Benvenuto Cellini autobiografia
Quarta parte
Morto Clemente VII de’ Medici, Alessandro Farnese divenne papa con il nome di Paolo III. Appena insediato chiese subito di avere Cellini al suo servizio per coniare delle monete con la sua effigie.
Il papa però non sapeva che Benvenuto era latitante per l’omicidio di Pompeo, allora firmò subito un salvacondotto e diede disposizioni per proteggerlo da eventuali vendette degli amici o dei parenti di Pompeo. Paolo III era poi venuto al corrente di cosa Cellini aveva dovuto subire da Pompeo e del perché lo aveva assassinato.
Benvenuto nonostante il peso della denuncia, realizzò comunque i desideri del nuovo papa e le monete che fece risultarono immensamente gradite, tanto che il papa voleva farlo subito responsabile della zecca. Ma essendo ancora Cellini accusato di omicidio, non poteva prendere un incarico così importante, doveva essere sollevato dall’accusa o graziato. Si decise per la grazia, ma per renderla ufficiale si doveva aspettare la festa di Santa Maria a Ferragosto, ricorrenza in cui era uso amnistiare i condannati.
Intanto i parenti di Pompeo gridavano vendetta, Benvenuto era così costretto a girare armato ed indossando un corpetto. Venne poi a sapere che un soldato era stato pagato come sicario per ucciderlo. Cellini incontrò questo sicario mentre lo stava aspettando una notte in prossimità di Palazzo Farnese. Riconosciutolo, Cellini gli si avvicinò dicendogli che lui non gli aveva mai fatto nessun torto in passato e non si spiegava perché costui volesse ucciderlo, ma fosse chiaro che se l’avesse aggredito lui si sarebbe difeso.
Sopraggiunsero allora alcune persone richiamate dalla loro animata discussione e il soldato disturbato fu costretto ad andarsene. Cellini capì di essere in pericolo e preferì partire in silenzio e sparire per un po’ da Roma.
Arrivato a Firenze, Cellini ritrovò il duca Lessandro e tramite lui conobbe Cosimo de’ Medici. Entrambi lo invitarono ad andare a vedere Venezia dove incontrerà Jacopo del Sansovino, uno scultore. Anche qui Cellini si darà da fare per trovarsi in qualche guaio. Discuterà con un oste su un pagamento ed offeso ritornerà nella stanza in cui aveva pernottato con una scusa e con un coltello taglierà tutti i materassi dei letti.
Tornato a Firenze per ringraziare i Medici delle spese sostenute per il suo viaggio, conierà per loro delle monete in argento sulle quali apporrà il profilo del duca e su un’altra San Cosimo e San Damiano.
Lessandro pensava di concedergli la responsabilità della zecca, mentre Cellini intanto stampava altre monete, tra cui una molto sottile in argento e per questo molto difficile da realizzare con sopra il viso di San Giovanni. Produrrà ancora dei giuli e degli scudi in oro.
A Firenze il duca Lisandro (Alessandro de’ Medici), che gli farà dono di un archibugio che potrà scegliere liberamente dalla sua personale collezione. Ne scelse uno molto bello ed elegante, ricco di intagli che poi porterà con sé a Roma.
Nella sua permanenza a Firenze eseguirà ancora dei lavori per Ottaviano e Lorenzino de’ Medici, che entrambi ambivano ad avere una moneta degna del loro nome con il loro volto impresso sopra.
Nel 1535 Cellini tornerà a Roma, vicino a via Giulia dove abitava. Appena giuntovi in piena notte, evidentemente avvisati da qualcuno, arrivarono subito trenta soldati del bargello che volevano arrestarlo per l’assassinio di Pompeo.
Benvenuto scese con una daga in mano e nell’altra il salvacondotto firmato dal Papa, ma i soldati ignorarono il documento. Allora Benvenuto si difese dalla prepotenza dei soldati finché non ebbe ragione su di loro. Questi indispettiti gettarono ai suoi piedi il salvacondotto e se ne andarono.
L’indomani il Papa adirato rimproverò i responsabili del bargello, ma ormai era arrivato Ferragosto e Cellini grazie alla festa della Madonna ricevette l’agognata grazia.
In seguito Cellini si ammalò gravemente, stava quasi per morire e farneticava a tal punto da dichiarare di vedere Caronte vicino al letto che voleva portarlo via con sé. Venne allora il medico Francesco da Norcia, il più famoso e capace di Roma, il quale cercò di curarlo, ma Cellini continuava a peggiorare. Il medico andava tutti i giorni a trovarlo disperando in un suo recupero. Quando il suo servo Felice arrivò in piena notte sconvolto per il nuovo peggioramento del suo padrone dal medico, il cerusico commosso per il tanto affetto dimostrato dal servo, gli diede un olio con cui bagnare il petto e i polsi del malato. Se questo avesse sortito qualche effetto, il servo lo avrebbe dovuto chiamare immediatamente.
