Quando a Firenze qualcuno di sente trascurato, come per esempio può accadere a tavola quando la padrona di casa si dimentica di servirgli una portata, può succedere che sbotti esclamando: “Icché son dell’UNPA?” Questo modo di dire risale ai tragici anni della Seconda Guerra Mondiale, quando le città italiane erano sotto il continuo rischio dei bombardamento anglo-americani.

Nelle città l’organizzazione della protezione dei civili era basata su rifugi ricavati nelle cantine delle abitazioni. Allo scopo di facilitare l’uso degli stessi e l’eventuale soccorso di quelli che vi erano dentro, furono dipinte delle indicazioni sui muri  indicanti la posizione di idranti, pozzi, ingressi e uscite di sicurezza dei rifugi. In ogni palazzo un inquilino venne nominato capo-fabbricato con l’incarico di far rispettare l’ordine di ricovero nel rifugio di tutti i presenti nell’edificio, al suono della sirena d’allarme.

L’UNPA (Unione Nazionale Difesa Antiaerea) venne istituita per sovrintendere ad una serie di funzioni per ridurre in numero delle vittime fra i civili. Tra queste vi erano quelle di occuparsi dell’informazione preventiva sul comportamento in caso di bombardamento, gestire i rifugi antiaerei, predisporre cisterne d’acqua interrate per uso antincendio, mantenere i contatti tra le varie squadre al lavoro (il più delle volte utilizzando messaggeri appiedati, con ordini dati direttamente a voce) negli interventi dopo i bombardamenti per le rimozioni delle macerie ed il soccorso dei feriti, coadiuvare nell’identificazione dei morti estratti dalle macerie.

I militi dell’UNPA erano disarmati e muniti di attrezzi per la rimozione delle macerie, come la piccozzina simile a quella dei Vigili del Fuoco, portata attaccata al cinturone, la maschera antigas di modello in uso al regio esercito, una tuta da lavoro grigia, o blu, con la scritta UNPA sulla schiena o sul petto a sinistra, oppure in mancanza di questa anche solo un bracciale al braccio sinistro. In testa un elmetto residuato della Prima Guerra Mondiale con il fregio composto da due asce affiancate sormontate dalla scritta UNPA.

Dopo tutte queste annotazioni ancora non ho però spiegato il perché del citato modo di dire pervenuto fino ai giorni nostri. In tempo di guerra tutti gli uomini validi erano al fronte per cui gli arruolati all’UNPA erano perlopiù persone anziane o comunque inidonee ad andare al fronte sia per motivi fisici che di carattere. Quindi persone ai margini della società, individui di serie B per così dire. Ecco allora che essere dell’UMPA è passato ad indicare individui di poco conto, e non solo a Firenze. Ma anche in altre regioni italiane. Nel dialetto messinese per esempio è presente la seguente espressione: “babbu ill’UMPA”  cioè scemo dell’UNPA con lo stesso significato.

A questo proposito si ricorda un episodio avvenuto durante una replica di una commedia dei fratelli De Filippo dove Peppino, che interpretava la parte di un ragazzo sempliciotto e lievemente ritardato, cambiò il copione ed esclamò: “Finalmente ho trovato un lavoro. Mi sono iscritto all’UNPA” rivolgendosi a Eduardo che intuì al volo la battuta improvvisata e rilanciò: “Ma come? Tu sei cretino”. “Appunto mi hanno preso all’UNPA”. La cosa venne riferita al federale di Roma, che decise di mandare una squadraccia per dargli una lezione. Fu lo stesso Mussolini a salvarli decretando: “Lasciateli perdere, sono la mia valvola di sicurezza.”

Filippo Cianfanelli
Icché son dell’UNPA?
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2 pensieri su “Icché son dell’UNPA?

  • 4 Aprile 2020 alle 19:48
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    Salve,

    io la frase “Icché son dell’UNPA?” l’ho sempre sentita dire con un significato diverso da quello precedentemente spiegato, che, beninteso, non dubito sia quello originale. Ai miei tempi (io sono del 1964) la frase ” Te tu sei dell’UNPA” stava a significare “Tu sei troppo vecchio”, identificando quindi l’UNPA con un’istituzione ormai vecchia o quantomeno non adatta ai tempi presenti.

    Colgo l’occasione per esprimere un caloroso grazie a tutti coloro che hanno contribuito a creare questo bellissimo website.

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    • 5 Aprile 2020 alle 11:26
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      Ciao Alberto
      Personalmente l’ho sempre sentita con il significato descritto, ma può succedere che abbia assunto, per taluni, significato diverso. Si pensi alla annosa questione migliaccio, castagnaccio.
      Jak

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