Benvenuto Cellini autobiografia

Prima parte

Seconda parte

Benvenuto, anche se rifiutò, era attirato dalla proposta di Baglioni di diventare un capitano, era amico degli uomini che avrebbe dovuto comandare ed era stato ben remunerato per i suoi servizi militari dal Papa.Ma il padre lo dissuase dall’intraprendere la vita militare e anzi lo invitò ad andare a Mantova, dove era stato da giovane per tanti anni e dove si era trovato particolarmente bene.
Cellini lasciò così il padre nelle mani della sorella Cosa, che intanto si era fatta monaca di Sant’Orsola e raggiunse la città di Mantova dove incontrò il pittore Giulio Romano, che lo presentò subito al duca Gonzaga che, conoscendo la sua bravura, gli commissionò subito un reliquiario per conservare il sangue di Cristo che custodiva gelosamente. Cellini fece un modello dove era rappresentato un Cristo a sedere con la mano sinistra levata in alto mentre tratteneva una croce e alla quale si appoggiava; con le dita della mano destra invece si apriva la piaga che aveva sul petto. Il modello lasciò estasiato il duca.
Cellini però si ammalò di febbre quartana a causa del clima di Mantova. Probabilmente per colpa dell’alta temperatura, si sfogò delirante denigrando la città. Le sue parole vennero meschinamente riportate al duca, che rimase particolarmente offeso da quanto detto e raffreddò i suoi rapporti con l’artista.
Cellini guarito partì allora verso Roma, non prima di essere passato per Firenze a salutare il padre. Arrivato però, scoprì che il genitore era morto di peste insieme ad altri suoi fratelli e che solo la sorella minore Liperata si era salvata e che ora stava per sposarsi. Decise allora di fermarsi stabilendosi nei pressi del Mercato nuovo, dove lavorando cominciò a guadagnare cospicue somme realizzando gioielli (la casa natale di Benvenuto Cellini si trova in Piazza del Mercato centrale 22).
In questo periodo i Medici erano in esilio, erano stati cacciati dalla città e papa Clemente VII, che voleva ristabilire il dominio della sua famiglia, meditava di attaccare Firenze e insediarvi di nuovo i suoi familiari.
Cellini in questo periodo stava realizzando una medaglia con sopra raffigurato il ritratto del Papa, proprio quando lo vide Michelangelo, che a detta sua rimase particolarmente colpito dall’eleganza con cui stava incidendo il ritratto e un Ercole che prendeva con le mani per la bocca un leone per ucciderlo. Michelangelo gli trovò un cliente che desiderava tanto realizzare un gioiello che raffigurasse Atlante sotto un cielo stellato.
Mentre Cellini era impegnato a soddisfare i suoi clienti, Clemente lo faceva raggiungere a Firenze dai suoi servitori con l’invito di tornare nuovamente a Roma per rimettersi al suo servizio. Così nel 1529 Benvenuto ritornò a Roma. Sappiamo che vivrà ed opererà nella zona di via dei Banchi Nuovi nel rione Ponte. Qui aveva il suo laboratorio e aveva anche una casa, sita in un vicolo adiacente a via Giulia che porta ancora oggi il suo nome: vicolo Cellini (al numero 31).
Siamo nel 1530 e Firenze è assediata dagli Imperiali. Federigo Ginori, l’uomo che aveva commissionato la medaglietta con Atlante morì, così quello stupendo oggetto finì nelle mani di Luigi Alamanni, che lo portò a re Francesco I di Francia. Il monarca ne rimase piacevolmente colpito e pensò di invitare Cellini in Francia per farsi fare qualche lavoro.
Un’altra opera molto bella che realizzò in quel tempo, fu un gioiello accompagnato da un diamante, che vedeva raffigurato Dio con un mantello svolazzante in compagnia di alcuni puttini. L’opera era stata commissionata dal Papa a più orefici, ma solo il disegno di Cellini era piaciuto al capo della chiesa, il quale però dubitò che il risultato finale potesse essere migliore del modello.
