Benvenuto Cellini autobiografia
Terza parte
Vi ricordate del cardinale Salviati durante il Sacco di Roma? Ebbene, il prelato non si era dimenticato della cannonata ricevuta durante l’assedio di Roma da Cellini. A Parma il vicario di Cristo aveva arrestato ma non condannato il Tobbia, reo di essere un falsario. Viste le sua capacità e le abilità, voleva sfruttarlo imponendo il suo protetto al Papa e spodestare così Cellini dal suo ruolo per vendicarsi.
Giunto a Roma, il Papa gli chiese di fare un disegno per un cornetto che voleva realizzare e regalare al re di Francia Francesco I, del valore di 17.000 ducati. Tra i disegni presentati quello di Cellini risultò il migliore, ma due consiglieri del Papa, evidentemente collusi con il cardinale per fare torto a Cellini, cercarono di convincerlo che i francesi non fossero dei grandi estimatori d’arte e che non valeva la pena realizzare un’opera per loro come quella presentata da Cellini.
Inoltre, se l’artista avesse avuto anche questo incarico, non avrebbe potuto finire quella famosa coppa che il Papa gli aveva già da tempo commissionato. Peccato però che l’oro per finirla il Papa non lo avesse mai dato a Cellini e che dunque questa non sarebbe comunque stata ultimata.
Ma far notare a Clemente questa sua mancanza significava inimicarselo. Così la coppa non venne finita e per punizione il Papa tolse a Cellini il lavoro che aveva meritato alla zecca. Cellini si rifiutò poi di consegnare l’opera non terminata nonostante le pressioni del pontefice, ma solo di restituire i 500 scudi avuti per la commissione.
Nessuno dei due voleva cedere, così il Papa chiese tramite Pompeo, il suo servitore, di poter avere in una scatola chiusa la sua coppa e che, una volta ricevuta, l’avrebbe rimandata immediatamente indietro a Cellini senza aprire il contenitore. Una puerile soluzione che però avrebbe salvato l’onore di entrambi. Cellini si fidò della promessa, ma il Papa ricevuto il pacco, lo aprì subito per vedere la coppa, poi la mostrò al Tobbia per farsela fare uguale e rese l’opera incompiuta a Cellini. Il Papa rimase interdetto nel vedersi riconsegnare i suoi 500 scudi, era infatti piuttosto sicuro che Cellini non fosse in grado di restituirglieli.
Cellini aveva voluto mettere alla prova il Papa con questo escamotage, forse anche tentarlo. Il Papa, infatti, non aveva resistito alla curiosità e non mantenendo la promessa, aveva visto l’opera incompiuta.
In seguito Pompeo tornò da Cellini portando con sé i 500 scudi e la richiesta di finire quello splendore. Anche se era tanto che aspettava di averla, concedeva ancora a Cellini il tempo che gli serviva per ultimarla. Aveva capito che Tobbia non sarebbe mai riuscito ad emularla.
Con questo gesto Cellini ritenne che il Papa, almeno ai suoi occhi, si fosse redento dall’azione precedente, pur non ricevendo l’invito a tornare al suo servizio. Il Tobbia evidentemente aveva deluso il Papa con il suo lavoro che di certo non poteva essere all’altezza di quello di Cellini.
In quello stesso tempo Cellini conobbe una bella giovane siciliana di nome Angelica e si innamorò follemente di lei. La madre, poco propensa all’unione, la portò immediatamente via da Roma per sottrarla alle mire di Cellini, poi per evitare che l’artista potesse rintracciarla depistò le ricerche con falsi indizi sulla direzione intrapresa e si diresse verso la Sicilia. Cellini ebbe modo di scoprire l’inganno grazie ad una lettera mandata di nascosto dalla stessa ragazza.
