La nonna lo chiamava “l’arco del Perini” e chi sia stato questo Perini nessuno lo ha mai saputo, né lei che da bambina ne sentiva parlare, né tanto meno noi che, seduti davanti a lei nell’angolo più raccolto della cucina, la guardavamo, avvolta nello scialle di lana grigia, le dita intrecciate nell’incavo ampio del grembo, e aspettavamo che incominciasse a raccontarci la lunga “favola” della sua povera vita.

Dall’arco del Perini un piccolo ingresso protetto da una volta di intonaco crepato, che da viale Principessa Clotilde ora Don Minzoni, immetteva in un cortile lungo ed angusto su cui si affacciavano e si affacciano tuttora esterni modesti di case e di fondi senza luce , la nonna passava ogni mattina a sei anni per recarsi al lavoro in una lavanderia dove le davano da riportare la biancheria pulita, piegata in ceste più grandi di lei, che la facevano muovere con equilibrio precario, ma che con salda e caparbia volontà cercava sempre di non fare cadere.

La mamma le dava un soldo per prendere l’omnibus ma lei, che bambina non era mai stata e che non si era mai potuta permettere l’incanto di un’infantile irresponsabilità, cercava di saltare sull’omnibus in movimento per agganciarsi alla ringhiera posteriore e “salvare” quel soldo che,
come una conquista, avrebbe reso, trionfante, al ritorno a casa.

Raccontava che il vino appariva in tavola solo per le feste comandate e una volta alla settimana si mangiava la “mescolanza” , brandelli di carne residuati dai tagli giornalieri che venivano raccolti dai macellai e poi venduti a peso come “assaggi di bovino” che l’esperienza e la miseria di una brava massaia riuscivano a trasformare in passabile pietanza.

Una volta la nonna era stata mandata a prendere un po’ di questa mescolanza ed essendole avanzati pochi centesimi si era permessa di comprare sulla strada del ritorno l’oggetto del desiderio che si portava nel cuore: una piccola fiaschetta di anacini, piccole sfere dolci color cielo, che si scioglievano piano sulla lingua in una macchia gustosa di azzurro.

Toddler falling down. She is falling, with a splash, into a puddle of rain water in the road.

Arrivata tutta lieta all’arco del Perini un ostacolo imprevisto l’aveva fatta inciampare. Era caduta malamente in avanti e aveva d’istinto aperto la mano lasciando volar via la fiaschetta e il contenuto che, tra i vetri, era corso impazzito fra gli anfratti polverosi del selciato.

La nonna raccontava come ancora, da vecchia, riusciva a sentirsi dentro il dolore, la delusione cocente di aver perso il suo tesoro… Si era rialzata e, incurante del ginocchio dolente, aveva pianto senza ritegno, poggiata contro il muro e ferita, dentro, disperata per quel coraggio colpevole di aver sottratto la miseria di qualche centesimo a un povero resto altrettanto misero.

Ecco… Ogni volta che passo da quel viale e rivedo quell’arco che per me sarà sempre “del Perini” e varco il confine tra passato e presente come una Alice vecchia e disincantata, rivedo quella bambina poggiata contro il muro a piangere senza freno la sua sofferenza . E cento, mille fiaschette vorrei ricomprarle e, riempite del mio amore, offrirgliele a piene mani affondando la faccia nel cuscino del suo seno ripagandola, grata, di quel tenero tepore che attenuava i nostri timori infantili!

E cento, mille istanti cancellerei dal mio presente per viverne uno solo insieme a lei, in questo piccolo angolo della mia città che, nel ricordo di lei, si fa immensamente grande.

Alessandra Mazzoli
L’arco del Perini

5 pensieri su “L’arco del Perini

  • 12 Novembre 2025 alle 12:30
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    Il Perini era un forno. Io mi ricordo che quando ero bambino sentivo dire dagli anziani: ” tu c’hai una bocca più grande del forno del Perini”

    Saluti, Gian Piero

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  • 11 Novembre 2025 alle 13:01
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    Ricordo bellissimo questo di sua nonna. La ringrazio di averlo scritto. Anche io ho avuto una nonna meravigliosa come la sua.

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  • 8 Novembre 2025 alle 19:04
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    Mi sono commossa nel leggere questo ricordo tenerissimo di altri tempi. Grazie !

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    • 11 Novembre 2025 alle 10:53
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      Erano realtà purtroppo consuete….. Ricordo, quando la nonna lo raccontava,la tenerezza che aveva nel sorriso mesto, come se parlando di lei,raccontasse i sacrifici dei genitori,il loro amore e la miseria vissuta con dignità.Noi nipoti abbiamo tanto imparato da lei ..il rispetto,il coraggio e i valori.Grazie per aver condiviso con me questo mio prezioso ricordo

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    • 11 Novembre 2025 alle 11:03
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      Erano realtà troppo consuete..Ricordo, quando la nonna lo raccontava, la tenerezza che aveva nel sorriso mesto, come se, parlando di lei, raccontasse i sacrifici dei genitori, il loro amore e la miseria vissuta con dignità. Noi nipoti abbiamo tanto imparato da lei… il rispetto, il coraggio e i valori. Grazie per aver condiviso con me questo prezioso ricordo

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