Benvenuto Cellini autobiografia
Prima parte
Il libro in mio possesso è stato stampato a Firenze nel 1926, le sue pagine sono diventate molto delicate, tanto che alcune, nonostante le mie attenzioni, solo nel girarle si sono lesionate.
Su queste è riportata la storia scritta di proprio pugno dallo stesso Cellini, nella lingua italiana parlata nel 1500. Durante la lettura si incontrano numerosi termini desueti e ormai inusitati che risultano alquanto incomprensibili, così bisogna fare un’attenta ricerca per ricostruire il racconto.
Benvenuto era figlio di Elisabetta di Stefano Granacci e di Giovanni D’Andrea di Cristofano Cellini. I due da giovani erano vicini di casa.
Il padre usciva poco, musicista particolarmente dotato, suonava la viola e il flauto. Si infatuò presto di Elisabetta e dato che i rispettivi genitori si conoscevano bene, fu molto facile per loro giungere al matrimonio. Dal loro vero amore nacque il primogenito Benvenuto, il nome venne scelto proprio dal padre, come forma di ringraziamento verso Dio per avergli mandato questo figlio.
Alla veneranda età di 58 anni (almeno per l’epoca), Benvenuto decide di scrivere la sua biografia e lasciare così una testimonianza della propria vita. Crede che un uomo importante, che abbia virtù e capacità (come le sue), debba lasciare, ma non prima di aver compiuto 40 anni, qualcosa che testimoni il proprio operato.
Iracondo, bugiardo, altezzoso, attaccabrighe e anche assassino. Nonostante i gravi difetti, i suoi atteggiamenti e le azioni non possono essere giudicati con la mentalità e i criteri di oggi, un po’ come succederà per Caravaggio un secolo dopo. I due non sono poi così dissimili: genio e sregolatezza.
Cellini è ricordato ancora oggi come un grande artista. Abile orefice, scultore e disegnatore, ma non certo grande scrittore, come dimostra nella sua biografia, a volte confusa e anche contraddittoria.
Nella vita privata pare fosse particolarmente generoso ed attaccato alla famiglia. Non di rado aiutava chi era in difficoltà.
Il padre volle, nonostante Benvenuto fosse fortemente reticente, che imparasse a suonare. I Cellini erano i protetti dei Medici e quando Leone X divenne papa, il padre assunse subito la carica di gonfaloniere. Benvenuto, intanto, anche se poco volentieri, continuava a suonare, ma intanto si dedicava alacremente ad imparare l’arte orafa.
A quindici anni finalmente entrò in una bottega come aiutante orafo.
Ancora molto giovane, si trovò coinvolto in una lite armata a causa del fratello che si era scontrato in duello con un coetaneo. Presso Porta San Gallo riuscì a tenere testa ai rivali del fratello fino all’arrivo dei soldati, che posero fine allo scontro. I suoi avversari vennero esiliati per un lungo tempo, ma anche lui e il fratello furono puniti, così furono costretti a lasciare la città e rifugiarsi a Siena.
Quando però il cardinal de’ Medici fu eletto papa Clemente VII, questi li fece tornare a Firenze. È in questa occasione che il padre di Benvenuto chiese espressamente al Papa di mandare il figlio a Bologna dove poter imparare meglio l’arte della musica sperando che diventasse la sua professione. Ma Benvenuto continuava a detestare questa attività, così contemporaneamente continuò a studiare come orefice, riuscendo ad entrare in casa del miniatore bolognese Scipione Cavalletti. “Lavorando per grazia di Dio con questo giudeo”, con il quale ebbe modo di crescere professionalmente e guadagnare facendo un lavoro che amava.
Dopo sei mesi Benvenuto tornava a Firenze. Il padre capì che la sua ambizione di fare l’orafo era troppo forte, così lo mandò a Pisa dal maestro Olivieri della Chiostra, dove per un anno lavorò oro e argento con grande impegno e ottenendo sempre migliori risultati. Tornato a Firenze per accompagnare il suo maestro per alcune faccende da sbrigare, si ammalò e fu costretto a rimanere in città per rimettersi. Qui il padre volle sentirlo suonare, nonostante non avesse più toccato lo strumento da tempo, Benvenuto lo accontentò dimostrandogli tutta la propria immutata bravura. Nel frattempo arrivava a Firenze Piero Torrigiani dall’Inghilterra, questi vide dal maestro di Benvenuto i disegni eseguiti dal giovane artista, rimanendone fortemente colpito.
