Villa Pecori Giraldi, sala degli stemmi stemma arte del cambio.

L’Arte del Cambio, era una delle sette Arti Maggiori, forse la più importante. Si ha notizia della sua nascita nel 1202, quando si staccò dall’Arte dei Mercatanti o di Calimala alla quale era stata unita.

Si strutturò con sei Consoli così distribuiti; Due per ognuno dei distretti di Mercato Vecchio e uno per ognuno dei distretti di Oltrarno e di Orsanmichele. Ne facevano parte i cambiavalute, attività più numerosa, i commercianti di pietre preziose e chi praticava il deposito ed il credito locale ed estero. C’erano i “magistri” i soci della corporazione, gli apprendisti il cui tirocinio durava dai 4 ai 10 anni, ed i sensali che prestavano la loro opera nelle campagne. Quest’ultimi erano i più numerosi.

Nel secolo tredicesimo il sistema monetario fiorentino si basava su quello europeo, con la monetazione argentea introdotta da Carlo Magno, che aveva come unità di conto il “Soldo d’argento” con i suoi multipli. In Toscana circolava il “Grosso d’argento” veneziano coniato nelle città di Pisa e Lucca del valore di quattro “Denari”.

Nell’anno 1252 i fiorentini, decisero di battere una propria moneta d’oro del peso di 3,53 grammi, alla quale venne dato il nome di Fiorino. Sulla parte anteriore era impresso il Giglio di Firenze e la scritta “Flor”, sulla posteriore l’immagine di San Giovanni Battista. Questa moneta fu la fortuna della città portandola al suo massimo splendore. Conosciuta in tutta l’Europa come è conosciuto oggi il dollaro, veniva accettata e usata nelle compra vendite, per la sua solidità riconosciuta e mantenuta, del suo peso, che veniva controllato per evitare che il bordo fosse limato per ricavare un po’ di polvere d’oro. Questa operazione aveva il nome di “calia”.

La garanzia del suo valore del peso e della purezza dell’oro, era data dalla figura del Battista. Nacque un detto ancora oggi usato dal popolo; San Giovanni un vole inganni. La sorveglianza sulle falsificazioni della moneta era strettissima. Coloro che erano trovati a falsificare o a limare il bordo per raccogliere la polvere d’oro, venivano arrestati portati nel palazzo del Bargello e sottoposti al giudizio del Capitano del Popolo, che li infliggeva severe punizioni e molte volte il taglio della mano destra.

Gli Zecchieri scelti di volta in volta fra gli iscritti alle Arti del Cambio e Mercatanti, apponevano in piccolo il loro stemma e l’iniziale del nome sulla moneta sotto la mano destra dell’immagine del Battista, e dopo il “saggio” scrivevano nel registro “fiorinaio” il numero delle monete battute il peso e il loro nome e stemma.

Dall’anno 1352 ebbe la sede in piazza della Signoria sotto la “tettoia dei pisani”, (andata distrutta nel risanamento del centro cittadino nel 1871 insieme alla torre degli Infangati e alla chiesa di Santa Cecilia) vicino a quella dell’Arte dei Mercatanti.

Dopo tanti anni di ricchezza, al tempo dell’assedio del 1530, iniziò il lento declino. La Repubblica confiscò una parte dei beni per sopperire alle spese della guerra. Stante la carenza del metallo aureo, venne emanata una provvisione per raccogliere l’oro e l’argento ancora presenti nella città, sia dai privati cittadini che dai luoghi sacri.

Vennero battute monete d’argento, aventi da un lato il Giglio e sull’altro una croce con una corona di spine, del valore di mezzo Ducato. Uno Scudo d’oro sottile con da un lato la croce coronata di spine, una iscrizione ricordava che solamente Gesù Cristo era l’unico signore di Firenze, e dall’altro una scritta relativa al popolo fiorentino, l’iniziale dello “zecchiere” e lo stemma della famiglia dalla quale proveniva. Infine il “Grosso” da 7 Soldi o Grossone. Queste monete furono coniate per pagare i Capitani, le truppe mercenarie, e coloro che lavoravano alle difese della città. Il rimanente dei beni venne usato da Cosimo I° de’ Medici per la costruzione degli Uffizi. Da allora la decadenza fu inarrestabile, fino a quando nel 1770 Pietro Leopoldo di Lorena ne decretò la fine.

