Nei tempi andati, la zona che oggi definiamo “Le Cure” veniva identificata con un vasto territorio disseminato di campi coltivati, sui quali sorgevano anche ville e casali: il tutto faceva parte del Popolo di San Marco Vecchio.

La denominazione “Cure” sembra tragga origine dal termine “curandaia” o “curandola”, cioè colei che per mestiere cura e purga i panni. Con questo termine si indicava anticamente il lavaggio delle pezze finché non perdessero la loro ruvidità e il colore giallognolo per ottenere morbidezza e un colore più bianco.

Questa zona, che era molto ricca di acque, provenienti principalmente dal Mugnone, era caratterizzata proprio da questo tipo di attività. Si lavavano ed imbiancavano le tele grezze, oltre alle lane e alle pelli.

Questo lavoro consisteva nel rendere i tessuti meno ruvidi e giallognoli, specialmente per quanto riguarda il lino grezzo, attraverso il processo di sbiancamento e ammorbidimento, che includeva anche la sterilizzazione dei panni mediante l’uso di acqua bollente e ranno, ottenuto attraverso l’ebollizione dell’acqua con la cenere domestica. Questa soluzione veniva versata in una conca di terracotta, con un foro sul fondo noto come “conca da bucato”. Il ranno veniva scaldato sempre di più sul fuoco e quindi riversato nella conca, in cui erano stati disposti i panni da lavare. Questo ciclo di riempimento e svuotamento richiedeva un’intera mattinata di lavoro.

Una volta ammorbiditi, i panni venivano estratti dalla conca e riposti in cesti fatti di canne o ramoscelli d’olivo, talvolta anche in un semplice lenzuolo usato come contenitore per il trasporto. Successivamente, si procedeva a lavare i panni nei corsi d’acqua, “sventolando” i lenzuoli e sbattendoli ripetutamente nell’acqua, oltre a sciacquare il resto della biancheria. Questa operazione veniva principalmente effettuata lungo le rive dei fiumi.

I panni venivano strofinati con sapone, principalmente prodotto in casa con grassi animali, pezzi di sugna e soprattutto morchie, a cui veniva aggiunta soda caustica e pece greca. Questa miscela veniva bollita in una caldaia e poi fatta raffreddare in un contenitore basso.

Dapprima si trattava di attività artigianale, svolta quasi esclusivamente dalle donne, con l’intento di arrotondare i guadagni dell’attività agricola, ma col passare del tempo si trasformò in attività industriale e nacquero le prime lavanderie con le lavandaie.

Tra tutte, la più conosciuta era la Lavanderia Bellucci, che venne aperta nel 1810 all’Ammattonato, in via Boccaccio. L’acqua veniva prelevata a mano dal Mugnone, messa in dei bollitori dove i panni trattati con il ranno venivano lavati, sciacquati e fatti asciugare.

Si passava poi ad una accurata stiratura e si provvedeva infine a riconsegnare i panni ai clienti direttamente a domicilio, con l’ausilio di un barroccio a mano o di un carretto trainato da un animale.

Inutile specificare che i clienti in questione erano persone ricche, spesso inglesi ed americani che abitavano nelle ville di Fiesole.

Quando vennero introdotte macchine a vapore, la Lavanderia Bellucci ebbe un notevole sviluppo, tanto da diventare una delle più importanti aziende toscane, fino al 1975.

Industrie di altri tempi, che all’inizio della loro avventura commerciale avevano ancora una connotazione quasi “casalinga”, come si può notare nella foto presa dall’alto in cui si vede un esteso appezzamento di terreno su cui i panni erano stesi ad asciugare sui fili, proprio come faremmo in casa, solo molto più in grande.

Gabriella Bazzani Madonna delle Cerimonie
Le curandaie
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3 pensieri su “Le curandaie

  • 25 Ottobre 2025 alle 16:35
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    Nato nel “46 in via Faentina,100 metri da San Marco Vecchio. Mi ricordo di lavandai(Cecchi,Bellucci e Manetti)!

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  • 25 Ottobre 2025 alle 14:15
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    Sono nato in via Masaccio nel 1949, ma i miei genitori amavano camminare per le zone interne delle Cure e risalire il torrente. Così spesso mi raccontavano che un tempo le lavandaie ci andavano per lavare i teli ed i lenzuoli che avevano grande richiesta dalle famiglie ricche

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    • 26 Ottobre 2025 alle 10:22
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      Ho abitato per 40 anni in via Pimentel,ma ricordo vagamente Bellucci,niente sugli altri due
      Se qualcuno lo sa , sarò grato dell’ informazione. Brunello Martelli.

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