L’Arno, fino all’Ottocento, era un fiume molto vissuto; a Firenze vi erano addirittura tre porti, uno in Piazza delle Travi, uno dalle parti di Piazza Goldoni ed uno, il più grande, nella zona del Pignone. Sembra addirittura che quest’ultimo esistesse fin dai tempi dei romani.

La navigazione sull’Arno si è svolta con continuità forse anche prima dell’epoca romana; le imbarcazioni, almeno nelle stagioni favorevoli, si inoltravano anche negli affluenti. La stessa origine di Firenze è legata al fiume e al porto della colonia romana di Florentia. Nella zona tra via de’ Neri e piazza Mentana era situato il porto romano, dove lo “Scalo de’ Foderi” nel Medioevo accoglieva il legname che per via fluviale arrivava dalle foreste del Casentino e dal Monte Falterona.

L’Arno era fonte di vita, sia per le attività commerciali che tramite i porti potevano fare scambi di merci con tutto il Mediterraneo, sia perché, in tempi di magra o di epidemie, il fiume forniva sostentamento alla popolazione: le pescaie infatti vennero costruite proprio per facilitare la cattura dei pesci e poter sfamare buona parte della città.

Facendo una passeggiata su un qualsiasi ponte fiorentino, possiamo provare ad immaginarci cosa era l’Arno un secolo fa, non solo un fantastico ornamento per il Ponte Vecchio, ma qualcosa di più. Da qui passavano moltissime merci che arrivavano dal mediterraneo, molte si fermavano qui, altre continuavano verso i mercati europei.

Ma non soltanto per affari commerciali o vitali il fiume era frequentato dai fiorentini. Sulle rive dell’Arno si trovavano anche i Bagni Pubblici e, all’inizio degli anni Trenta del Novecento, si decise che era il caso di vivacizzare la vita notturna fiorentina e si pensò di progettare e finanziare la costruzione di una motonave che allietasse le serate dei fiorentini (almeno dei più abbienti).

A Limite sull’Arno, nei cantieri Picchiotti, venne costruita la motonave “Fiorenza”; i cantieri Picchiotti erano tra i più antichi cantieri navali, risalenti al 1600. La motonave venne costruita in pezzi, trasportati a Firenze con dei camion e poi assemblati dagli stessi operai del cantiere nel 1932 sotto il Lungarno Serristori, in corrispondenza della Biblioteca Nazionale.

Quando giunse il momento del varo, si ebbero delle difficoltà, poiché l’Arno in quel periodo era in regime di magra. Dovettero provvedere, con un éscamotage, ad innalzare il livello dell’acqua: venne costruito uno sbarramento con sacchi di juta pieni di sabbia.

Il “viaggio inaugurale” si svolse attraverso Ponte alle Grazie, Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita, per venire poi ormeggiata di fronte a Palazzo Corsini, in un imbarcadero. 

La “Fiorenza” aveva una chiglia a chiatta che, date le basse acque del fiume, le consentiva di non “pescare” troppo a fondo, infatti il pescaggio era poco più di mezzo metro; era lunga una trentina di metri per quasi dieci di larghezza, ed aveva un’altezza di 6 metri. Poteva contenere circa duecento passeggeri. 

Era stata progettata per percorrere il tratto di fiume tra la Pescaia di San Niccolò e Santa Rosa e a bordo venivano offerti servizi di ristorazione; esistevano spazi riservati, una specie di separé, forse quasi delle cabine, per incontri un po’ più… intimi. C’era un’orchestrina che suonava allietando la piccola crociera, con uno spazio che consentiva di ballare e sorseggiare qualche drink. Il costo della crociera era di 3 lire, per questo non adatta a tutte le tasche.

All’inizio riscosse un gran successo, ma fu di breve durata: presto i fiorentini si annoiarono di questa novità. La navigazione era piuttosto breve, circa un chilometro e mezzo, e risultavano più lunghi i tempi di imbarco e sbarco che non quelli di navigazione! 

Tra coloro che meno amavano la Fiorenza c’erano i renaioli, a cui sicuramente creava ostacolo per il lavoro. La motonave con le sue eliche sollevava dal fondo del fiume dei vortici di fango ed i fiorentini non persero l’occasione per affibbiarle prontamente un soprannome: “Raspamota”.

Visto che la navigazione dell’Arno non raggiunse i consensi sperati, i proprietari provarono a farne un locale galleggiante: ma tra coloro che maggiormente apprezzavano il locale vi erano le zanzare, che banchettavano golosamente ogni sera sulla pelle degli avventori.

“E … al calar della sera si riempiva di zanzare, le dame e i cavalieri si scambiavano tenere grattate, l’orchestra suonava, i camerieri servivano e … le zanzare ronzavano e pungevano … al ritmo di un valzer lento”.

Fu così che un bel mattino i fiorentini si svegliarono e non trovarono più la Raspamota a far mostra di sé all’imbarcadero: era stata smontata e trasferita a Torino, sperando in una miglior fortuna al nord. Così non fu: una volta sistemata sul Po, arrivò improvvisa una piena che la trascinò via.

Gabriella Bazzani

Navigando sull’Arno a Firenze: la Raspamota
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