C’è un luogo a Firenze dove anticamente, lungo un tratto della terza cerchia di mura, donne di malaffare si prostituivano, in un punto isolato, e lo facevano all’aperto, nei  fossati o in baracche di fango e paglia. Sia di giorno che, principalmente, di sera e di notte, vendevano il loro corpo per pochi spiccioli, ad uomini di bassa levatura morale, spesso  proprio a delinquenti. Al Comune pervenne una supplica, nel lontano Trecento, con la quale si chiedeva di bonificare quel luogo di perdizione.

Dopo averci riflettuto sopra, a qualcuno si accese la lampadina e trovò che la cosa migliore da fare  fosse quella di insediare in quei luoghi un monastero, che con la sua spiritualità avrebbe senza meno annientato la pessima fama di quella zona. Nel Trecento, la zona intercorrente tra il Duomo e Porta San Gallo era tutta campagna. Nelle carte veniva definita  “pars borealis”, e qui si estendeva il Cafaggio dei Canonici, ossia la proprietà terriera del Capitolo della Cattedrale di Santa Reparata.

I Canonici cedettero un terreno su cui, intorno al 1306, sorse questo nuovo monastero, costruito dalle monache di Santa Caterina d’Alessandria, che così si trasferivano all’interno delle mura. Provenivano dalla contrada del “vetriciaio”, in San Jacopino, e permutarono il loro convento ed i beni ad esso annessi con quel luogo sì malfamato, ma che offriva loro decisamente una maggior sicurezza, difeso dalle vicinissime mura.

Il nuovo convento venne intitolato a Santa Caterina, così come la chiesa annessa e la  via adiacente, che correva fino al centro della città. L’ordine era quello delle agostiniane, che avevano per emblema la ruota dentata, simbolo del  supplizio di Santa Caterina; a questo simbolo venne successivamente intitolata la strada lì nei pressi: via delle Ruote.

Per circa due secoli le monache abitarono in questo convento, dove avevano creato un educandato per fanciulle dell’alta società, ma furono poi costrette ad andarsene, a seguito di un’azione molto scorretta dei Canonici di Santa Reparata.

Il convento, che negli anni era stato accresciuto sia architettonicamente che patrimonialmente a seguito di lasciti e donazioni, era diventato molto appetibile per i Canonici, che non esitarono a lanciare accuse infamanti nei confronti delle monache, tacciandole di scandalo e di condotta mondana; la controversia ebbe la durata di ben sette anni, trascorsi i quali le monache vennero affossato da una bolla papale del 15 giugno 1492, che soppresse la loro comunità e disperse  le dodici monache rimaste.

Da quel momento in avanti il monastero subì continue trasformazioni: venne venduto più volte, distrutto e riedificato, soppresso e modificato e, principalmente, cambiò continuamente inquilini.

Nel Cinquecento, negli androni del  monastero, sfilarono molti ordini monacali. Vi si susseguirono gli Eremiti di San Girolamo da Fiesole, i Canonici di Santa Reparata, i Francescani di San Salvatore al Monte, i Canonici Regolari Scopetani e i Frati Umiliati. I Francescani vi dimorarono per circa venticinque anni, alla metà del  Cinquecento, e la loro sosta fu decisamente fruttuosa per il Convento di Santa Caterina.

I Francescani se lo aggiudicarono per 720 ducati, somma donata dal Granduca di Firenze, in virtù del fatto che, a capo dei monaci  Francescani si trovava Padre Francisco Pardo, spagnolo, uomo astuto e gran negoziante, padre confessore di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I de’ Medici. Padre Pardo riuscì a triplicare il monastero e, da piccolo convento periferico, lo  fece assurgere a grande monastero cinquecentesco.

Verso la fine del XVI secolo, nel 1591, la Compagnia di Santa Maria del Bigallo, ovvero la Misericordia di Firenze, lo  acquistò per farne un brefotrofio, e vi collocò bambini ed adolescenti abbandonati; nel 1615, dopo alcuni lavori di ampliamento, vi trovò sede anche il “Conservatorio delle Fanciulle abbandonate”.