Dovendo fare un lavoro per il monarca inglese, Torrigiani pensò di prenderlo con sé come aiutante. Altri disegni finirono invece in mano a Michelangelo Buonarroti, anche lui colpito dalle raffigurazioni, li fece vedere a Leonardo da Vinci, che in quel periodo lavorava nella sala del Consiglio del Palazzo della Signoria, per immortalare in un dipinto i fiorentini che conquistavano Pisa (8 giugno 1509).
Quando da giovane Torrigiani e Buonarroti lavoravano nella chiesa del Carmine alla cappella del Masaccio, Michelangelo, che era un giovane scalmanato dedito a fare scherzi piuttosto pesanti ai suoi compagni e soprattutto al Torrigiani, in un’occasione questi perse la calma e lo colpì con un pugno sul naso rompendogli il setto nasale e lasciandolo segnato a vita.
Avendo Cellini un grande rispetto per Michelangelo, a causa di questo fatto, sdegnato, si rifiutò di seguire l’irrispettoso Torrigiani in Inghilterra. Continuò allora a lavorare e a studiare rimanendo a Firenze l’arte di Michelangelo finché conobbe Francesco, il figlio di fra Filippo, per cui creò un’opera molto bella d’argento in bassorilievo da apporre su una fibbia. In questo periodo Cellini lavorava anche per Francesco Salimbene, il quale rimase molto colpito da questa realizzazione.
Conobbe poi Giovan Battista detto il Tasso, un bravo intagliatore di legname, lo invitò a partire con lui per lavorare a Roma. Qui arrivò all’età di 19 anni fermandosi nella bottega del maestro Giovanni da Firenzuola di Lombardia, molto esperto in lavori di vasellame. Verrà incaricato dal suo padrone di fare un’opera in argento per un alto prelato. Per questo incarico prenderà spunto da un soggetto in porfido che era posto davanti al Pantheon di Agrippa a Roma.
Realizzò in seguito una saliera con la quale guadagnò una bella cifra ed ebbe tanti riconoscimenti. In seguito ad una violenta lite con il suo maestro che non voleva pagarlo per dei lavori eseguiti, arrivò a mettere mano alla spada, per fortuna senza conseguenze. Cellini cambiò così maestro trovandolo in Pagolò Arzago.
Dopo due anni nell’Urbe, visto che il padre lo pregava da tempo di tornare, con una bella somma guadagnata, ritornò a Firenze trovando impiego presso le botteghe di Salimbene e Lippi.
Entrato in lite con alcuni artisti invidiosi e gelosi durante una discussione, uno di loro lo colpì con un oggetto pesante, Cellini, che non si faceva menare per il naso da nessuno, piccato rispondeva all’affronto colpendo alla tempia il provocatore con un pugno facendolo svenire. Poi, impugnando un coltello, minacciò tutto il gruppo di invidiosi, i quali alterando i fatti a loro favore lo denunciarono.
Il processo vide ingiustamente accusato Cellini di aver rifilato un ceffone invece che un pugno. Paradossalmente all’epoca il gesto era ritenuto per la legge un affronto più grave del pugno. Terminato il processo senza conseguenze, Benvenuto uscì di corsa dal tribunale per andare a casa di chi lo aveva ingiuriato e prendendo in mano un coltello ferì il responsabile, per poi scontrarsi con il resto dei familiari.
Fuggendo per non farsi arrestare, incontrò frate Alesso Strozzi, che lo aiutò mettendolo al sicuro e nascondendolo. Ovviamente il Tribunale degli Otto venendo a conoscenza dell’accaduto gli comminò una pesante condanna: l’impiccagione. Cellini però si travestì, grazie all’amico frate, da monaco e riuscì a sfuggire alla condanna riparando a Siena.
Cellini sottolinea sempre tra le sue pagine l’affetto che prova per le persone rispettose e al contrario evidenzia con enfasi il fastidio che prova invece per quelle invidiose, con cui spesso entra in lite non solo verbalmente.
A Roma Cellini cominciava a guadagnare piuttosto bene e così poteva aiutare il padre rimasto a Firenze, nella bottega realizzò dei bei lavori di oreficeria.
Quando nell’Urbe conobbe Giangiacomo Piffero da Cesena, questi gli chiese di aiutarlo a presentare un concerto per Clemente VII dove avrebbe dovuto suonare il suo cornetto. Il papa rimase molto contento di questo giovane suonatore e volle prenderlo al suo servizio per inserirlo tra i suoi musici, ma Giangiacomo gli spiegò che Benvenuto era in realtà un orafo, il papa allora sorpreso e ancora più contento pensò di poter sfruttare entrambe le doti artistiche del giovane a suo vantaggio prendendolo con sé.
