“ARS MEDICORUM ET AROMATORUM” 

Questa Corporazione faceva parte delle sette Arti Maggiori nella città di Firenze. Nello Statuto del 1314 il più antico, rogato dal Notaio Ser Michele di Soldo da Gangalandi, viene descritto come è strutturata. E’ redatto in latino, e inizia lodando la religione e l’autorità politica, iniziando dal sommo Pontefice, dal Podestà, dalle Capitudini del Comune, dei Priori delle Arti, del Gonfaloniere di Giustizia, dei Consoli e di tutta l’Arte dei Medici e Speziali e Merciai di Firenze. Contiene una serie di disposizioni di diritti e doveri principalmente dirette al bene della Corporazione, e per i suoi iscritti. L’Arte era retta da sei Consoli (due per sezione), coadiuvati da un Camerlengo, di un Notaio, dodici Consiglieri, diciotto Buonomini, sei Statutari (redattori dello Statuto) e tre Officiali.

L’elezione dei Consoli avveniva due volte l’anno, la durata dell’incarico era di sei mesi: alla metà di giugno e a dicembre. Al momento della nomina dovevano dimostrare di essere veri Guelfi. Essi si radunavano tutti i venerdì, o se questo era festivo il primo giorno disponibile. Anche l’incarico del Camerlengo durava sei mesi, al momento della nomina, doveva versare a garanzia sull’onestà del suo operato una somma di 300 fiorini piccoli.

I medici rappresentavano l’aristocrazia del sapere e della cultura, venivano subito riconosciuti per i loro abiti scarlatti ornati di pelle di vaio, portavano un berretto dello stesso colore, alle mani indossavano guanti, ed erano accompagnati da un assistente (accolito).

Dopo la terribile peste avvenuta nell’anno 1348, (della quale ci parla il Boccaccio, nelle novelle del suo Decamerone) “otto savi e provvidi uomini”, provenienti dalle sette Arti Maggiori e uno dalle Minori, provvidero ad aggiornare lo Statuto dell’Arte.

I medici come si intende oggi, erano chiamati Cerusici e ne erano la maggior parte. Il loro nome, deriva dal greco (cheir-cheiros: mano, ed ergon: lavoro, divenuto in latino chirurgicus: chirurgo, storpiato in seguito nella lingua volgare in cirusicus- cirugico: cerusico. Molti si specializzavano presso l’antica scuola di medicina la “Salernitana”, considerata la migliore Università. Alla fine degli studi, i Cerusici pronunciavano il giuramento di “Ippocrate” (il più famoso medico della Grecia antica). Con questo giuramento si impegnavano ad agire con coscienza, soccorrere tutte le persone senza alcuna distinzione di razza o religione. Oltre a loro erano immatricolati: i merciai, i dipintori (pittori), i vetrai, i miniatori, i barbieri, i cartolai, i funaioli, i beccamorti, e le levatrici (le ostetriche).

Nel Medio Evo la medicina era praticata in modo primitivo. In pratica i Cerusici erano anche filosofi, stregoni e maneggioni, curavano i malati con metodi strani, sconfinanti nella magia e l’astrologia. Queste cure portavano il più delle volte alla morte del paziente che si affidava a loro per guarire dalle loro malattie. Si credeva che nel corpo umano ci fosse l’umore nero, causa principale di tutti i mali, pertanto venivano praticate delle incisioni per far sgorgare il sangue malato, oppure sulle incisioni si applicavano delle sanguisughe per cavare il sangue. Queste piccole operazioni erano anche affidate anche ai barbieri, e a norcini ambulanti, i quali per il loro lavoro potevano tagliare e persino cavare denti.

