La Compagnia della Cazzuola

Sulla falsariga della Compagnia del Paiolo, nacque un’altra compagnia di buontemponi.

Feo d’Agnolo, “sonatore di pifferi e persona molto piacevole”, una sera aveva allestito una cena nell’orto del Campaccio. Mentre gli invitati stavano degustando una ricotta, uno di questi, il Baia, vide che in un angolo dell’orto c’era un mucchio di calcina in cui un muratore aveva lasciato infilata dentro una cazzuola. Detto fatto, il Baia prese la cazzuola come se fosse un mestolo, la riempì di calcina e la infilò in bocca a Feo, che pensava ad un boccone di ricotta. Tutta la combriccola di amici cominciò a ridere a crepapelle e poi cominciò a gridare “cazzuola, cazzuola” e, senza porre tempo in mezzo, ecco che si era appena costituita la Compagnia della Cazzuola.

I membri di questa Compagnia erano ventiquattro, suddivisi in compagnia maggiore e compagnia minore, entrambe composte di dodici membri.

Tra i primi ad entrare in questa Compagnia, vi furono tra gli altri Francesco Rucellai, Francesco Granacci, il solito Giovan Francesco Rustici e Domenico Barlacchi, a cui si aggiunsero negli anni Giuliano de’ Medici, Giovanni Serristori, Andrea del Sarto, Maestro Manente e tanti altri i cui nomi sono meno conosciuti. A protezione di questa dissacrante compagnia fu scelto Sant’Andrea e, nel giorno della sua festa, organizzavano una cena pantagruelica per celebrare solennemente il loro protettore.

Le feste che venivano organizzate da questi personaggi eccentrici furono infinite; vi trovavano posto scenografie a dir poco improbabili, i piatti che venivano imbanditi avevano un aspetto monumentale, tali da sembrare disegnati da architetti. L’ambientazione era decisamente kitch!

La prima festa della Cazzuola venne fatta nell’Aia di Santa Maria Nuova.

A fare da anfitrione era il pittore Giuliano Bugiardini; egli diede disposizione che ognuno si presentasse vestito come gli pareva, ma nel caso in cui due invitati si fossero trovati ad essere vestiti in modo uguale, “fussero condennati”. Con questa premessa, alla festa apparvero persone vestite nei modi più belli o bizzarri; la stravaganza era il motivo trainante.

I posti a tavola vennero assegnati “secondo la qualità de’ vestimenti”, per cui chi era vestito in modo fastoso e principesco venne sistemato ai primi posti; dopo di questi, i posti vennero assegnati a coloro che erano vestiti da ricchi gentiluomini. Ovviamente chi era vestito da povero ebbe in sorte gli ultimi e più disagiati posti. Sembra una scelta molto snob, ma in realtà, trattandosi di persone in qualche modo “mascherate”, era probabile che fossero rovesciati i ruoli rispetto alla realtà: questo era lo spirito, piuttosto carnascialesco.

In un’altra occasione, in cui gli ospiti erano Rustici e sempre il Bugiardini, venne imposto a tutti di presentarsi vestiti da manovali e muratori. I muratori dovevano avere “la cazzuola che tagliasse ed il martello a cintola”, i manovali invece dovevano presentarsi “col vassoio e manovelle da far lieva, e la cazzuola sola a cintola”.

A tutti quanti venne mostrata la pianta di un fabbricato “che si aveva da murare per la Compagnia”.

Mentre i muratori si sedevano a tavola, i manovali cominciavano a portare “le materie prime per fare il fondamento”. Non si trattava di mattoni e calcina, no… le materie prime in questione erano vassoi pieni di lasagne “per calcina”, e ricotte mischiate con lo zucchero; la sabbia era fatta di formaggio, spezie e pepe mescolati; al posto della ghiaia c’erano dei grandi confetti e spicchi di berlingozzo. “Quadrucci, mezzane e pianelle” che servivano per la costruzione, erano pani e schiacciate disposti in cesti.

Ad un certo punto fu portato un basamento, ma siccome la forma non sembrava ben rifinita, valutarono opportuno spezzarlo e, dal suo interno, cominciarono ad uscire torte, fegatelli e molto altro.

Fu poi il momento di una colonna, “fasciata di trippe di vitella cotte”. Quando la colonna venne spogliata della trippa che la rivestiva, apparve che la stessa era fatta di carni di vitella e di cappone. La base della colonna, ultima ad essere addentata dai commensali, era di parmigiano, mentre il capitello “acconcio maravigliosamente con intagli di caponi arrosto, fette di vitella, e con la cimasa di lingue”.

Non contenti, fecero portare sopra un carro un pezzo di architrave con fregio e cornicione, composto al suo interno “di tante vivande che troppo lunga storia sarebbe voler dirne l’intero”.

In altre occasioni vennero rappresentate, durante le cene, storie mitologiche. Senza perdersi nel racconto, una volta venne rappresentato il mito di Cerere, Proserpina e Plutone. Plutone, re degli Inferi, dispose che durante le sue nozze cessassero le pene dell’inferno. Proprio dalle pene dell’inferno trassero spunto per la loro “infernal cena” gli amici della Compagnia della Cazzuola.

La caratteristica principale, in questo caso, era data dall’aspetto orribile di pietanze squisite: “tutti animali schifi e bruttissimi in apparenza, ma però dentro, sotto la forma del pasticcio e coperta abominevole, erano cibi delicatissimi”. Sul piatto di portata si potevano vedere serpenti, bisce, ramarri, lucertole, tarantole, ranocchi, scorpioni e pipistrelli: dentro “era composizione d’ottime vivande”.

A servire questo demoniaco pasto era proprio il diavolo in persona, con una pala. Questo era l’antipasto, e subito dopo arrivarono frutti e confetti, “fingendo che la cena, a fatica non cominciata, fusse finita”. Un vento gelido spense d’improvviso i lumi e si cominciarono a sentire rumori, grida, voci spaventose. Nelle tenebre, il Baia (detto bombardiere) inscenò uno spettacolo di fuochi artificiali, sempre cupo e funereo. Finito il gioco, vennero riaccese le luci e “un apparecchio reale e ricchissimo” viene disteso sulla tavola. Il resto della cena “fu magnifica ed onorata”.

E questi non sono che pochi racconti di quanto avveniva durante le riunioni conviviali della Compagnia della Cazzuola.

Quando si accorsero di aver passato il segno, Rustici e i suoi compari decisero l’uscita di scena, ma non potevano farlo così, nell’ombra: venne inscenata una spettacolare fiction nell’Aia di Santa Maria Nuova; la scenografia propose la ricostruzione di una facciata di un ospedale per poveri e pellegrini. Entrando, gli ospiti si trovarono in una stanza “acconcia a uso di spedale”, con letti alle pareti e in mezzo un gruppo di persone vestite “a uso di poltronieri, furfanti e poveracci” che, fingendo di non esser visti da chi entrava “dicevano le cose più ladre del mondo” su coloro che sperperavano i loro averi in feste e cene. Fece il suo ingresso anche Sant’Andrea che accompagnò i commensali in un’altra sala apparecchiata di tutto punto, dove cenarono allegramente. Alla fine della cena, Sant’Andrea disse ai convitati che “per non soprabondare in spese superflue et avere a stare lontano dagli spedali, si contentassero d’una festa l’anno, principale e solenne”.

Da quel momento, la Compagnia della Cazzuola si riunì solo una volta l’anno, allestendo una bellissima cena seguita da una commedia.

Gabriella Bazzani Madonna delle Cerimonie
La Compagnia della Cazzuola
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