1 parte: prologo
2 parte: Le abitazioni, i mobili e le differenze tra case povere e ricche
3 parte: Abbigliamento
4 parte: L’alimentazione
5 parte: Il tempo
6 parte: Nascita e matrimonio
7 parte: La morte
8 parte: La famiglia e le donne
9 parte: Serve, illegittimi, donne e concubine
10 parte: Firenze la città
11 parte: Le strade e la vita in esse
12 parte: l’Arno i suoi ponti e la statua di Marte

Nascita e matrimonio

Secondo la visione dell’epoca avere una famiglia numerosa era una benedizione, ma economicamente significava dover mantenere numerose bocche da sfamare e non sempre questo era così scontato.

Alle famiglie ricche serviva accrescere il numero dei nati per avere un giorno uomini da consacrare alle armi, mentre in quelle povere servivano nuove braccia per aumentare l’aiuto nelle campagne.

Tutti i nascituri di Firenze erano sotto la protezione di Sant’Anna. In un medaglione eseguito da della Robbia sulla facciata dell’Ospedale degli Innocenti viene raffigurato un neonato avvolto in fasce intrecciate dalle spalle ai piedi.

La puerpera rimaneva al letto due o tre settimane circondata dal parentame, il nascituro era allattato dalla madre oppure da una balia venuta dalla campagna.

Per molto tempo i bambini venivano battezzati soltanto due volte all’anno: il sabato Santo e il sabato che precedeva la Pentecoste. In seguito si cominciò a battezzare, come oggi, il neonato nei giorni successivi alla sua nascita, forse a causa delle morti premature si preferiva legarlo a Dio cosicché in caso di morte avesse l’anima salva.

Il nascituro veniva completamente immerso nel battistero, Dante ricorda la pericolosità  di questa pratica per il timore evidentemente non così remoto che il bimbo potesse affogare.

All’epoca non si teneva un registro dei battesimi, si usava però conteggiare i nuovi nati mettendo in una delle due urne una fava oppure una pallina per ogni battesimo eseguito. La pallina nera rappresentava i maschi, la bianca le femmine, lo stesso sistema era usato per votare nei consigli della Repubblica: la fava nera era per palesare un si, mentre quella bianca per esplicitare un no.

Questo fa ritenere che una femmina fosse associata ad un no, effettivamente la femmina comportava l’accumulo di una dote, un vero e proprio esborso, perciò si preferivano i maschi.

I nomi dati ai nascituri erano spesso quelli dei santi protettori della città, quelli dei fondatori degli ordini religiosi, oppure  ispirati a delle caratteristiche fisiche, altrimenti nomi di fiori, di colori, di pietre preziose, ma anche nomi ripresi dai propri parenti, meglio se importanti.

Si raccomandava di nutrire bene i bambini affinché crescessero sani e robusti, ma la stessa raccomandazione non era rivolta alle bambine, anzi si sottolineava il fatto che non  si alimentassero troppo nel rischio divenissero troppo grasse. I ragazzi quando crescevano erano preservati dai pericoli esterni, le ragazze dovevano essere protette invece nella loro integrità.

I castighi in caso di mancanze dovevano essere severi, si consigliava l’uso del bastone finché non avessero riconosciuto la propria colpa e invocato il perdono per i loro errori o comportamenti errati. I giovani quindi trascorrevano parte della loro gioventù sotto il controllo costante delle donne di casa. Quando i ragazzi crescevano si pensava al loro fidanzamento e quindi al loro matrimonio già  dalla tenera età.

La femmina ovviamente non aveva diritti di scelta, lo sposo era scelto dalla famiglia, anche se alcune volte i ragazzi trovavano il sistema di sposarsi con il loro amato e contro il parere dei famigliari.

Lo stesso Boccaccio ci racconta di una ragazza sorpresa dai suoi familiari a tenere in mano il ‘membro’ del suo giovane amato, mentre un altro infilava l’anello senza una cerimonia alla sua amata, rendendo il gesto una promessa valida, la chiesa poi convalidava queste unioni spontanee. Franco Sacchetti invece ci racconta che si vedevano fidanzate di 8 anni e fidanzati di 12… anche Dante fu fidanzato in tenera età con Gemma Donati.

La donna poteva essere data in marito all’età  di 12 anni con tanto di consumazione carnale, ma l’età più ‘appropriata’ era a 14 anni poi cominciava a divenire vecchie.

Diffusa la pratica dei ‘paraninfi’ di professione, ovvero dei veri e propri mediatori che mettevano in contatto le famiglie di potenziali sposi, poi subentravano dei veri e propri intermediari che conducevano le mediazioni, a volte assai lunghe a seconda degli interessi in ballo. Nel 1312 un fidanzamento tra la giovane Adimari il giovane Peruzzi duro’ 6 anni.

Maritare una ragazza era un serio problema, un esborso a causa della dote, non a caso si usava dire ‘auguri e figli maschi nei matrimoni. Senza una dote nell’aristocrazia e nella borghesia non sarebbe esistito il matrimonio.

Concluso l’accordo vi era la promessa formale di matrimonio davanti a un notaio e a dei testimoni, spesso pronunciato davanti a una chiesa o davanti al palazzo di una delle due famiglie, o davanti al Palazzo dei Priori. La cerimonia era chiamata ‘sposalizio’ o ‘mogliazzo’, venivano scambiati gli anelli tra le due parti che così erano vincolate tra loro.

Anche se con il tempo si cercò di far conoscere sempre i futuri sposi tra loro, a volte i due non si erano neanche mai incontrati prima del passo. Il fidanzato, se di famiglia ricca dava due anelli alla sposa, uno d’oro e uno d’argento. I due padri degli sposi si stringevano la mano per suggellare il patto, da qui nasce il termine ‘impalmare’ una figlia cioè i due palmi delle mani dei capi famiglia che si stringono in accordo.

La promessa era indissolubile e quando non mantenuta veniva lavata nel sangue, come accade al giovane Buondelmonte che aveva promesso di sposare una figlia degli Amidei ma si era fidanzato con una Donati.

Fu trovato a Ponte Vecchio ferito a morte ai piedi della statua di Marte (quella dei cattivi presagi) il giorno di Pasqua del 1215. Probabilmente questo fu il pretesto per l’inizio di una delle tante guerra civili che lacerarono Firenze. Per questo Dante in un passo del Paradiso scrisse sarebbe stato meglio che il giovane fosse morto annegato nell’Ema prima di raggiungere Firenze.

Potevano passare anche 2 anni prima del matrimonio, intanto i giovani si conoscevano e si corteggiavano, ovviamente sempre sorvegliati dai parenti. La dote della sposa era fissata davanti al notaio. La festa di matrimonio poteva durare fino a 3 giorni ed ospitare numerosi invitati. Il primo banchetto veniva fatto a casa dello sposo, il secondo 8 giorni dopo quando la giovane sposa ritornava a casa dei genitori per poi stabilirsi definitivamente a casa dello sposo.

A Firenze come in altre città del medioevo per dimostrare l’avvenuta consumazione del matrimonio, potevano venire esposti gli indumenti intimi macchiati di sangue segni tangibili della perduta verginità  della giovane.

Liberamente tratto da “A Firenze ai tempi di Dante di A. Antonetti”

Riccardo Massaro
Viaggio indietro nel tempo nella Firenze di Dante, 6 parte
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