Benvenuto Cellini autobiografia

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Quarta parte

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Sesta parte

Cellini è ormai da tempo in carcere, il castellano travolto dalla pazzia ha però un momento di rinsavimento e pentito cerca di lenire la prigionia dell’artista. Anche il Papa vorrebbe diminuire le pressioni sul suo prigioniero, ma non suo figlio, che si augura addirittura la sua morte. Stava infatti tentando di avvelenarlo facendogli somministrare della polvere di diamante.

Peccato che l’avvelenamento fosse stato commissionato ad un povero disgraziato, che preferì tenere per sé il diamante e all’artista dare la povere di un’altra pietra, sicuramente meno preziosa ed evidentemente non così letale. Il diamante polverizzato secondo la tradizione, uccide se ingerito perché le durissime schegge che lo compongono finiscono per forare lo stomaco e l’intestino lesionandoli. Ma questa sembra essere più una leggenda medievale e rinascimentale, perché non trova riscontri dal punto di vista medico e tossicologico moderno.

Giunse a Roma il cardinale di Ferrara, Ippolito II d’Este, appositamente per richiedere la liberazione di Cellini per conto del re francese, che voleva assolutamente averlo al proprio servizio. Sotto la forte pressione politica, il Papa decise seppur a malincuore, di liberare il prigioniero. Il cardinale si affrettò a prelevarlo e metterlo al sicuro prima che il pontefice ci ripensasse o che il figlio, che tanto lo odiava venendolo a sapere intervenisse.

Si trattava di Pierluigi Farnese, il figlio naturale di Paolo III Farnese, che evidentemente provava grande astio per l’orefice.

Il fatto narrato da Cellini nella sua autobiografia non trova però grande riscontro in altre fonti. Queste vedono come responsabile non il figlio del Papa, che tra l’altro sempre dalle stesse fonti non sembrerebbe neanche averne uno legittimo, bensì da messer Durante, il tesoriere del Papa che su istigazione dell’orafo Leone Leoni in competizione continua con Cellini, pensò di eliminarlo e assicurarsi così una maggiore notorietà.

Finalmente dopo tante, troppe sofferenze, nonostante il sostegno della fede che tanto lo aiutò dietro le sbarre, Cellini innocente riuscì ad uscire dal carcere come protetto del cardinale di Ferrara, il quale gli concesse di andare a cavallo insieme a due altri giovani e recarsi a Tagliacozzo, dove voleva ritrovare il suo servitore Ascanio e riportarlo con sé a Roma a suo servizio dopo la nota lite avvenuta poco tempo prima in carcere.

Dalla bottega intanto approfittando della sua assenza, qualcuno aveva fatto sparire dei preziosi che stava lavorando. Ma Cellini, che non si perdeva mai d’animo, si rimise subito all’opera portando avanti tutti i lavori rimasti in sospeso e promessi, come quelli del cardinale di Ferrara. Tra questi un gioiello con Anfitrite, la moglie di Nettuno, insieme a dei tritoni con quattro cavalli marini, arricchito  con dei pesci, il mare e la terra ferma, tutti realistici e divinamente lavorati.

Ma i guai per Benvenuto non erano finiti. Si mette in viaggio per andare verso Viterbo e poi a Firenze per infine raggiungere Ferrara, ma a Siena incontrò uno strano personaggio che gli sottrasse prepotentemente il cuscino da cavallo che usava per viaggiare più comodo. La disquisizione tra i due si fece sempre più accesa, finché il ladro non puntò un’arma verso Cellini che caricò il suo archibugio e gli sparò uccidendolo. I figli dell’ucciso allora si avventarono su di lui e i suoi compagni di viaggio ferendoli.

Non contenti andarono dal duca di Amalfi e chiesero di avere degli uomini e dei cavalli per inseguire Cellini e i suoi, ma il duca sapendo che facevano parte della compagnia del cardinale di Ferrara si oppose alla richiesta.

Giunti a Ferrara i feriti vennero medicati e guarirono in fretta, intanto Cellini ritraeva per ringraziarlo il suo protettore il duca di Ferrara Ippolito d’Este II, fratello del già nominato cardinale ed omonimo. Su questa immagine appose poi un motto che faceva riferimento attraverso una frase velatamente sarcastica, ad una pace acquisita dalla chiesa a suon di moneta. Il tema allegorico era già stato ideato in precedenza per papa Clemente VII (la personificazione della Pace che appicca il fuoco a un cumulo di armi davanti al tempio di Giano).

