Michelangelo il 21 settembre 1529, lasciava Firenze spinto dall’insicurezza sull’esito dell’assedio e anche per le critiche che giornalmente gli faceva il Gonfaloniere Carducci, dicendo che l’artista non era adatto a svolgere la mansione alla quale era stato destinato. Si sarebbe rifugiato a Venezia, per abitarvi per poi trasferirsi in Francia, ma in seguito rinunciò al viaggio. La Signoria lo giudicò ribelle il 30 settembre, soprassedendo per il momento a confiscarli i beni posseduti, sperando che si fosse ravveduto e rientrato in città. Ciò avvenne il 13 ottobre dopo aver chiesto il perdono ai Dieci di Balia. La richiesta venne accolta in virtù dei suoi precedenti meriti. In seguito gli venne concesso un lascia passare per rientrare in Patria.

Un episodio di audacia e sprezzo del pericolo, avvenne il 25 agosto 1529. Un tamburino della compagnia del Capitano Giovanni da Turino, approfittando di un diversivo creato dagli archibusieri, senza farsi vedere dal nemico, entrò di soppiatto in una loro trincea, attaccò un uncino alla bandiera di un Capitano delle truppe del colonnello del “Cagnaccio”, la tirò a se con forza e riuscendo a sfuggire agli inseguitori, riuscì a tornare in Firenze. La bandiera, venne fissata capovolta vicino a quella del da Turino. Fu portata in palazzo dal Gonfaloniere, il quale diede in premio al coraggioso tamburino 10 scudi d’oro.

In una Pratica del giorno 29 settembre 1529, convocata dal Gonfaloniere Carducci, venne chiesto ai rappresentanti dei sedici gonfaloni cittadini, se si doveva procedere alla distruzione di tutti borghi, chiese, ville e palazzi, che erano nati d’intorno alla città. La risposta data dai Capitani dei Gonfaloni fu di distruggere tutte le costruzioni, per non dare ripari agli assedianti, e per vedere i movimenti delle truppe e reagire di conseguenza. Da questa furia distruttrice non si salvò niente. Vennero abbattute abitazioni, ville, ospedali, chiese e monasteri, nulla venne risparmiato. Solamente quando gli operai arrivarono alla chiesa di San Salvi per distruggerla, si fermarono davanti al Cenacolo dipinto da Andrea del Sarto, non avendo il coraggio di eliminare un bellissimo affresco.

Verso la fine del millecinquecentoventinove, l’accerchiamento della città era completato, si cominciava a patire la fame per la carenza di viveri, che non riuscivano più a trovare varchi per entrare. La città era piena di armati, data la scarsità dei generi alimentari, la Signoria decise di tassare i cittadini per poter pagare le truppe mercenarie, queste iniziavano ad agitarsi, con difficoltà da parte dei Capitani di tenerli tranquilli. Venne ordinato di tenere aperte giorno e notte tutte le taverne, e di consentire loro di alimentarsi. Il popolo cominciava una vita di stenti, data la carenza di carne di vitello, ovini, volatili, animali da cortile, maiali, cominciò una accanita caccia, a topi, gatti, asini, cani, e tutto quello di commestibile si poteva trovare. Al posto della farina per fare il pane, cominciarono ad usare altre farine, quando anche queste non si trovarono più, venne usata la farina di saggina e di vecce. Il risultato fu il risorgere della peste, che portò alla morte molti cittadini.

Anche gli imperiali, non se la passavano bene la paga non era corrisposta con regolarità, unita alla inattività e alla carenza di cibo. Tanto che i Capitani faticavano a calmare la truppa e ad evitare le diserzioni. Chi vi riusciva era, se ripreso, condannato a morte. In quel periodo passarono al nemico tre Capitani abbandonarono il posto loro assegnato, seguiti da 300 fanti. Furono processati in contumacia per diserzione e condannati a morte. In attesa di catturarli, vennero fatti fare da uno scultore, tre fantocci con le loro fattezze ed apposti sui bastioni. Inoltre sul palazzo del Podestà ad opera di un pittore, furono disegnati impiccati per un piede, come era in uso per i contumaci.

