Benvenuto Cellini autobiografia

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

Quinta parte

Intanto altri guai erano in vista per Cellini…

Un suo lavorante che aveva un debito insoluto con lui raccontò, per screditarlo, che questi nascondeva 80.000 ducati in gioielli sottratti alla chiesa durante il Sacco di Roma. Il bargello andò subito ad arrestarlo e Cellini fu condotto a Castel Sant’Angelo. Solo dopo otto giorni venne portato al cospetto del governatore di Roma Benedetto Conversioni, vescovo di Iesi, un procuratore fiscale e il giudice dei malefici Benedetto da Cagli, che lo interrogarono e accusarono del furto.

Cellini inasprito spiegò ai tre che tutto quello che aveva fatto per la chiesa era sempre stato pregno di fede, amore e profondo rispetto. Non aveva rubato nulla e tutto ciò che diceva era comprovato e confermato dai libri contabili del Vaticano. Lui non aveva rubato nulla, anzi, si era adoperato per la difesa del Papa e della Chiesa contro gli imperiali ed era impegnato a salvaguardare le ricchezze del pontefice rischiando più volte la vita combattendo.

Giunse durante l’arresto una lettera dal re di Francia che, saputo del fermo, chiese l’immediata liberazione del prigioniero, perché Cellini era diventato un uomo alle sue dipendenze. Il Papa si spazientì per questa intrusione, non rispose al re e cercò allora di velocizzare il processo di Cellini.

Nel frattempo l’artista, anche se imprigionato a Castel Sant’Angelo, era entrato nelle grazie di un fiorentino, il cavaliere Giorgio degli Ugolini, responsabile delle carceri di Castel Sant’Angelo, che gli permise e lo aiutò a continuare il suo lavoro, lasciandolo per giunta libero di girare nel castello a suo piacimento. Cellini aveva dato la sua parola d’onore al cavaliere che non sarebbe fuggito.

Nonostante le insistenze delle guardie e di un prete a non mantenere fede alla parola data, visto che il comportamento del Papa era alquanto discutibile, Cellini oppose sempre un netto rifiuto all’invito a fuggire e a mancare così alla parola data. Il prete di malaffare, forse spinto da qualche nemico dell’artista, continuava a cercare insistentemente di convincere Cellini a fuggire, ma questi si rifiutava. La sua posizione cambiò solo quando si sentì raggirato. Venne fatto credere al cavaliere degli Ugolini che Cellini stesse cercando già da tempo di fuggire e questi cominciò ad inasprire i termini della prigionia.

Cellini era convinto che la sua situazione si sarebbe sbrigliata presto, ma di fatto nulla accadeva, anzi, il Papa ancora si rifiutava di consegnarlo al re di Francia, che addirittura si era mostrato disposto a condannare e punire di persona il suo protetto se questi fosse stato colpevole.

Capito che difficilmente sarebbe uscito da quella situazione, Cellini conservò le lenzuola sporche durante ogni cambio di biancheria per unirle e farne una lunga corda con cui calarsi dal mastio del forte. Poi aveva divelto i cardini fradici della porta della sua cella, così da poter uscire in qualsiasi momento si fosse presentata la giusta occasione.

Mentre ancora si preparava alla fuga, ebbe un’aspra discussione con il suo servitore Ascanio che veniva spesso a trovarlo in prigione. Si trattò di un’inezia, ma la discussione degenerò e questo offeso lasciò il suo servizio per tornare a Tagliacozzo dai suoi familiari. Il litigio raggiunse un tale livello di asprezza, che i due lasciandosi in malo modo si promisero a vicenda di non vedersi mai più. Molto probabilmente la causa della discussione fu dovuta alla tensione in cui viveva Cellini.

Ascanio uscì già pentito da Castel Sant’Angelo e con le lacrime che gli scendevano sulle guance. Così quando incontrò i nemici del suo padrone che lo videro in quello stato, questi cominciarono subito a provocarlo, ingiuriando ed offendendo lui e il suo padrone. Ascanio si risentì a tal punto che estrasse la spada colpendo in testa e mozzando tre dita a uno di loro.