Cellini era così sicuro del risultato, che propose comunque di realizzare l’opera, se poi questa una volta terminata non fosse piaciuta, il Papa non avrebbe dovuto pagarla. Ma l’opera lasciò estasiato il Papa, che gli commissionò subito un altro lavoro, quello di incidere una medaglia con il suo volto.
Si aggiungeva a questa un’altra medaglia che rappresentava un Cristo nudo con le mani legate con incise le parole “ecce homo”. Sull’altra faccia della medaglia erano invece raffigurati un papa ed un imperatore insieme ad una croce, contornati dalla scritta in latino “un solo spirito ed una sola fede era in essi”. Cellini coniò poi una moneta da due carlini per sua santità, dove su un lato appariva la testa del papa, sull’altro Cristo sul mare che porgeva la mano a San Pietro e gli chiedeva “perché dubitasti?”
Nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, posta alla fine di via Giulia a Roma, si tennero in quel tempo i funerali del fratello Cecchino (Francesco), morto a causa di una rissa armata in cui era stato coinvolto e poi ferito a morte da un colpo di archibugio. Cellini cercò di vendicare il fratello, ma il responsabile si era già rifugiato a Tor di Nona (un carcere in prossimità del Tevere non distante dalla chiesa citata).
La lapide del fratello presentava dei trofei e delle bandiere intagliate con scritto: “Francesco Cellini fiorentino, che in tenera età riportò molte vittorie sotto il comando di Giovanni de’ Medici e fu alfiere, diede facile prova di quale uomo di fortezza e di consiglio sarebbe stato in futuro, se, trafitto dall’archibugio di un destino crudele, non fosse giaciuto nel quinto lustro di età; il fratello Benvenuto pose. Morì il giorno 27 maggio 1529.“
Cellini però, a parte la prima e l’ultima lettera, volle che la scritta fosse fatta con lettere rovinate e rotte, questo perché la prima rappresentasse la forza della sua anima, mentre l’ultima le sue valorose virtù. A questa venne aggiunta l’arme dei Cellini, quella che si vede a Ravenna, con un leone rampante di color oro in campo azzurro con un giglio rosso posto nella zampa destra e sopra il rastrello con tre piccoli gigli d’oro. Al posto del giglio nella zampa del leone Cellini fece mettere però un’accetta con un campo dell’arme ripartito in quattro quarti, questo voleva rappresentare la sua vendetta.
Nonostante i solleciti del Papa, Cellini continuava inappetente a passare notti insonni meditando vendetta sull’archibugiere che aveva ucciso il fratello, che peraltro si vantava del suo atto deplorevole. Una notte mentre passava per Tor Sanguigna, Cellini lo riconobbe mentre era davanti alla sua casa in compagnia della sua cortigiana. Così estrasse il coltello per colpirlo con un mal rovescio, ma questi si girò e il colpo lo raggiunse solo sulla spalla sinistra.
Questi per il gran dolore perse la spada e si mise a correre, ma Cellini lo raggiunse e lo pugnalò sull’osso del collo. Dalla casa dove abitava l’ucciso uscirono quattro soldati, allora Benvenuto cercò dapprima di andare verso casa per prendere la sua spada e difendersi, ma poi, visto che la vendetta era stata compiuta, si diresse saggiamente a casa del duca Lisandro (Alessandro de’ Medici detto il Moro), che abitava tra Piazza Navona e la Rotonda dove trovò rifugio.
I soldati intervenuti scoprirono che il coltello era di Benvenuto e pensarono che l’offesa della morte del fratello fosse giustamente stata lavata nel sangue. Il Papa però non fu dello stesso avviso e non rimase molto contento dell’accaduto, ma comunque perdonò Benvenuto.