In questo frangente disperato per il folle amore, Cellini incontrò casualmente un prete negromante. Dopo avergli raccontato in lacrime la sua vicenda, il prete gli propose di recarsi con lui all’interno del Colosseo per compiere un sortilegio con cui ritrovare l’amata. L’anfiteatro Flavio (chiamarlo Colosseo non è corretto, perché è una denominazione risalente al medioevo, che erroneamente associa il nome del monumento alla colossale statua in bronzo di Nerone alta circa 30 metri, che sorgeva a pochi metri dall’anfiteatro, poi abbattuta. Ancora oggi si può vedere il piedistallo alto circa due metri e che ha un perimetro di oltre 17 metri per 15).
In quel periodo il luogo ormai abbandonato, veniva utilizzato esclusivamente per l’allevamento del bestiame e per praticare magia nera. Qui il prete tra profumi e simboli magici disegnati sul terreno fece apparire dei demoni ai quali Cellini poté chiedere come riavere la sua amata Angelica.
Affinché il sortilegio potesse riuscire, Cellini sarebbe dovuto tornare con un suo amico e con un fanciullo vergine per continuare il rito. Insieme al prete, allora, una volta tornati, evocarono di nuovo i demoni, ma ne arrivarono molti più di quelli chiamati. Così il prete ordinò al giovinetto di spargere un odore nauseabondo per cacciarli, ma questi, spaventato per la presenza delle entità malvagie, se la fece abbondantemente sotto per la paura. Tra paura e risate e il cattivo odore provocato dalle feci del ragazzo, i nostri chiusero la pratica e tornarono a casa. Ma qualcuno di questi demoni continuò a seguirli, tanto che la notte tutti ebbero incubi funestati dalla presenza del maligno. Per porre fine e salvarsi dall’insistenza dei demoni, il prete consigliava a Cellini di recarsi al più presto all’Abbazia di Farfa e chiudere la questione (con un altro rito? Non viene spiegato).
Come in molte altre parti del libro, Cellini salta di palo in frasca, non parlerà più dell’accaduto, anzi cambierà argomento e si concentrerà in maniera maniacale su una medaglia che voleva portare a termine con il ritratto del Papa con la quale voleva fare una sorpresa. Di dimentica anche di parlare della sua amata Angelica, oltre che di fare quella tappa obbligata a Farfa.
Il prete era stato molto chiaro, se avesse ignorato questo passaggio obbligato, Cellini avrebbe messo in pericolo la propria vita.
Spesso la storia raccontata da Cellini è confusa e il lettore spaesato rimane con degli interrogativi in sospeso. Alcuni argomenti vengono poi ripresi in altre circostanze, lasciando perplessi perché inseriti senza seguire una logica. Sembra che l’autore dimentichi di portare a termine il proprio racconto di tutte le proprie vicende. Forse questo è dovuto ai gravosi impegni lavorativi e al troppo tempo passato tra una scrittura e l’altra, chissà…
Di lì a poco Cellini, forse proprio a causa della sua mancata tappa a Farfa, si trovò nei guai. Nervoso, nei riguardi di alcune persone che dovevano rendergli dei soldi, Cellini fu coinvolto in una lite. A causa di una cattiva risposta ricevuta, Cellini prese un pezzo di fango e lo tirò con rabbia verso chi lo aveva offeso, ma nel fango c’era un sasso che, colpendo il mal capitato, lo fece cadere a terra come morto.
Pompeo il servitore del Papa che passava di lì per caso, vide la scena e tornò di corsa al Vaticano riferendo che Cellini aveva ucciso con una sassata un uomo, questi era proprio il Tobbia (!?). Spazientito, il Papa ordinò subito che Cellini fosse arrestato e giustiziato. Annibal Caro (poeta, drammaturgo e numismatico), caro amico di Cellini, cercò di intercedere in suo favore, ma il papa fu irremovibile.
Cellini allora decise di fuggire, mise mano al suo archibugio, montò a cavallo e partì verso le porte della città dove però trovò schierata tutta la guardia del bargello. Questa sembrò stranamente non accorgersi di lui, così Cellini riuscì ad uscire senza preoccupazioni dalla città per andare verso Palombara, a casa del suo amico Giovan Battista Savello.