Cellini cominciò ad eccellere sempre più nel suo campo e a farsi conoscere per i suoi lavori tanto da riuscire ad aprire una sua bottega.
Siamo nel 1524 quando Cellini, durante una festa, sentì un soldato agli ordini di Renzo da Ceri, che mentre si sollazzava in compagnia di una donna di dubbi costumi sbeffeggiava i suoi compatrioti fiorentini . Alchè Cellini si presentò all’uomo che ancora altezzosamente continuava a disprezzare i fiorentini, così offeso gli elargì una sonora sberla. Prima che la lite degenerasse, i due vennero divisi dai partecipanti alla festa. Il giorno dopo però arrivava a Cellini un cartello di sfida dal soldato percosso che lo invitava ad un duello d’onore per lavare l’onta subita. Accompagnato dal Bevilacqua, un suo amico abile con la spada, affrontò coraggiosamente ma senza spargimenti di sangue il suo avversario. Cellini in questo passaggio non è però avido di particolari e anzi, sembra preferire sorvolare su ciò che accade durante lo scontro preferendo ritornare a parlare delle sue opere, dei lavori di intaglio e delle smaltature… Strano davvero per la sua personalità, Cellini tendeva sempre ad esaltare all’inverosimile le sue prodezze, tanto da diventare poco credibile. In questo caso silenzio assoluto…
A Roma in quei tempi ci fu la peste e molti amici di Cellini morirono. Alla fine della pestilenza, gli artisti sopravvissuti formarono un gruppo al quale aderivano Michelangelo di Siena, Baldassarre Peruzzi, Giulio Romano e Gian Francesco, due discepoli di Raffaello da Urbino.
Siamo nel 1527 quando i Colonna cercano con la forza di entrare a Roma, saranno seguiti dalle truppe imperiali di Carlo V formate da spagnoli e dai famigerati lanzichenecchi. Per timore di furti e distruzioni, Piero del Bene incarica Cellini di trovare cinquanta uomini fidati per difendere le sue proprietà. È in questa occasione che con i due amici Lessandro e Cecchino, Cellini colpisce e uccide nonostante la scarsa visibilità dovuta alla nebbia, il Borbone tra le fila dei colonnesi. Intanto Renzo da Ceri e Orazio Baglioni cercavano di impedire l’ingresso del nemico in città, che riusciva comunque a profanarne le mura. Rimaneva così solo da ritirarsi a Castel Sant’Angelo, dove peraltro alcuni colonnesi erano già arrivati. Penosa la descrizione degli artiglieri sulle mura del castello che vedono depredare le loro case e i loro familiari aggrediti senza poter far nulla. Benvenuto intanto continuava a sparare con l’artiglieria tutto il giorno, colpendo i nemici che ormai dilagavano per Trastevere. Per il suo ardimento venne posto dal comandante Antonio Santacroce a presidiare con l’aiuto di alcuni soldati, cinque pezzi di artiglieria che si affacciavano su quello che oggi è conosciuto come il quartiere Prati.
In un mese di assedio sono tante le cose che accadono a Benvenuto. Una davvero assurda è quando viene colpito violentemente da un pezzo di merlo protettivo delle mura staccatosi per un colpo di artiglieria nemico. Questo lo colpisce al petto facendole svenire, creduto morto viene pianto sia dal suo comandante che dai suoi uomini, ma ecco arrivare Gianfrancesco Piffero, che oltre che di musica si intendeva anche di medicina. Questi applicava sul petto di Cellini del vino greco rovente con l’aggiunta di assenzio, che, reagendo subito, si ridestò immediatamente. Non riusciva però a parlare, perché i soldati che lo avevano creduto morto come da tradizione, gli avevano riempito la bocca di terra. Riuscito a svuotarsi la bocca, dopo aver inveito pesantemente contro i suoi compagni che lo stavano soffocando e dopo aver ringraziato Dio per essere sopravvissuto, riprese subito il suo posto tra le artiglierie.
La situazione a Roma era diventata critica, così papa Clemente VII aveva mandato a chiedere rinforzi al duca di Urbino e ai suoi veneziani. Ogni sera per avvertire i rinforzi in arrivo che il castello era ancora in mano ai papalini, venivano sparati tre colpi a salve di artiglieria e accesi contemporaneamente altrettanti fuochi sulle mura. Ma il duca, giunto in prossimità di Roma, ritenne che la situazione fosse irrimediabilmente compromessa e anzi erroneamente credette che il castello fosse ormai già stato conquistato dagli Imperiali e si ritirò.