Una notte mentre tutti dormivano, entrò un ladro nella bottega di Cellini di via dei Banchi Nuovi, posta proprio davanti a quella di Raffaello. Il malvivente voleva far man bassa di oro e di argento. Nonostante vi fossero ben cinque lavoranti a dormire nella struttura, nessuno si accorse di nulla e nessuno si insospettì del comportamento del cane da guardia, che oltre ad abbaiare cercava di svegliare i lavoranti tirando loro le coperte. Il ladro fuggì e il cane lo inseguì per i vicoli di Roma cercando di morderlo, mentre questi riusciva a portare con sé quel poco che aveva rubato. Cercò poi di farsi aiutare da alcuni passanti che erano in strada a liberarsi del cane.
Quando Cellini arrivò, si accorse subito di ciò che era accaduto, solo allora i suoi operai capirono che il cane cercava di svegliarli perché era entrato un intruso. Rammaricati, cercarono di capire cosa fosse stato rubato. In realtà il ladro aveva sottratto tutti i loro vestiti e non sembrava fosse riuscito a toccare cose preziose. La notizia del furto giunse immediatamente al Papa, che si preoccupò subito dei suoi gioielli temendo che fossero stati rubati. Il suo servitore invidioso di Cellini, di nome Francesco del Nero, cercò subito di mettere in dubbio la veridicità del furto, insinuando al pontefice che il furto era stato semplicemente inscenato per far sparire i tesori del papa.
Clemente si fidava molto dell’onestà di Cellini e non credendolo capace di un simile atto lo difese subito. Poi, in compagnia di Francesco del Nero andò alla bottega per scoprire come aveva immaginato, che dalla cassa dove erano contenuti i suoi gioielli, nulla era stato sottratto.
Un’altra conferma della grande fiducia riposta dal Papa in Cellini, si ebbe quando a Roma cominciarono a circolare monete false, tutte realizzate con gli stampi posseduti da Cellini. Il Papa si rivolse subito al governatore di Roma per trovare il malfattore, ben convinto che Cellini fosse innocente. D’altronde l’orafo guadagnava talmente bene lavorando per la zecca, che di certo non avrebbe rischiato di perdere la sua posizione ed essere arrestato per dei miseri guadagni. Il responsabile fu trovato, era Ceseri Macherone. Questi era uno stampatore della zecca, arrestato insieme ad un fonditore complice.
Mentre Cellini si dirigeva con il suo cane da guardia nella zona di piazza Navona, improvvisamente il cane si avventò contro un certo Donnino, orefice da Parma e discepolo del Caradosso. Intervennero le guardie che minacciarono Cellini di uccidere il cane se questi non fosse stato in grado di tenerlo al guinzaglio, ma mentre il giovane cercava di sfuggire dal cane, gli cadde dalle tasche un anello che Cellini riconobbe subito come suo. Il cane non era impazzito, aveva semplicemente riconosciuto il ladro che era entrato nella sua bottega poco tempo prima. Impaurito, il giovane promise di restituire quanto aveva rubato: ben 25 scudi ed alcuni anelli d’oro e d’argento. Lo stesso era anche uno dei falsari che avevano spacciato moneta falsa. Evidentemente aveva anche rubato l’occorrente per stamparle. L’uomo venne impiccato in via dei Banchi Nuovi, proprio davanti alla zecca, il suo compagno, un ladro genovese, venne invece impiccato in Campo dei Fiori.
Dopo questo fatto straripò il Tevere, le acque raggiunsero la bottega di Cellini che si adoperò con tutte le sue forze per salvare le sue cose. Nonostante tutto, l’esondazione fece molti danni, per fortuna, Cellini rimase al servizio del Papa e riuscì a risollevarsi economicamente. Clemente gli commissionò infatti un’opera in cui doveva rappresentare la Fede, la Speranza e la Carità, poi la Natività di Cristo, la sua Resurrezione e San Pietro crocifisso a testa in giù.
Riccardo Massaro
Benvenuto Cellini autobiografia: seconda parte
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