L’Arte dei Vaiai e Pellicciai o “Pellipari” (antico nome che indicava l’opera manuale di questi artefici). Entrata per ultima nel ristretto numero delle Arti Maggiori, ma di grande importanza per il lavoro “Artigianale e Mercantile” Mercantile perché occorrevano molti capitali per l’acquisto all’estero delle pelli, e Artigianale per la bravura con la quale i Maestri Pellicciai lavoravano le pelli.

Benché l’attività di questa Corporazione fosse documentata fino dal XII secolo, ottenne di essere riconosciuta come la settima Arte Maggiore all’inizio del 1300, quando era guidata da quattro Consoli e contava, duecento artigiani iscritti. La sede si trovava in via Lambertesca al canto del Chiasso Baroncelli (verso gli Uffizi), mentre le loro botteghe e laboratori, erano situate nell’odierna via Pellicceria, chiamata prima del risanamento ottocentesco della zona di Mercato Vecchio, via Fra Pellicciai. Più lunga e più stretta dell’attuale, iniziava dalla chiesa di San Biagio situata nella piazza di Parte Guelfa e terminava alla chiesa di San Pier Buonconsiglio nell’odierna Piazza della Repubblica.

La lavorazione delle pelli, era una antichissima e redditizia attività, dato che le pellicce impiegate erano considerate simbolo dello stato sociale e politico di chi le indossava. Venivano foderati e rivestiti gli abiti e i copricapi come segno distintivo dei Giudici. Per questi lavori venivano usate pelli di “Vaio” (scoiattolo grigio proveniente dalla Russia e dalla Bulgaria), di Lupo e di Ermellino. Non venne mai permesso ai “Cerbolattari” di associarsi, in quanto lavoravano pelli di poco pregio, di Capra, indossate dal popolo minuto e dagli abitanti del contado.

Il Vaio, era considerata come pelliccia Araldica, usata per guarnire mantelli e cappelli, in seguito anche la pelliccia dell’Ermellino divenne una pezza Araldica usata come capo di abbigliamento ricercata e costosissima. Venivano usate anche le code sia del Vaio che dell’Ermellino per abbellimento, cucite come pendagli. Inoltre venivano usati altri animali ricercati per le loro pelli: Visoni, Volpi, Orsi e Montoni. Per coloro i quali non potevano permettersi di spendere grosse cifre, si usavano pelli più economiche: Gatto e Coniglio.

Per tutto il milletrecento, i Pellicciai fiorentini, malgrado l’alta lavorazione di questi articoli di lusso, subirono la concorrenza di paesi disponenti di un porto. Tutto questo ebbe termine nel 1406, quando con la conquista di Pisa e del suo porto, poterono abbattere i costi di trasporto, raggiungendo in breve tempo la supremazia assoluta nel settore. Per la loro bravura, nel 1323 divennero fornitori della corte papale, che si trovava ad Avignone.

Le galee fiorentine, rifornivano celermente questi artigiani, trasportando dai lontani porti le pelli per la definitiva lavorazione. La merce importata si componeva di 22 tipi. Le più richieste erano: Martora, Ermellino, Vaio e Lontra. Prima della lavorazione, le pelli importate, dovevano essere conciate per essere pulite dalle impurità. Le botteghe dei conciatori, si trovavano nel rione di Santa Croce, dove esercitavano la loro attività. Nella “Concia” era molto usata l’urina, così per ovviare all’odore dell’ammoniaca che ammorbava l’aria, i loro laboratori si trovavano a ridosso delle mura di cinta. A ricordo del lavoro di questi valenti artigiani, nel quartiere di Santa Croce, si trovano le vie delle Conce, via dei Tintori e via dei Vagellai.

Due diversi sistemi di Concia erano usati per trattare le pelli. Il primo era chiamato a Morticcio su pelli secche: praticata su quelle di martora, vaio, ermellino, puzzola, volpe, gatto, agnello, e su altri animali di piccola taglia. La parte sul lato della carne, doveva essere asciutta per evitare il distacco del pelo durante la lavorazione. In un primo tempo, venivano messe a bagno tutta una notte in una vasca con acqua chiara, poi procedevano al lavaggio e alla pettinatura per eliminare i residui di carne. Veniva preparata una vasca contenente acqua, sale, e farina dove la pelle rimaneva a “mollo” da 15 a 30 giorni, a seconda della stagione e del tipo di pelle da trattare. Questo strano impasto era chiamato a “Morticcio”. Quando venivano tolte dalla vasca, venivano messe ad asciugare, infine procedevano alla battuta per togliere la farina rimasta attaccata. Alla fine di questo trattamento, il pelo risultava molto lucido.

