ZINGARATE ALLA AMICI MIEI

Le burle ai malcapitati e ai contadini: 1° parte Pievano Arlotto Mainardi
Le burle ai malcapitati e ai contadini: 2° parte Bruno e Buffalmacco
Le burle ai malcapitati e ai contadini: 3° parte lo scherzo dell’orsa
Le burle ai malcapitati e ai contadini: 4° parte Filippo Brunelleschi Lapi

Uno scherzo del quale è stato l’ideatore Filippo Brunelleschi Lapi, insieme a dei suoi amici con i quali si ritrovava spesso a cena. A questa allegra brigata di soli fiorentini, oltre al celebre architetto autore della costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore, e altri compari di condizione sociale alla sua, faceva parte un ebanista a nome Manetto Ammanatini detto il “grasso”. Una sera non si presentò alla cena alla quale partecipavano tutti gli altri. Sentendosi offesi dal comportamento del legnaiolo, studiarono il modo di fargli uno scherzo molto cattivo. Filippo fu incaricato dagli altri commensali di ordire una beffa. Si trovarono d’accordo nel far credere a Manetto, di essere un’altra persona. Precisamente tale Matteo Mannini fannullone e nullafacente, abituato a vivere alle spalle dei parenti.

Il Brunelleschi il giorno appresso, si recò alla bottega del “grasso” in piazza San Giovanni. Quando se lo trovò davanti gli chiese dove si trovasse in quel momento sua madre. Manetto rispose dicendo che monna Giovanna, era andata a fare il bucato al loro appezzamento di terreno, non molto lontano. Aggiunse che erano passati due giorni da quando era partita ed ancora non era tornata, e ciò lo faceva stare in pensiero. Filippo disse di dover fargli presente di una tresca amorosa fra il prete di quel posto e sua madre. Oltre tutto era un bell’uomo giovane, ricambiato delle sue attenzioni verso Giovanna, rimasta vedova da molto tempo, ed essendo ancora giovane aveva il desiderio di appagare i sensi.

Il legnaiolo lo ringraziò per la rivelazione che gli aveva fatto, dicendo che la mattina di poi avrebbe raggiunto il prete e lo avrebbe bastonato. Ma Filippo gli disse di non farsi prendere dalla rabbia, e di ragionare da persona tranquilla. Mentre parlavano approfittando di un momento in cui il legnaiolo era distratto, prese la chiave della bottega affissa ad un chiodo e se la mise in tasta. Poi con tranquillità disse a Manetto di andare alla Santissima Annunziata a pregare, e la mattina dopo tranquillo sarebbe andato alla campagna per mettere in chiaro la situazione creatasi fra sua madre e il giovane prete. Il “grasso” chiuse la porta della bottega e insieme a Filippo andò a pregare.

Entrati in chiesa, mentre il legnaiolo prendeva l’acqua benedetta il Brunelleschi rimaneva indietro, e avvicinato un suo compare che stava ad aspettarlo, con mossa furtiva gli dette la chiave. Mentre pregavano l’altro usciva per recarsi alla bottega a preparare la beffa. Appena giunto accese un gran fuoco, indossò degli abiti dell’ebanista e finse di lavorare. I due intanto usciti dalla chiesa stavano tornando in piazza San Giovanni, quando vennero fermati da due Birri. Venne loro chiesto di dichiarare le generalità, il “grasso” disse di chiamarsi Matteo Ammanatini, e di tornare alla sua abitazione per andare a riposarsi. I due Birri gli fecero presente di aver visto poco prima il legnaiolo nella sua bottega a lavorare, e che costui li aveva dato delle false generalità.

Il pover’uomo insisteva a dire che lui era l’ebanista, abitava in piazza San Giovanni e lì aveva la sua bottega, e pregava i due poliziotti di seguirlo alla sua casa. Arrivati, dalla finestra aperta videro l’ebanista al lavoro, e malgrado le rimostranze del poveretto, lo portarono al carcere. Qualche tempo dopo arrivarono i fratelli di Matteo, confermando l’identità dell’arrestato, dissero che mancava dalla sua abitazione nascondendosi per evitare di pagare i debiti di gioco fatti. L’Ammanatini ribatteva di essere lui il legnaiolo e non l’altro. Venne rilasciato e in compagnia dei due supposti fratelli, volle andare alla sua bottega, quando vi giunse vide con meraviglia un uomo vestito con i suoi abiti. Oramai convinto di essere Matteo Mannini, si liberò dei due importuni e si recò alla casa di Filippo Scolari Il “Bano” detto Pippo Spano, per accettare l’offerta di partire con lui per andare in Ungheria a lavorare. Anni dopo ritornò a Firenze ricco e famoso, si riappropriò della sua identità della casa e della bottega.

Durante il trascorrere degli anni ci sono stati molti scherzi nella città di Firenze, anche Niccolò Machiavelli, volle descrivere uno scherzo nella sua commedia “la Mandragola”, dove con l’inganno, alcune persone si fanno beffe di un ricco mercante, riuscendo a non fargli scoprire l’inganno. Al tempo dell’assedio del 1530, il bombardiere “Lupo” con la sua arma faceva molti danni all’esercito degli Imperiali, e quando questi gli rispondevano tirandogli un colpo, se non andava a segno l’artigliere, si calava i calzoni e gli mostrava le natiche nude. Anche la partita di Calcio in Livrea, giocata sempre durante l’assedio, fu una beffa verso gli assedianti, e per maggior spregio misero trombe e tamburi sul tetto della chiesa di Santa Croce, pronti a strepitare con i loro strumenti quando gli Imperiali sbagliavano il tiro.

Alberto Chiarugi
Le burle ai malcapitati e ai contadini: 4° parte Filippo Brunelleschi Lapi

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