Il cardinale accompagnò poi Cellini dal re di Francia  disposto a pagarlo quanto aveva già pagato Leonardo da Vinci quando era stato al suo servizio, ben settecento scudi l’anno, più un compenso per i lavori che avrebbe realizzato. Solo per essere venuto in Francia, il re gli fece dono di cinquecento scudi d’oro ed acconsentì a che Cellini tenesse con sé i suoi servitori Pagolo e Ascanio pagati per i loro servigi ben cento scudi. Il re chiese a Cellini di realizzare per lui subito dodici statue d’argento che raffigurassero dodici divinità  pagane della stessa altezza del re. Poi lo mandò a Parigi a casa del cardinale di Ferrara dove cominciò a realizzare dei piccoli modelli tra cui un Giove, di cui il re rimase particolarmente soddisfatto.

Cellini venne poi mandato a vivere e a lavorare nella dimora che era stata del provosto di Parigi. Il provosto era un personaggio altolocato, un governatore a capo dell’amministrazione  municipale che controllava tasse, commercio e strutture per conto del monarca. Il provosto non usava più da tempo questo luogo e il re pensò bene di dare l’immobile al suo nuovo protetto.

Qui Cellini entrerà subito in lite con questa figura e i suoi amici per quella che venne considerata un’usurpazione, ma che era invece semplicemente la volontà del re. Così a seguito di diverse minacce, Cellini acquisterà delle armi per difendersi, autorizzato direttamente dal re a trattare la cosa come ritenesse più appropriato. Ma il provosto, essendo una figura conosciuta oltre che importante, vantava grandi appoggi e conoscenze. Scontento ed offeso pensò di agire nei confronti dell’ospite sgradito.

Questa situazione lascia perplessi non meno del racconto di Cellini. Forse il re non apprezzava il provosto più di tanto? Voleva offenderlo? Provocarlo? Fatto sta’ che non si interessò delle conseguenze della sua decisione. Cellini si preparò allo scontro e avvertì i suoi servitori di come avrebbero dovuto agire in caso di aggressione. Si mise poi alacremente all’opera con i suoi collaboratori per soddisfare le richieste del re facendosi dare trecento libbre d’argento e cominciò subito a realizzare le statue desiderate. Quando ecco che sopraggiunse inaspettatamente il re che entrò nel laboratorio per vedere come procedevano i lavori. Chi lavorava ad una testa chi a delle e gambe, tutto in mezzo ad un gran martellio e rumori di ogni genere. Il re rimase alquanto soddisfatto e chiese a Cellini se avesse bisogno di altro personale, ma Cellini preferiva andare sul sicuro e lavorare solo con i suoi aiutanti più fidati declinando l’offerta.

Il re contento di quello che aveva visto, gli commissionò anche quella famosa saliera che ancora oggi lascia stupito chi l’ammira nel museo di Vienna in cui è esposta. Appena visto il modello in cera della saliera, il re desiderò subito vederla realizzata in oro. Il modello però venne visto anche dal cardinale di Ferrara, che riconobbe subito la somiglianza con un’opera che già aveva commissionato a Cellini tempo prima, ma che non gli aveva mai realizzato. Per invidia e gelosia cercò allora di screditare davanti al re Cellini con le sue malelingue, ma non vi riuscì. Cellini chiese mille scudi d’oro per la saliera e il re autorizzò subito il suo tesoriere ad elargire quella somma, ma questi perse molto tempo con il pretesto di contare il danaro, sembrava quasi che volesse guadagnare tempo. Si fece infatti tardi e ricevuti i soldi Cellini pensò per prudenza di far chiamare i suoi servitori, visto che doveva avventurarsi solo per le vie della città in piena notte. Allora il tesoriere incaricò un suo servitore di andare a chiamare gli aiutanti di Cellini per scortarlo, ma il servo tornando disse che i servitori erano impegnati e non potevano venire. Cellini allora tornò con i mille scudi sotto braccio, ma venne subito assalito da quattro uomini che però riuscì a tenere a bada grazie alla sua perizia nell’uso della spada. Arrivarono in suo aiuto dei passanti, quattro uomini armati che passavano lì per caso e che attirati dal tafferuglio, intervennero facendo fuggire i manigoldi impauriti.

