Oggi la conosciamo come la via dove c’è l’Antico Vinaio (e decine di altri locali uguali). Da
mattina a sera è un via vai continuo di turisti in cerca del panino migliore, della schiacciata più unta e farcita, l’importante è che risponda all’ormai imperante diktat “bada come la fuma”.
Ma una volta non era così…
Se per assurdo si fossero chiusi i due accessi alla via, all’interno si sarebbe potuto trovare un piccolo mondo, con tutto ciò che sarebbe bastato a vivere.
La strada era brulicante di vita, di persone affaccendate nei loro mestieri, con tante botteghe: c’erano tre o quattro macellai, i pizzicagnoli, gli ortolani, i fornai, le trattorie e si, anche i vinai. Ma quelli veri, dove si entrava per un gottino di vino, con le pareti piastrellate di bianco, il bancone di mescita in marmo e giusto qualche tavolino di legno, con le sedie impagliate, dove gli avventori abituali spesso si giocavano a briscola la bevuta.
Ma c’erano anche le friggitorie, i lattai, i tabaccai e i droghieri, i giornalai ed i barbieri. E ancora mesticheria, cartolaio, calzolaio e ciabattino, merciaio, fioraio, civaiolo, ferramenta, stagnino, immancabili trippaio e pesciaiolo. E c’era il Ruggini, per i più golosi. Per chi sperava nel colpo di fortuna, il banco del lotto. E per chi amava sognare, c’era il cinema Imperiale, futuro Capitol. E di fronte alla Loggia del Grano, per ogni necessità c’era pure la farmacia.
Sembra incredibile, lo so, ma c’erano più attività in quei pochi metri di strada che in un moderno Centro Commerciale multipiano!
E nel dedalo di viuzze che si dipanavano, quasi come zampette di un millepiedi, si trovavano le botteghe dei mestieranti, attività talvolta anche inventate per riuscire a sbarcare il lunario.
C’erano le rimesse dei fiaccherai, i cenciaioli, il rilegatore di libri, il meccanico, il corniciaio, il noleggiatore di carretti, il falegname. In pratica, una città nella città.
Nel brulichio di gente, si potevano ascoltare i richiami dei venditori ambulanti… si sentiva “pesci d’Arno vivi!”, piuttosto che “cenci, pelli e roba vecchia da vendere!” oppure “raveggioli freschi”, “fagiolin come la seta”, “Budelline pe’ gatti” e via dicendo. A questi richiami, dalle finestre venivano fatti penzolare cestini attaccati ad una corda, pronti a risalire la facciata pieni di merce.
Dalla friggitoria il garzone preparava i roventini, impilandoli in un piatto debitamente incaciati, mentre gridava “Maialino veroooo! Incaciati e migliorati Abbollori! Caaardiiii! Come mi brillano! La vera meeerceee!!! Maialino veroooo!!”.
Gli operai che tornavano dal lavoro, a questo richiamo e con un certo appetito da soddisfare, compravano un roventino bollente racchiuso in un semelle, per fermarsi poi dal vinaino per il quartino di rito.
Poi, di corsa a casa, dove le mogli aspettavano con i figli il rientro dei loro sposi e tutti insieme si sedevano attorno al desco familiare, per condividere quel poco e semplice cibo che potevano permettersi e per narrarsi a vicenda la giornata trascorsa. E d’estate, dopo cena, ognuno con la propria seggiola, scendeva in strada a prendere un po’ di fresco e a spettegolare con il vicino dell’uscio accanto.



Complimenti a Gabriella Bazzani per l’interessante articolo.
Conosco bene questa caratteristica via fiorentina perché l’ho percorsa numerose volte con i gruppi turistici, essendo una Guida autorizzata di Firenze. Comunque grazie per aver fatto conoscere cose ulteriori ai lettore
Emmeloricordo eccome !!! Ho abitato per undici anni, fino al giugno 1970, in Via del Corno al 4. Ero piccino piccino ed in via de’ Neri s’aveva il lattaio che faceva anche la panna montata, lo Zangheri dove compravamo il pane, la prima pizzeria al taglio ( Marchigiana ?) la friggitoria che faceva le frittelle di riso bollenti con lo zucchero sopra e, all’angolo con via don Giancarlo Setti ( per andare a San Remigio) addirittura la prima lavanderia a gettoni.
Quanto tempo è passato, quanti ricordi …….