Le sortite degli assediati per scompaginare le file degli assedianti erano l’unica occasione che avevano per menare le mani. La Signoria dispose che alle sortite e alle incamiciate fatte notte partecipassero solamente mercenari e i soldati abituati all’uso delle armi. I Capitani dovevano stare all’erta affinchè non vi partecipassero i giovani da poco arruolati nell’Ordinanza. Durante una di queste venne ucciso un Capitano senese, passato dalla parte dei fiorentini, Jacopo Bichi al comando di 102 cavalli leggeri. Durante lo scontro venne disarcionato da un colpo di “sagro”, riportando una ferita ad una gamba. Per salvarlo il cerusico gli aveva tagliato l’arto, ma le complicazioni lo portarono alla morte il 26 marzo 1530. Venne seppellito con tutti gli onori nella chiesa di Santo Spirito.

Per mantenere la pace tra cittadini e le truppe mercenarie, il 6 gennaio 1530, Alamanno da Filicaia era stato nominato Commissario per la repressione dei crimini. Con libertà di punizione per il delitto commesso, fino a dare la morte al colpevole. Due fanti che avevano assalito, ucciso e derubato altri fanti, per ordine del Baglioni, vennero impiccati ed squartati. Per ammonire tutti quelli che avrebbero avuto intenzione di assalire altri soldati o fiorentini.

La tensione fra attaccanti e difensori era giunta al punto massimo, tanto che tutti i giorni c’erano scaramucce, alle quali tentavano di partecipare giovani spacciandosi di appartenere alle bande di un Capitano o di un altro. Gli spagnoli quando se li trovavano davanti, si rifiutavano di combattere contro dei fanciulli, asserendo che loro si ritenevano cavalieri e non soldati di mestiere. Circolava fra gli spagnoli la voce che ritenevano più bravi i fiorentini con la penna in mano che con la spada. Ci fu fra i fiorentini chi si sentì offeso per queste parole, e anche per le affermazioni fatte dai fuoriusciti medicei Giovanni Bandini e Rubentino Aldobrandi i quali andavano dicendo che Giovanfrancesco Martelli e Dante da Castiglione, appartenevano all’Ordinanza solo per le sfilate. I due repubblicani li sfidarono al combattimento allo steccato. che si concluse con un morto per parte. Infatti caddero uccisi il Martelli e l’Aldobrandi. Una voce correva per la città. Non si erano sfidati per l’onore, ma per le grazie di Marietta de’ Ricci. Della quale erano innamorati Giovanni Bandini e Rubentino Aldobrandi.

Una bellissima pagina di eroismo avvenne nel febbraio del 1530. Era il tempo di Carnevale, nessuno aveva voglia di festeggiare, ma con un gesto di ribellione, gli abitanti della città, decisero di giocare una partita di Calcio in Livrea, come se non ci fosse la guerra, con i morti, la fame e gli appestati. Per l’ultima volta i soldati scesero dalle mura, lasciarono le loro armi ed in corteo si recarono in Santa Croce per giocare una partita in faccia agli assedianti. E per farsi sentire e vedere, misero sul tetto della chiesa, trombe e tamburi strepitanti per ogni tiro delle artiglierie nemiche che li sorvolavano senza far danno. La storia non racconta chi vinse quella partita, sappiamo solamente che i calcianti vestirono una parte la divisa verde (la speranza) l’altra la bianca (la purezza), e alla fine venne arrostita una candida vitella non si sa dove uscita, tutti insieme.

Nella notte fra il 20/21 giugno 1530, ci fu una incamiciata notturna al campo dei tedeschi, dalla parte di San donato in Polverosa, dove erano accampati. Vi partecipò tutto il Gonfalone del Vaio comandato da Dante da Castiglione. La sorpresa riuscì in pieno, i giovani e i soldati di mestiere che combattevano insieme per la prima volta, vi furono caduti fra gli imperiali.

Nel luglio del 1539, la sorte dell Repubblica era segnata, la città era allo stremo, ormai senza vettovaglie e la peste che falcidiava la popolazione. Girava per la città una profezia del Savonarola che diceva; Nel momento in cui tutto stava per finire, dal cielo sarebbero scesi gli angeli armati di spade fiammeggianti, per sconfiggere gli assedianti e dare ai fiorentini la vittoria. Era stato deciso che nel momento cruciale dello scontro, tutti i difensori sarebbero scesi in campo a combattere, lasciando solamente entro le mura, donne, bambini e anziani. A questi era stato chiesto un grosso sacrificio. Quando fosse giunta la notizia della sconfitta, dovevano uccidere donne e fanciulli e darsi la morte.

