Pietro Carnesecchi fu un personaggio fiorentino molto particolare, se da un lato crebbe come uomo di potere sotto le ali della chiesa dall’altro sviluppò idee che lo portarono sul patibolo ad opera della stessa chiesa.

Pietro nasce a Firenze nel 1508 da Andrea di Paolo di Simone Carnesecchi, un ricco mercante e da Ginevra Tani. Fin da giovane dimostrò capacita empatiche notevoli che sfociavano in un’arte diplomatica non indifferente. Il suo carattere era gentile e si faceva voler bene dalle persone, possedeva inoltre la rara capacità di comprendere le debolezze di un’idea e la loquela per rigirare un discorso a suo favore o delle sue idee. Uno spirito colto e con innata ricerca della verità.

Tutte queste capacità lo portarono in breve tempo ad emergere e i buoni rapporti della sua famiglia con i Medici lo fecero entrare nelle grazie di Clemente VII.

Clemente VII cominciò affidandogli un ufficio di Notaro alla sua corte fino ad arrivare al 1533 anno in cui gli concesse di aggiungere il cognome Medici al suo, un onore riservato a pochi e da quel momento divenne Pietro Medici dei Carnesecchi.

La sua carriera prosegui piena di concessioni papali da un canonicato fiorentino sino al governatorato di Tivoli e di castellano di varie abbazie e diocesi, alla fine Clemente VII lo fece suo primo segretario. Questa carica lo rese estremamente popolare anche fra la gente comune che lo vedeva non come un esecutore ma come colui che si occupava di tutto con avvalli papali ampissimi.

La morte di Clemente VII fu una sventura per il Carnesecchi che di colpo perse il suo potere, ma le sue capacità empatiche e la sua fitta rete di consensi e conoscenze rimase inalterata, tanto da cominciare a organizzare una sotterranea rete anticlericale.

Nel 1536 nella sua casa di Firenze si organizzò una riunione segreta in cui venivano riuniti i più fini conoscitori  e protagonisti della storia religiosa del Cinquecento, fra gli altri erano presenti Ochino, G.P. Carafa, Caterina Cybo, Pole, Giberti, Priuli.

Nonostante la sua capacità di mantenere il riserbo e il segreto certi moti cominciarono a giungere all’orecchio della chiesa e le sue idee riformiste, considerate eretiche, cominciarono a delinearsi fortemente soprattutto per il fatto che leggeva e studiava testi calvinisti, luterani e valdesi.

Pietro Carnesecchi appariva protetto dalla sua amicizia con Cosimo I tanto che ad una convocazione del tribunale dell’inquisizione non si presentò. In realtà fu proprio Cosimo I, alla fine, sotto la pressione della ragion di Stato, dovette “consegnare” Pietro Cornesecchi a papa Paolo IV e al tribunale inquisitorio. Sembra che i due stessero cenando assieme quando Pietro fu arrestato.

Un anno e mezzo di schermaglie dialettiche in cui il tribunale cercava di dimostrare l’ereticità di Pietro furono ribattute parola per parola dallo stesso. La sua dialettica e i suoi appoggi sparsi per l’Europa, non ultima Caterina de’ Medici, lo fecero resistere alle pressioni subite.

Alla fine a tradirlo saranno le sue lettere conservate da Giulia Gonzaga, ritrovate a seguito della morte della stessa, lettere che gli inquisitori useranno per farlo cadere in contraddizione. A quel punto subentrò la tortura, ma nonostante questa non fece nomi di amici e simpatizzanti e mori con dignità e fedele alle sue convinzioni nel 1567.

Non molto altro rimane da dire se non che i tempi bui vogliono uomini luminosi e che il potere, temporale o economico, ieri come oggi, punisce chi la pensa diversamente quando il pensiero può tramutarsi in conquista sociale. Oggi di lui rimane un canto fra il quadrivio composto da via Rondinelli, via Cerretani, via Panzani, via dei Banchi.

Jacopo Cioni
Jacopo Cioni
Pietro Carnesecchi, il canto dell’eretico.
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2 pensieri su “Pietro Carnesecchi, il canto dell’eretico.

  • 12 Febbraio 2019 alle 17:29
    Permalink

    Mi spiace il canto si chiama cosi perché in quel luogo vi furono le case della famiglia fiorentina dei Carnesecchi dal trecento fino al settecento
    Via Pietro Carnesecchi è vicino allo stadio

    Rispondi
    • 12 Febbraio 2019 alle 23:55
      Permalink

      Infatti, è proprio come scritto, rimane un canto nell’area delle case dell’epoca. Un canto, non parlavo della via.
      Jak

      Rispondi

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