Per stabilire di quale malattia soffrisse il poveretto capitato nelle loro mani, si procedeva all’esame delle urine. Cioè, il liquido raccolto in una ampolla veniva guardato lungamente, controllandone il colore e la densità. Non conoscendo alcun sistema per far soffrire il meno possibile il paziente, durante operazioni o amputazioni, non essendo stato trovato un anestetico, procedevano a dargli una bastonata sulla testa, ad ubriacarlo con vino altamente speziato, o praticare una addormentatura con una spugna “Spongia sonnifera” imbevuta di belladonna, laudano e papavero. Molte volte in seguito a queste pratiche di anestesia, il paziente non si risvegliava, passando direttamente dalla vita alla morte.

Per le ferite più gravi e le amputazioni, per evitare l’insorgere della cancrena, si provvedeva a cauterizzare la cicatrice del moncone, con un ferro arroventato. Un esempio di una amputazione di un arto ferito, prossimo alla cancrena, è quella fatta nel 1526 a Giovanni dalle Bande Nere comandante le truppe del Papa, ferito ad un ginocchio, da un colpo di “Falconetto” (bocca da fuoco della artiglieria leggera) durante una battaglia combattuta a Governolo (MN). Per resistere al dolore, chiese un finimento di cuoio da cavalli per mordere, e sostenne l’amputazione e la cauterizzazione del moncherino.

Mentre erano molto abili a curare le fratture, ridotte con fasciature rigide e steccature dell’arto rotto. Per curare la “gotta”, la malattia dei ceti abbienti, oltre a far bere al malato strani intrugli con perle triturate e sciolte nel vino, i pazienti dovevano fare bagni e fanghi nelle acque termali. Lorenzo de Medici, come tutti quelli della sua famiglia ne soffrì per tutta la vita, e malgrado le cure propinategli dai Cerusici ne morì.

A questa Arte erano immatricolati gli Speziali i farmacisti dell’epoca. Questi preparavano i decotti, e le pillole ordinate dai Cerusici. Nelle loro botteghe (le Spezierie), si potevano trovare e vendere le spezie venute dal lontano oriente (la più usata era il pepe, veniva messo nei cassoni della biancheria per profumare), le erbe mediche coltivate nell’Orto Botanico in latino “Botanicum herbarium” chiamato anche giardino o orto dei “Semplici” (varietà vegetali con virtù medicamentose). Profumi, colori per pitture, cera, candele, carta e inchiostro, zucchero, allume, cinabro, trementina e via dicendo. Negli scaffali, troneggiavano gli “Albarelli”, le Storte, le serpentine, gli alambicchi, con alle travi del soffitto c’erano fasci di erbe e fiori di camomilla, malva, papaveri ecc. Erano anche ritrovi per letterati e scienziati che si incontravano per discutere e filosofeggiare.

Con il passare del tempo, e lo svilupparsi della farmacopea ha fatto sì che le antiche Spezierie diventassero a tutti gli effetti delle farmacie, di cui ancor oggi vi è traccia nella città. Queste Spezierie erano direttamente gestite da importanti famiglie come i Toscanelli dal Pozzo, il suo rappresentante più famoso Paolo, era dottore in medicina, astronomo, cartografo e matematico. Possedevano due botteghe nella zona di Santa Croce.

Una Spezieria della Famiglia Grazzini fu aperta nel 1265 all’angolo di piazza San Giovanni e via Borgo San Lorenzo di fronte al Canto alla Paglia, è conosciuta anche con il nome popolare di farmacia del Canto alla Paglia. Nei suoi locali nel 1582 venne fondata l’Accademia Crusca da Anton Francesco Grazzini detto il “Lasca”. E’ riconoscibile per la sua insegna: la testa di un “Moro”, con questo nome è conosciuta ancora oggi. La farmacia all’insegna del “Moro”.

Un’altra spezieria conosciuta con il nome di “Diamante, si trova ancora oggi in attività, al “canto al Diamante” all’incrocio fra via Calzaioli e via Porta Rossa, era stata aperta e gestita dalla famiglia Forini, quando le strade si chiamavano via dei Caciajoli e via di Baccano.