I quattro accorsi in aiuto volevano inseguire e affrontare i ladri e Cellini voleva andare con loro, ma prima per prudenza voleva posare la borsa con i soldi a casa. Poi buio. Il racconto riprende con i suoi servitori che saputo del pericolo che aveva corso rimasero senza parole. Poi, racconta che lo rimproverarono per la sua spavalderia che l’aveva portato ad affrontare quattro persone rischiando di rimanere ferito o ucciso. Cellini non dice altro sull’accaduto, ma sembra chiaro a chi legge che l’imboscata era stata premeditata dal tesoriere che aveva finto di mandare il suo servo a chiamare gli aiutanti di Cellini. Eppure l’autore non fa menzione dei suoi dubbi, né se dopo racconta di aver fatti una ricerca dei responsabili.

Continuavano intanto i lavori nella bottega di Cellini e alcuni tedeschi che avevano cominciato a lavorare per lui (ma non aveva rifiutato aiuti esterni?), volevano eseguire un’operazione di fusione a modo loro, adottando una tecnica differente da quella seguita dal loro maestro. Nacque così una sorta di sfida. Nonostante i consigli di Cellini, i tedeschi portarono testardamente avanti il lavoro a loro modo. L’indomani però si accorsero che la fusione non era riuscita e che avevano inoltre rovinato il lavoro finora fatto. Tra l’altro dovevano anche rimborsare i danni, una grossa somma da restituire al re. Cellini però rivelò tutto il suo buon cuore in questa occasione e si offrì di pagare di tasca propria il danno, ma non mancò di ammonire gli artigiani tedeschi affinché in futuro seguissero i suoi consigli, ovvero quelli di una persona più esperta. Questo gesto non dovuto e spontaneo, non fece che aumentare la stima e l’affetto da parte di chi lavorava per lui.

A Cellini venne poi richiesto dal re di impreziosire la tenuta di Fontainebleau. Realizzò per questa dimora una bella porta in bronzo. Particolarmente bella la donna ritratta tra alcuni animali, tra cui: cervi, maiali, cinghiali, caprioli levrieri; il tutto contornato da un panorama ricco di florida natura. La figura femminile era la Vittoria (in realtà una Ninfa), che abbracciava un cervo, (che simboleggiava il re di Francia), tralascio la descrizione che diverge dalle fonti rispetto a quella riportata. Forse Cellini confonde questa con un’altra opera?  È comunque difficile seguire facilmente i suoi scoordinati racconti.  Cellini menziona poi una fontana, ma molto probabilmente fa riferimento al vaso sorretto dalla Ninfa che infatti simboleggia una fonte. Altre fonti riportano però la presenza nella tenuta di una fontana antica che venne accidentalmente ritrovata da un cane e in seguito riutilizzata forse proprio dal Cellini.

Insomma come al solito c’è un po’ di confusione. Si aggiunge poi a queste opere una scalinata colossale. L’artista racconta tutte le difficoltà incontrate per realizzare quest’opera monumentale in bronzo, raffinata e teatrale che dimostrerà l’eccezionale bravura dell’artista ai francesi.

Già solo la realizzazione dei modelli piacque molto al re, che ansioso fremeva per vederli realizzati. Francesco I disse addirittura che non sapeva se era più fortunato lui ad aver trovato un artista del calibro di Cellini o se era fortunato Cellini ad aver trovato un re che gli avrebbe permesso di realizzare delle opere in cui poteva dimostrare tutta la sua bravura e materializzare tutta la sua genialità e fantasia. Converranno insieme che la fortuna fosse stata reciproca.

Ma a corte c’era Madame Tampes (Corneille de Lyon duchessa d’Etampes), la favorita di corte di Francesco I. Questa metteva i bastoni tra le ruote a Cellini per favorire gli artisti della sua cerchia.  Più di una volta creò problemi all’orafo, tanto che rischiò di perdere la posizione che aveva raggiunto.

Per sua fortuna il figlio del re e della regina di Navarra, nonché sorella di Francesco I, che non ne avevano assolutamente stima della donna, che riuscirono ad arginare le sue macchinazioni. Cellini per ingraziarsela, andò addirittura da lei con un vasetto d’argento che le voleva regalarle, ma lei stizzosa, lo fece aspettare in anticamera talmente tanto tempo, che Cellini stanco e innervosito se ne andò. Poi regalò quella sua opera ad altri, lei, venutolo a sapere, stizzita, maturò ulteriore astio nei confronti dell’uomo.

Riccardo Massaro
Benvenuto Cellini autobiografia: Sesta parte
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