Cellini sopravvisse anche se oramai per Roma si era sparsa la notizia di una sua prossima dipartita, tanto che lo storico Benedetto Varchi aveva già scritto un sonetto alla sua memoria.
Ma torniamo un attimo indietro: come aveva fatto Cellini a guarire? Durante la malattia i servi dell’artista avevano avuto ordine tassativo dal medico di non farlo bere, perché questo avrebbe peggiorato il suo stato, ma una sua serva di nome Beatrice, che si era impossessata di alcuni preziosi, alle insistenze dell’orafo, gli portò invece una grande quantità di acqua che lui bevve avidamente. La serva sperava così che il suo padrone morisse per non dover rispondere poi del suo furto. Oltre a lei al suo servizio era rimasto solo Felice, perché Cencio, il ragazzino che era stato portato al Colosseo per l’ormai noto sortilegio, era morto di un male simile. Forse proprio a causa di quel rito mai chiuso che i due si erano ammalati? Felice tornò a casa e accortosi di quanto era accaduto bastonò severamente la serva. Paradossalmente invece quell’acqua aveva fatto guarire il suo padrone. Erano ben cinquanta giorni che Benvenuto era caduto gravemente ammalato.
Guarito, partì per Firenze con un amico e il suo fedele Felice. Vedendolo tornare a Firenze, i suoi amici gli dissero che qui era stato condannato a morte dal duca. La colpa era da attribuire a Giorgetto Vasserellario, così era stato soprannominato Giorgio Vasari, che in passato era stato ospite a Roma di Cellini.
Questi, dormendo vicino ad un suo servitore di nome Manno, torturato da una rogna che lo tormentava, aveva grattato con le sue lunghe unghie sporche la gamba di quel poveraccio rovinandogliela, tanto che Manno aveva dovuto lasciare il servizio presso la casa dell’artista. Vasari in seguito lasciò la dimora di Cellini e forse, per timore di ritorsioni, aveva detto al duca Lessandro che Cellini si era messo dalla parte dei suoi nemici, tanto che il duca voleva farlo impiccare. Nonostante Lessandro fosse un despota, gli amici di Cellini non erano contenti che avesse lavorato per lui, ma Benvenuto ricordò che un lavoratore opera per chiunque lo paghi se vuole campare.
In seguito Cellini realizzò una bella moneta con la quale voleva dimostrare la sua fedeltà e la falsità delle ingiurie riportate dal Vasari al duca, ma il duca morì anzitempo. Prese subito il suo posto Cosimo de’ Medici.
Cellini doveva intanto portare a termine anche la copertina in oro di un libro della Madonna che Paolo III voleva donare a Carlo V. Alla presentazione del dono Cellini si scusò per il ritardo nella realizzazione dell’opera con lo stesso imperatore. Purtroppo non era riuscito a finire il lavoro in tempo perché era caduto ammalato.
L’imperatore sorridente gli fece dono di 500 scudi e chiamandolo affettuosamente per nome, gli disse teneramente che avrebbe atteso la sua completa guarigione per avere il suo lavoro.
Cellini girò ancora per l’Italia e si fermò stavolta a Padova dal futuro cardinale Pietro Nelbi, che gli commissionò una moneta con il suo volto sul dritto e un cavallo alato sul rovescio. Gli donò prima che potesse finirla dei cavalli con i quali poter raggiungere Parigi dove lo aspettava con ansia il re di Francia.
Nel viaggio verso il re incontrò alcune difficoltà e qualche pericolo, tra cui dei banditi che volevano rapinarlo e forse anche ucciderlo, ma Cellini raggiunse incolume la sua destinazione. A Parigi andò subito a trovare il Rosso, un noto pittore suo amico, che aveva salvato dalla fame e dai pericoli, questi ultimi provocati dalle sue chiacchiere e vanterie. Aveva infatti parlato male di Raffaello da Urbino, di Antonio da San Gallo e di Angelo da Cesi e altri e più volte si era trovato nei guai.
Questi, durante l’incontro, non gli dimostrò invece tutto il suo affetto, ostacolandolo ed impedendogli addirittura di incontrare il re. Così Cellini se ne andò amareggiato dalla sua casa e si recò presso un altro pittore fiorentino chiamato Sguazzella, che invece lo ospitò generosamente insieme ai suoi cavalli.
Non essendo riuscito ad incontrare il re, seguì allora il cardinale Ippolito d’Este a Lione, ma poi stanco e deluso tornò in Italia. Lo stesso cardinale, dopo che Cellini aveva aperto intanto un’altra bottega in via dei Banchi Nuovi, lo rintracciò dicendogli che il re di Francia voleva averlo al più presto a suo servizio e di partire al più presto per raggiungerlo a corte.