La Spezieria del Canto alle Rondini si trovava in un palazzo della famiglia Uccellini e da loro gestita. Oggi l’immobile è stato distrutto e l’odierna farmacia è situata sulla cantonata fra via Pietrapiana e via Martiri del Popolo

Anche gli ospedali, avevano le loro Spezierie e l’orto botanico per coltivare le erbe mediche, gestite in proprio per curare gli ammalati. L’antico Ospedale di Santa Maria Nuova aveva il suo erbario, si trovava nell’odierna via Sant’Egidio. Oggi ha da poco riattivato il suo giardino dei semplici, coltivando come un tempo le erbe medicinali.

I monasteri coltivavano le erbe medicinali per il loro fabbisogno, e per la vendita nelle loro Spezierie. Oggi rimane in attività la farmacia e profumeria della chiesa di Santa Maria Novella, mentre da pochi anni ha cessato l’attività la farmacia del convento di San Marco.

Nella città di Firenze, per poter accedere alla carriera politica, i candidati dovevano essere iscritti ad un Arte, il grande poeta Dante Alighieri, profondo conoscitore della filosofia, alternata con lo studio della chirurgia della medicina e delle scienze naturali, venne iscritto nella matricola dei medici.

Domenico di Giovanni detto “Burchiello”, barbiere-flebotomo (incisore delle vene per i salassi), era anche un poeta, con poesie particolari chiamate alla sua morte “alla Burchia”.

Per limitare al massimo il proliferare di Corporazioni, che altrimenti sarebbero aumentate a dismisura, vi furono associati vari mestieri. Infatti a quest’Arte, si trovano aggregati: i pittori, i funaioli, i cartolai, i vetrai e i beccamorti. Nella matricola dei pittori si trovano nomi di artisti famosi: Giotto, Masaccio, e Paolo di Dono detto Paolo “Uccello”, e altri.

La sede dell’Arte, si trovava in via dei CavaIieri nelle case dei Lamberti, tra via Pellicceria e la chiesa di San Miniato fra le Torri. Per Santo protettore venne scelta la Madonna della Rosa: Madonna in trono con in collo il bambino, con nella mano destra una rosa, veniva festeggiata il giorno otto settembre natività della Beata Vergine Maria (chiamata popolarmente “Nostra Donna”. Come tutte le altre Arti, ebbe il patrocinio della chiesa di Santa Reparata, e dell’Ospedale di San Barnaba. Fondato a ricordo della vittoria su Arezzo nella battaglia di Campaldino.

Come tutte le altre Corporazione, volle fare erigere una statua da posizionare sulla facciata della chiesa di Orsanmichele, così nel 1399 commissionò l’opera allo scultore Piero di Giovanni Tedesco. Il giorno della festa, veniva sospeso il lavoro, e i Consoli, il Camerlengo, i consiglieri, i Buonomini, si recavano in corteo alla chiesa per l’offerta dei ceri e l’omaggio alla sacra immagine. Oggi la statua originale, è stata sostituita con una copia e ricoverata all’interno insieme alle altre. Inoltre sulla facciata della chiesa, si trova un tondo con rappresentata l’immagine della Vergine con in collo il Bambinello che tiene in mano una rosa.

Nel Corteo della Repubblica Fiorentina, l’Arte dei Medici e Speziali, sfila con il gruppo delle sette Arti Maggiori. L’alfiere, indossa un giubbone di panno azzurro bordato di bianco con maniche trinciate di bianco, berretta azzurra/bianca con piume multicolori. Sulla parte sinistra del giubbone, porta uno scudetto con rappresentata la Madonna in trono con il bambino in collo al naturale, in campo bianco. Cinturone di cuoio con fodero e spada, borsetta con rappresentata l’insegna dell’Arte, calzamaglia bianca e azzurro, scarpe marroni a piè d’orso e bandiera rappresentante l’insegna.

Alberto Chiarugi
Arte dei medici e speziali

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