I pomeriggi di un tempo ai giardini della Fortezza
I giardini della Fortezza si trovano sul lato est della Fortezza da Basso, tra i bastioni medicei ed i viali di circonvallazione che Giuseppe Poggi realizzò nella metà del 1800, correggendo i dislivelli tra i fossati che circondavano le antiche mura e creando tre piani leggermente sfalsati con alberi e piante di grande impatto scenografico per il diverso colore che il fogliame assume durante il succedersi delle stagioni.
La grande vasca ellittica al centro, quasi un piccolo lago in miniatura, è orlata da una bassa recinzione in ferro che funge da protezione senza però nascondere lo specchio d’acqua alla vista dei passanti e il getto principale posizionato in mezzo che spinge verso l’alto crea un dinamico gioco di spruzzi e di luci.
Per moltissimi anni i giardini della Fortezza, chiamati anche Giardini del Vascone, sono stati il grande spazio all’aria aperta dove intorno alla vasca e negli spazi alberati i bambini hanno giocato e corso liberi seguiti dallo sguardo attento delle mamme sedute sulle panchine ed è stato per noi fiorentini come un immenso teatro diurno dove ognuno ha ricoperto, nella sua vita, ruoli diversi in tempi diversi.
Da bambina ci andavo sempre con le cugine, seduta su una piccola coperta appoggiata sull’erba a giocare con le bambole e a inventare magiche storie. La mamma e la zia si portavano dietro il lavoro a maglia e ampie borse con le bottiglie d’acqua riempite dai rubinetti della cucina e le fette di pane e mortadella avvolte nella carta gialla, pronte per la merenda delle cinque.
I maschi , invece, giocavano a palla e a nascondino, a guardie e ladri e a palla avvelenata. Vociavano incitandosi a vicenda… e mi ricordo le loro facce, rosse e sudate, e le ginocchia, sporche di polvere, far capolino dai corti pantaloni di cotone.
Ma il momento che tutti aspettavamo era quando appariva , da lontano, la magica bicicletta del “lupinaio”.
Era un ometto magro e di età indefinibile. Ricordo le lunghe gambe e i bordi dei pantaloni sorretti da due mollette da panni per non farli incastrare tra i pedali. Nella parte anteriore della bici era montato un.contenitore di legno dove, fra bastoncini di liquirizia e duri di menta dai pallidi colori pastello, faceva mostra di sé un enorme catino di ceramica puntellata di verde colmo di gonfi lupini gialli e salati immersi nel loro liquido.
Ogni tanto ci era permesso di fare uno “strappo alla regola”. Andavamo da lui che ci aspettava fermo sul vialetto, seduto sul sellino,le gambe aperte e i piedi piantati a terra per mantenersi stabile. Prendeva la moneta, faceva un cono con i fogli di carta gialla, e con un mestolo forato raccoglieva i lupini e li metteva nel cono che ci consegnava e che ci inumidiva il palmo della mano facendoci pregustare la gioia di quell’assaggio.
Quando ci sono ritornata, anni dopo, nei panni di mamma, portavo i miei figli a vedere i cigni e le anatre, con la solita merenda appresso e col sacchetto di briciole di pane da gettare agli animali che nuotavano nella vasca. Sovente i cigni uscivano dall’acqua e salivano sul bordo erboso per avvicinarsi a noi. Uscendo dall’acqua, abbandonavano la loro grazia regale per un’andatura goffa e dondolante, un incedere quasi solenne palesemente sgraziato sulla terraferma. I bambini tendevano le mani con il piccolo pezzo di pane fra le dita , con un misto di gioia e timore, attenti a quel becco robusto e dai bordi seghettati capace di assestare piccoli e asciutti morsi per afferrare il cibo.
Erano ancora piccoli, i miei bambini. Il più grande cominciava a camminare, l’altro dormiva beato nella sua carrozzina sotto l’ombra fresca dei rami carichi di foglie. Quando si fecero più grandi, cominciarono i nonni ad accompagnarli alla Fortezza. Facevano merenda a casa loro, finivano i compiti di scuola e poi il nonno li caricava in macchina e li portava a “svagarsi” un po ‘ e a godere, liberi, di un pomeriggio di sole e di amici.
