaggi, chiudeva l’esibizione facendo uscire dal petto un mazzo di gigli, simbolo della città di Firenze.

Quando nel Cinquecento Cosimo I lasciò Palazzo Medici in Via Larga per trasferirsi nel Palazzo della Signoria, ordinando a Vasari di ampliare il palazzo nella parte posteriore, le mura del serraglio vennero incorporate nella parte nuova del palazzo, ed i leoni furono trasferiti nell’area tra la basilica della SS. Annunziata e la sede dell’Università in Piazza San Marco.

Fino a quel momento, nella via dei Leoni, oltre al serraglio c’erano le case del Capitano di Giustizia e del Vessillifero. La zona era piena di “balconi, terrazzi, orticini e altre simili cose”, scomparse tutte con l’ampliamento del Vasari.

I leoni, in San Marco, rimasero fino al 1777, quando il Granduca Leopoldo II dismise il serraglio.

Un’ultima citazione merita il Canto ai Quattro Leoni. Si tratta di una lapide posta sull’edificio in angolo tra Via Toscanella e Via dei Velluti; la grande lapide in pietra serena rappresenta un leone, purtroppo molto rovinato. Sembra che su tutti e quattro gli angoli tra queste due vie esistessero uguali lapidi rappresentanti leoni, da qui il nome.

Ho fatto riferimento a molti leoni che si aggirano per la nostra città, ma non sono che una minima parte di tutti quelli che è possibile trovare: alcuni con una bella storia alle spalle che merita di essere raccontata, altri semplicemente decorativi ma senza un passato illustre.

Ma Firenze ruggisce!

Gabriella Bazzani
Ruggiti a Firenze
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