L’ultima speranza per gli assedianti era riposta nel Commissario Francesco Ferrucci. Aveva preso Volterra, e battuto gli imperiali, resistendo al loro contrattacco rifugiandosi nella cittadella e combattendo in prima fila con i suoi uomini. La storia racconta che benché ferito volle partecipare alla battaglia, si fece mettere su di una sedia armato di una partigianona, con la quale dava il buon esempio. Ai primi di agosto la Signoria, ordinò al Ferrucci di dirigersi verso Firenze, per prendere il nemico alle spalle e partecipare alla battaglia finale. Gli venne suggerito di passare dal Mugello, il cui territorio era ancora nelle mani della Repubblica. Purtroppo e non si è mai saputo il perché, volle passare da Gavinana. Le spie informarono l’Orange che lasciato una parte dell’esercito davanti alla città, si mosse incontro al Ferrucci per dar battaglia e fermarlo. Il Commissario, intanto lasciato Gavinana muoveva verso la città. Sulla via del ritorno venne intercettato dalla cavalleria tedesca e attaccato. Dopo una accanita battaglia, i fiorentini misero in fuga li attaccanti, e continuarono la marcia. Lungo la strada si trovarono davanti l’Orange e la sua truppa, alla quale si era unita la cavalleria tedesca in fuga.

Era il 3 agosto 1530, lo scontro fu durissimo, malgrado l’eroismo dei fiorentini, la vittoria arrise agli imperiali, durante lo scontro i trovò la morte Filiberto di Chalons. Non poterono partecipare alla lotta una compagnia di archibugieri, ai quali si erano bagnati li archibugi, quando erano stati sorpresi da un temporale estivo. Il Ferrucci con pochi superstiti si rifugiò a Gavinana, per l’ultima battaglia. Si trincerò in una capanna, difendendosi con coraggio. Alla fine gravemente ferito fu catturato, portato nella piazza del paese, e deposto sul sagrato della chiesa davanti al Capitano Fabrizio Maramaldo. Quando questi lo vide ai suoi piedi ferito mortalmente, trasse un pugnale e lo uccise dicendo queste parole; Questo per il tamburino di Volterra! Il Ferrucci prima di spirare l’apostrofò; Vile tu dai a un uomo morto!

Con la morte del Ferrucci svaniva per gli assediati l’ultima speranza di volgere a loro favore le sorti dell’assedio. Ormai la fine della Repubblica fiorentina, era segnata, così quando in città giunse la ferale notizia, molti si rassegnarono al peggio. Le spie intanto, avevano riportato ai Dieci di Guerra, la notizia che il Baglioni stava trattando in segreto della città, in cambio di un salva condotto per se, la sua truppa, e la riconsegna della sua città Perugia. Per tanto venne presa la decisione di toglierli il Bastone di comando, anche per le notizie passate al nemico sugli spostamenti del Ferrucci. Subito il degradamento il Baglioni, si mosse per assalire il Palazzo della Signoria. I Dieci sorpresi da tale decisione, si affrettarono a restituirgli il bastone, ma intanto il Malatesta aveva fatto girare dai suoi uomini i cannoni verso la città, e aperta la porta San Pier Gattolino, vi fece entrare i Nemici.

La Signoria e la popolazione accettarono la resa, tanto più che erano ormai allo stremo, i morti si contavano a migliaia e la peste da parte sua mieteva molte vittime. Il giorno 12 agosto 1530, i delegati della Signoria firmarono con i rappresentanti imperiali, una resa onorevole presso la chiesa di Santa Maria a Montici. Finiva così l’ultima Repubblica, e con il ritorno al potere dei Medici, iniziava un periodo di grandezza, finito con la morte di Gian Gastone, dopo due secoli.

Alberto Chiarugi

La vita della Repubblica fiorentina al tempo dell’assedio: Seconda Parte.

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