Un altro sistema di Concia era chiamato a “Crudo” consisteva di procedere alla “Scarnitura” quando la pelle arrivava direttamente dall’Ammazzatoio – Scorticatoio. Procedevano al lavaggio con una spugna inzuppata nella “liscia” (composto preparato con: Ranno, sapone, olio e sale il tutto fatto bollire per molte ore). Questo procedimento veniva fatto più volte, dando l’impressione di essere state tolte dall’animale da poco tempo.

Venivano poi unte con olio o burro, messe in un barile contenente: “Semola”, un conciatore entrava dentro e con i piedi nudi iniziava a pigiare le pelli. Questa operazione era chiamata “follatura” praticata per molto tempo, con il caldo dei piedi nudi, e la pigiatura costante, la semola assorbiva l’unto, e si asciugavano perfettamente, rendendole morbide ed elastiche.”riflessando” le pelli (accostamento per affinità di pelo e colore), passavano alla “tassellatura”, sostituivano i pezzi carenti di pelo con altri più folti, contribuendo all’uniformità del manto. Procedevano mettendo il pezzo sul modello, prendendo la forma desiderata. Usando tecniche particolari, quali la “sgheronatura” e la “falsata”. Il tutto eseguito a “chetichelli” cioè segretamente, per non divulgare il metodo usato. Il risultato: Il lavoro era fatto egregiamente e a regola d’arte.

Ritratto di gentiluomo in pelliccia di Paolo Veronese

Le pellicce, facevano parte delle “Dònora” il corredo matrimoniale delle ragazze da maritare. Le fanciulle erano un bene da usare nelle alleanze fra le famiglie facoltose. La contrattazione prematrimoniale fra le due parti interessate, si teneva presso la loggia degli “Agolanti” al canto che fu detto del “parentado”. La promessa matrimoniale era fatta alla presenza di un Notaio, che elencava tutto quello che faceva parte del corredo. La promessa scambiata su quel canto, aveva molto valore, per cui le nozze si sarebbero tenute alla data fissata.

I ricchi mercanti di questa Arte, si costruirono i loro palazzi e torri in via Fra Pellicciai oggi via Pellicceria vicino alle loro botteghe. Queste famiglie cospique furono: gli Abbaco, i Cipriani, i Cosi, e De Nobili, gli Erri, i Giandonati, i Lamberti, i Pilli, i Palmerini, e i Toschi. Queste famiglie parteggiavano per i Ghibellini seguaci dell’Imperatore, costituirono in quelle vie il loro centro di potere, quando poi i Guelfi trionfarono, il Comune fece scapitozzare tutte le loro torri ad una altezza uguale per tutte, ed inferiori alla torre di Palazzo Vecchio.

L’Arte dei Vaiai e Pellicciai, scelse San Jacopo (san Giacomo Maggiore) come protettore, chiamato dal popolo “figlio del tuono” quando era solamente un impetuoso predicatore. La sua statua venne ordinata allo scultore Niccolò di Pietro Lamberti detto “Il Pela”, posta in una nicchia su di una parete esterna della Chiesa di Orsanmichele. Il giorno 25 luglio si festeggiava questo Patrono non solo presso la “nicchia” ma anche alla chiesa di San Jacopo nell’omonimo borgo, chiamata Sopr’Arno dato che il fiume ne lambisce l’abside. In quella chiesa, si tenevano i Divini Uffizi in forma pontificale. La sera a chiusura della festa, si teneva il Palio dei Navicelli nel fiume Arno.

Durante il regno del Granduca Cosimo I°, nell’anno 1562 l’Arte venne unita a quella dei “Maestri Cuoiai” sorta dalla fusione di tre Arti Minori: Calzolai, e Cuoiai, dando vita all’Arte dei Vaiai e Cuoiai, fin quando nel 1770 con bando lorenese, venne disposta l’abolizione sostituendola con la Camera di Commercio.

Nel Corteo della Repubblica Fiorentina, sfila con le altre sei Arti Maggiori. Il Gonfaloniere indossa un giubbone di panno nero listato di bianco con maniche trinciate di nero su raso bianco, sulla parte sinistra porta cucito lo scudetto dell’Arte, berretta piumata nera e bianca, cinturone di pelle e fodero con spada, borsetta di pelle con lo stemma dell’Arte. Calzamaglia nera e bianca, scarpe marroni di pelle a “piè d’orso”. Porta la bandiera con l’insegna: Vaio bianco e nero, con in alto a sinistra Agnus Dei in campo azzurro.

Alberto Chiarugi
Arte dei Vaiai e Pellicciai

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