Rettore del complesso era uno spedalingo che vestiva l’abito talare; per circa un secolo e mezzo il convento fornì alloggio e sostentamento a tutti i bambini ed adolescenti di entrambi i sessi, che non possedevano risorse e non avevano parenti, togliendolo dalle strade e fornendo loro un lavoro presso  le botteghe artigiane della città. In quel periodo il convento era conosciuto con il nome di “Santa Caterina degli Abbandonati”.

Nel periodo lorenese, anche questo convento subì la sorte di molti altri in città: Pietro Leopoldo lo soppresse e nei suoi locali trovò spazio qualcosa di totalmente diverso: una fabbrica. Nel 1777 venne infatti venduto per 4000 scudi alla Manifattura del Tabacco, che utilizzò i circa quaranta stanzone per la lavorazione delle foglie di tabacco.

Gli orfani ed i ragazzi abbandonati dovettero trovare una nuova collocazione: i più piccoli vennero assegnati alla Confraternita della Misericordia, mentre i più grandi vennero collocati presso alcune famiglie.

La parte del Convento destinata al Conservatorio delle Fanciulle di Santa Caterina si salvò dall’alienazione e Pietro Leopoldo vi istituì la “Scuola delle zitelle povere”, alla quale se ne aggiunsero altre tre negli altri quartieri della città e assumeranno, in seguito, la denominazione di “Scuole leopoldine”. Vi venivano accolte le ragazze del popolo “prive di educazione e di mestiere”, a cui venivano insegnati lo scritto, l’abaco e il catechismo, il cucito, la maglia,  la tessitura di lino e di lana. Da queste scuole uscirono intere generazioni di giovani donne, preparate a diventare madri di famiglia, l’unico ruolo che al tempo  poteva ambire a rivestire una donna.

Quando nell’Ottocento a Firenze arrivarono i francesi  a dominarci, venne portata a compimento la scellerata soppressione di chiese, conventi ed opere pie. Questa volta toccò all’antica chiesa di Santa Caterina che, sconsacrata e spogliata di ogni paramento sacro, divenne anch’essa uno stanzone della Manifattura. La cessione della chiesa alla Manifattura avvenne il 25 novembre 1808, il giorno della ricorrenza della Santa ed esattamente a cinquecento anni dalla  sua fondazione.

La  Chiesa di Santa Caterina che possiamo  vedere oggi risale alla metà dell’Ottocento, e  non sorge dove si trovava il monastero, ma più a sud e con un diverso orientamento. È una curiosa costruzione, che sembra quasi un rudere, con quella facciata nuda e quelle colonne che svettano nel  vuoto… Non è la realizzazione del progetto di Giuseppe Martelli, che aveva disegnato un porticato a tre archi sormontato da un timpano; è rimasta così, incompiuta, e sempre  lo sarà.

Ma torniamo al nostro ex monastero.

Nel 1819 alla Manifattura del Tabacco si affianca l’azienda del Sale e l’insieme costituirà il “Monopolio in Santa Caterina”. Il complesso del Monopolio era un tozzo fabbricato rettangolare, basso ed allungato, con finestre disuguali e non allineate, ed un bel  portone ad arco profilato di pietra di fattura cinquecentesca. Si trattava di un’entrata laterale della chiesa.

È rimasto in piedi fino agli anni cinquanta, e venne demolito  nel 1958, per costruire un palazzo che certamente non incontra la massima simpatia dei fiorentini, sia per la sua innegabile ed appariscente orridezza estetica, sia perché ospita gli uffici dell’agenzia delle Entrate.

Durante la demolizione dell’antico edificio, vennero  alla luce una cinquantina di scheletri, che vennero spazzati via insieme a mattoni e calcinacci. Si trattava dell’ossario in cui si trovavano anche i resti di Padre Francisco Pardo, che tanto fece per questo convento e che è  stato annientato da una ruspa sacrilega.

Ancora una volta Firenze non ha  risparmiato la sua storia.

Gabriella Bazzani
Tra sacro e profano: Il monastero di Santa Caterina

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