La prima sede della Zecca, si trovava nei locali situati in Palazzo Vecchio. La forza motrice per muovere i magli era data dall’acqua del torrente Scheraggio, che scorreva li vicino. Per un certo periodo di tempo, la Zecca ebbe la sede nella stanza sotto la Loggia della Signoria, infine con la costruzione del terzo cerchio delle mura di cinta venne trasferita in una torre terminale chiamata di San Francesco, posta vicino al fiume Arno che forniva la forza motrice, oggi è conosciuta come torre della Zecca Vecchia. Usata prima come deposito delle armi. Infine ebbe l’ultima sede alla Fortezza da Basso denominata Zecca Nuova.

Nel momento di massimo splendore gli iscritti, esercitavano l’attività di cambiavalute. Erano stanziati in massima parte in Mercato Vecchio, dove seduti al loro banco, con al collo una borsa chiamata “scarsella” scambiavano le monete di varia provenienza con la moneta corrente in Firenze tenendo conto delle variazioni del mercato.

I guadagni maggiori provenivano dai prestiti con interesse e dal trasferimento di somme di denaro, nei mercati europei usato preferibilmente dai mercanti, permettendo loro di viaggiare senza portarsi dietro ingenti somme di denaro contante. Questa operazione consisteva nell’emissione della “lettera di cambio”, stipulata con un atto notarile, con il quale il banchiere dietro al versamento di una somma di denaro, rilasciava al richiedente una cambiale, da presentare per la riscossione presso la filiale del banco nella città dove si trovava, ricevendo la cifra uguale a quella versata al momento della partenza.

I Cambiatori, finirono per unirsi con i Banchieri, il cui lavoro consisteva nel prestare danaro ad alti interessi, sconfinando nello strozzinaggio. La chiesa cristiana ha sempre considerato l’usura un grave peccato, da essa condannato. Confermato nei Concili di Lione del 1274, Vienna nel 1311, e ne vietava la pratica ai cattolici. Per tale motivo la professione era riservata agli ebrei, portandoli a sviluppare attività finanziarie.

Molti personaggi famosi praticarono l’usura, prestando soldi ad alti interessi. Fra questi racconta il Davidsohn, nella Storia di Firenze, la esercitasse anche Giotto. Il quale possedeva dei telai che affittava a prezzi molto alti. Anche se la chiesa considerava questa professione un grave peccato, si serviva dei banchieri fiorentini per riscuotere le decime, gli introiti del patrimonio di San Pietro e quelli derivati dalla vendita dell’allume.

I banchieri più potenti erano rappresentati dalle famiglie Bardi e Peruzzi, i quali prestavano denaro a Re, Papi e Imperatori. Fatto sta che durante la Guerra del Cento anni, fra francesi e inglesi, sovvenzionassero i due Re. Edoardo III° d’Inghilterra nel 1339, chiese loro un forte prestito con la promessa di restituirli con tutti gli interessi, e di pagare anche il debito contratto dal re di Francia. Ma questo prestito non venne mai restituito, gli inglesi persero la guerra e nell’anno 1346 le due Compagnie fallirono, trascinando con se tutti coloro che vi avevano partecipato.

Dopo molte richieste da parte delle Arti, nell’anno 1404 la Signoria, emanò un ordinanza con la quale dava loro il permesso per erigere dei tabernacoli con le statue dei Santi protettori, alla chiesa di Orsanmichele. Venne bandito dall’Arte del Cambio nel 1421 un concorso per la costruzione della statua del Santo protettore San Matteo. Della commissione giudicatrice, faceva parte Cosimo “il Vecchio” de’ Medici. Lorenzo Ghiberti si aggiudicò la gara, ricevendo in pagamento una somma di 650 Fiorini.

Nel Calcio in costume, l’Arte del Cambio, sfila con le sette Arti Maggiori, il bandieraio porta il vessillo; campo rosso con fiorini d’oro sparsi (addenaiato), giubbone e cappello con stoffa damascata, calze giallo rosse, spada, e scarpe marroni a piè d’orso. C’è anche la figura del Camerlengo, reca in mano un forziere con Fiorini, battuti al sistema antico da un orafo fiorentino, che li ha donati al Comune per portarli in corteo.

Alberto Chiarugi

L’arte del Cambio e il Fiorino.

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