Cellini durante gli scontri più volte aveva animosamente discusso con due cardinali: quello di Ravenna e il de Gaddi, che continuavano a camminare sulle mura per seguire la battaglia con i loro appariscenti cappelli rossi. Questi mettevano in pericolo dai colpi nemici sia loro stessi che chi si trovava vicino a loro.
C’era una locanda fuori le mura che portava come stemma un sole dipinto tra due finestre. Questa osteria era posta proprio davanti a Porta Castello e si chiamava il Baccanello. Qui, secondo Cellini, da strani movimenti che aveva notato e da rumori insoliti che giungevano, era arrivato alla conclusione che lì si fossero insediati i nemici, tra i quali ci sarebbero anche state alte personalità dell’esercito imperiale.
Lui e Orazio Baglioni che erano posizionati sulla Torre de Bini, potevano facilmente colpire la locanda. Sulla traiettoria di tiro pero c’era un barile pieno di sassi (usato come merlo o protezione), che probabilmente sarebbe caduto colpendo gli assediati. Orazio ritenne che il rischio andasse corso, anche se in quel frangente si fosse trovato il Papa! Il barile venne colpito, cadendo rovinosamente sui detestati cardinali Farnese e Jacopo Salviati, che intanto stavano animosamente discutendo su chi dei due fosse più responsabile della tragedia in atto.
Si salvarono, ma cercarono di punire subito Cellini, mandando i loro sgherri, che però si trovarono puntati contro due colubrine e dovettero desistere dal portare a termine l’iniziativa. Anche Baglioni che era accorso a difesa di Cellini fu minacciato dalle colubrine, ma il capitano era venuto esclusivamente per manifestare il plauso per l’atto compiuto, che aveva ucciso molti nemici, e quindi a difendere Cellini.
Poco dopo, dalle mura, il Papa scorse un colonnello spagnolo impegnato sulle trincee ad arringare ai suoi. Lo riconobbe subito perché in passato era stato a suo servizio. Cellini ignaro delle attenzioni del Papa, accorgendosi dell’ufficiale che si muoveva con la spada in pugno con un elegante vestito rosato, posizionò un girifalco (cannone di piccolo calibro, forse una mezza colubrina), riempì il pezzo con della polvere da sparo grossa e fina e poi, con un colpo a parabola colpiva in pieno l’uomo dividendolo letteralmente in due.
Il Papa assistette a questo evento e pur ritenendo impossibile quanto aveva visto con i suoi stessi occhi, mandò a chiamare quell’artigliere che era riuscito a eliminare l’uomo con tanta maestria. Cellini, al cospetto del Papa si inginocchiò per farsi benedire e perdonare per questo e per gli altri omicidi compiuti durante la battaglia. Ovviamente venne benedetto e perdonato dal capo della chiesa, ma soprattutto ringraziato per aver difeso lui, Roma e la Chiesa stessa.
Cellini verrà in seguito chiamato da Clemente VII che gli ordinerà di fondere tutto l’oro contenuto nella Camera apostolica e di smontare tutti i gioielli incastonati in esso. Cellini poi cucirà le pietre preziose all’interno del vestito del Papa e del suo valletto per sottrarle alle ruberie degli imperiali. Segretamente Cellini fonderà ben 200 libbre d’oro, mentre continuerà a sparare con la sua artiglieria ferendo anche il principe d’Orange, che venne subito portato in un’osteria per essere curato e seguito da moltissimi preoccupati ufficiali dell’esercito imperiale.
Il Papa ordinerà allora di puntare tutte le artiglierie su quel luogo e fare strage dei comandanti, sperando così in una rotta dell’esercito assediante. Ma il Cardinal Orsino, saputa la cosa, si oppose, perché stava cercando di concludere un accordo con gli imperiali e quella strage avrebbe compromesso ogni accordo. Cellini, però, disubbidirà e colpirà la struttura facendo strage di nemici. L’azione fece imbestialire Orsino che cercò di farlo impiccare, ma il Papa, proteggendo Cellini, vietò ogni azione su di lui.
Il 5 giugno del 1527 si arrivava ad un accordo, in realtà si trattava di un ignobile resa, intanto il papa fuggiva con il suo servitore e tutto il tesoro nascosto nei vestiti. Cellini, invece, con il Baglioni e 300 uomini si dirigerà verso Perugia, dove rifiuterà l’invito a diventare un soldato di professione e a comandare una compagnia di mercenari per dirigersi a Firenze a trovare il preoccupato padre.