L’amico lo spinse però a nascondersi a Napoli, dove sarebbe stato accompagnato da un suo amico, uno scultore che si stava recando a Monte Casini (Montecassino) per terminare la sepoltura di Pier de’ Medici.
Da questi seppe che il Papa aveva saputo che Tobbia era vivo e che non era neanche al corrente delle vicissitudini che Cellini stava affrontando per quell’insano gesto commesso a suo danno. Tobbia poi si era subito ripreso e lavorava ormai alacremente nella sua bottega.
Clemente, scoperto l’inganno, si adirò con il bugiardo Pompeo, assicurandogli che prima o poi Cellini lo avrebbe ripagato della sua menzogna.
Finito il lavoro, Solosmeo, lo scultore che era in compagnia di Cellini, si diresse verso Napoli (1532/1534). Poco prima dell’ingresso in città, i due vennero accolti con insistenza in un’osteria da un oste particolarmente premuroso, questi aveva lavorato molti anni con Carlo Ginori a Firenze ed era contento di parlare con un fiorentino della sua passata esperienza in quella città. Cellini chiese all’oste se per caso avesse incontrato o conosciuto la sua Angelica con la madre e l’oste si ricordò di aver avuto a che fare con due donne, probabilmente erano proprio Angelica e la madre Beatrice. L’oste si ricordava che fossero dirette a Napoli e volle accompagnarle in città per cercarle insieme a loro.
A Napoli Cellini incontrò Domenico Fontana, un gioielliere che lo presentò subito al vicerè di Napoli. Benvenuto era molto conosciuto e stimato anche qui.
Finalmente dopo tante peripezie Cellini incontrò Angelica, alla quale diede 200 scudi ricavati dalla vendita al vicerè di un suo diamante. Seppur controvoglia dovette lasciarla di nuovo per tornare immediatamente a Roma, dove era stato richiamato urgentemente dal cardinale de’ Medici, quello che aveva interceduto per lui presso il Bargello facendo cadere tutte le accuse che prendevano su di lui, visto che Tobbia era incolume.
Cellini partì da solo. Ancora la madre di Angelica si opponeva a che la figlia avesse una relazione con l’orefice. A Roma Cellini continuò a lavorare a quella famosa medaglia con il profilo del Papa, sul cui retro raffigurò il Furore e la Pace, figure tanto care al pontefice. Quando il Papa vide la medaglia terminata, si imbarazzò molto, non ricordava infatti di avergliela mai commissionata. Infatti questa era un’idea dell’artista, che con quell’opera voleva tributare onore e gratificare il Santo Padre. Clemente rimase fortemente colpito dal lavoro e gli commissionò subito un altro servizio.
Siamo nel 1534 quando il Papa compiuti appena 56 anni, si ammalò e morì. Non avendo più la protezione del Santo Padre, Cellini si dovette guardare dai suoi nemici. Si recò dunque a San Pietro per rendere omaggio alla salma del suo protettore, armato per timore di aggressioni.
Tornando alla sua bottega di via dei Banchi, incontrò Pompeo che era accompagnato da una schiera di servitori armati. Vedendo cosa stava per accadere, gli amici di Benvenuto intervennero schierandosi a protezione intorno a lui. Ormai lo scontro sembrava inevitabile, ma Benvenuto preferì lasciar perdere, non certo per codardia, ma per evitare che nello scontro qualche suo amico potesse farsi male. Il gruppo di facinorosi si sciolse ed ognuno andò per la propria strada.
Più tardi, però, Cellini, mentre rincasava, incontrò Pompeo davanti alla sua dimora sita dalle parti di via Giulia, in prossimità di Piazza Campo de’ Fiori; qui lo aggredì nonostante la presenza dei suoi sgherri, uccidendolo.
Cellini poi si rifugiò a casa del suo amico Albertaccio del Bene, dove in seguito arrivarono trenta soldati mandati dal cardinale Cornaro per scortarlo e portarlo a casa sua dove sarebbe stato protetto. Si era mosso a sua difesa anche il cardinale de’ Medici, anche lui offertosi per la salvaguardia di Cellini.