Allora anche i giochi erano un po’ cambiati, il pallone manteneva il primato, fra biciclette e i primi skateboards. Oppure i ragazzi interrompevano i giochi arrampicandosi su uno dei maestosi cedri del Libano e si sedevano anche in quattro sui suoi rami enormi. Un rifugio segreto sospeso nel vuoto, un piccolo salotto naturale di corteccia, resina e libertà. C’era chi si portava ancora la merenda da casa ma non c’era più il lupinaio. E spesso il nonno e gli altri adulti compravano i gelati da un piccolo chiosco che era apparso da poco sul vialetto circostante il giardino.
Ma il boom planetario degli anni settanta lo fece il Grillo, un grosso triciclo munito di volante che si muoveva grazie al movimento alternato delle gambe, proprio come le zampe di un grillo. Per i ragazzi fu il massimo godimento all’aria aperta, la scoperta dell’ebbrezza folle di una velocità di quasi 5 chilometri l’ora!!! Si noleggiava con circa cento lire per una ventina di minuti. I bambini più piccoli pedalavano cautamente intorno alla vasca e ogni volta che passavano davanti ai genitori scambiavano con loro un sorriso piccolo e grato. I più audaci sfrecciavano, invece, sollevando ghiaia e nugoli di polvere, pedalando con furioso vigore, sorpassando i più lenti e schivando qualche anziano che attraversava il percorso e che correva il rischio di essere “arrotato”. Alcuni, poi, pedalavano fino alla rampa superiore del giardino e una volta raggiunta la scalinata si lanciavano giù con il Grillo verso il livello inferiore, rimbalzando su ogni gradino e ribaltandosi continuamente.
Non mancavano anche piccoli incidenti causati da freni non azionati in tempo o urti per un attimo di disattenzione ,provocando cadute e escoriazioni che le mamme previdenti medicavano con qualche goccia di “spirito” portato da casa o un fazzoletto bagnato alla fontanella vicina. Davanti al capannello che si formava intorno a lui, il ferito sopportava con stoicismo represso il bruciore prodotto dal disinfettante, frenando le lacrime davanti ai compagni e al loro sguardo di sottile compiacimento in attesa del “crollo” e dell’urlo di dolore.
Credo che questi tricicli colorati siano rimasti nel cuore di ogni bambino, oggi uomo, padre o nonno, regalando momenti indimenticabili di un passato semplice e sereno.
Anche io ho un tenero ricordo legato al Grillo, e ogni volta che passo ancora per quel giardino e devo fare un enorme sforzo per ritrovarmi e ritrovare scorci della mia vita, sorrido nel ricrearlo con la mia fantasia:
Mentre i nipoti giocavano con gli amici di sempre e aspettavano che arrivassi a prenderli, la mia mamma si portava il lavoro a maglia del momento, spesso uno dei golf che i ragazzi avrebbero indossato per l’inverno. Il babbo, invece, si portava da leggere il giornale o la sua “Settimana Enigmistica”, distaccandosi così da quanto lo circondava, completamente estraneo a quanto succedeva intorno a lui. Ogni tanto, distratto, si guardava intorno per vedere dove erano i nipoti e poi riprendeva la lettura o l’agone impegnativo di risolvere un cruciverba del Bartezzaghi.
Un giorno, comodo sulla panchina, era intento al suo “lavoro” si sentì chiamare da una vocina tenera tenera. Alzò il capo e si trovò davanti un ragazzino. “Signore, mi scusi – si sentì chiedere – ha per caso visto un grillo? Il babbo si fermò e lo guardò per un attimo, poi interruppe la scrittura e, con un gesto lento, incastrò la clip della biro sul bordo della pagina, fissandola come un segnalibro improvvisato, poggiò la rivista sulle ginocchia e guardando il ragazzino fisso negli occhi, credendosi preso in giro, sillabò lentamente: NO. Ho vi-sto un grul-lo!
Poverini!!! Rimasero tutti e due per un attimo in silenzio a fissarsi attoniti, il ragazzo confuso, il mio babbo più confuso di lui perché in un attimo aveva realizzato che il grillo a cui il bambino si era riferito era quel Grillo che aveva posteggiato da qualche parte e che qualcuno gli aveva portato via. Cercò di scusarsi ma non fece in tempo. Il ragazzino, confuso e spaventato, se l’era data nel frattempo a gambe levate,
probabilmente pensando che il grullo ….. l’aveva trovato lui!



Anche a Pesaro nei giardini di fronte al kursal si potevano noleggiare i “grilli”, ma noi li chiamavamo tricicli. Andarci era felicità pura. Bellissimo il tuo aneddoto finale!
da via Masaccio mia mamma spesso mi portava al giardino della fortezza, anche perchè passava a trovare mia nonna in piazza della Vittoria .. che ricordi!