Il Papa, subito informato, credette che il fatto fosse legato ad una vendetta ordita da Cellini, che invece era completamente ignaro dell’accaduto. Ascanio fuggì subito a Tagliacozzo e appena arrivato mandò subito una lettera a Cellini in cui raccontava quanto gli era accaduto. La lettera continuava con le scuse e il pentimento per il litigio e per essersi licenziato. Cellini gli fece sapere immediatamente che quando avesse voluto tornare al suo servizio, lui lo avrebbe accolto a braccia aperte.

Il cavaliere degli Ugolini intanto si ammalò di uno strano male psichiatrico, la sua salute degenerò a tal punto che cominciò ad avere delle allucinazioni e a farneticare, tanto da arrivare a credersi un animale. I suoi servitori per non avere problemi cercarono di assecondarlo, ma questi peggiorava ogni giorno di più. Se ne accorse a proprie spese anche Cellini, che lo vide sragionare e divenire sempre più preda delle sue manie e ansie. L’uomo si era convinto infatti che Cellini fosse pericoloso e che avrebbe tentato con ogni espediente la fuga, così pensò bene di rinchiuderlo in una cella più sicura.

Allora Cellini, che fino a quel momento era stato rispettoso della parola data al cavaliere e che si era comportato sempre correttamente con lui, gli disse impunemente e provocatoriamente che avrebbe infranto la parola data e che in qualche modo sarebbe riuscito a fuggire. Il castellano intanto scivolava sempre più nel baratro della follia. Sognava ogni notte che Cellini cercava di fuggire e, preoccupato, lo mandò a controllare ogni ora dai suoi uomini, rendendo più difficile all’artista la fuga.

Dopo l’ultimo controllo, divelta la porta della propria cella, Cellini si diresse alla latrina del castello (che generalmente sporge dalle mura per meglio “smaltire” i rifiuti organici), legò la corda fatta con le lenzuola al parapetto e si calò riuscendo a raggiungere il terreno. Ma si accorse che c’erano altre due cinte murarie da superare per raggiungere la libertà e lui era già particolarmente affaticato per l’immane sforzo compiuto.

Trovò allora una trave e con questa poté arrampicarsi per scavalcare il secondo muro. Calandosi era convinto di essere arrivato ormai a terra, ma in realtà mancava ancora qualche metro. Nel buio non si era accorto dell’altezza e lasciò imprudentemente la presa della corda cadendo rovinosamente a terra. Rimasto svenuto per più di un’ora, rinvenendo, si accorse di essersi rotto una gamba, così pensò di stringere con la corda di lenzuoli la gamba e procedere tra forti dolori a carponi.

Scorse improvvisamente delle guardie che gli sembrò non lo avessero visto, infatti proseguirono il loro giro di ronda, ma era rimasto ancora un muro di cinta da superare e in quelle condizioni non era certo facile. Ebbe però fortuna, riuscì ad uscire da una porta non controllata che dava all’esterno e che riuscì facilmente a forzare.

Poi uscito, pensò di dirigersi verso la chiesa di Traspontina (Santa Maria in Traspontina in via della Conciliazione), dove incontrò un acquarolo al quale raccontò che dopo una notte d’amore con la sua amante per non farsi scoprire dal marito e per salvare l’onore della donna, era uscito dalla finestra e scivolando si era rotto la gamba.

Cellini, per ringraziare l’uomo che lo aveva trasportato con il suo carro davanti a San Pietro, gli donò uno scudo d’oro. Da qui raggiunse non senza difficoltà la casa della moglie del duca Ottavio, figlia naturale dell’imperatore che era anche stata moglie del duca Alessandro di Firenze.

Un servitore del cardinal Cornaro riconobbe per strada Cellini e corse subito dal cardinale ad avvertirlo. Il prelato comandò immediatamente di andarlo a recuperare e portarlo subito da lui. Dopo averlo curato, il cardinale lo nascose in una stanza segreta.

Cornaro intercesse a favore di Cellini davanti al Papa chiedendo che questi lo perdonasse. Il Papa, che a suo tempo era stato prima delle elezioni chiuso in carcere a Castel Sant’Angelo e ne era fuggito solo grazie ad un aiuto esterno, si chiedeva come avesse fatto Cellini da solo ad evadere e gli mandò il governatore per scoprirlo. Cellini gli raccontò che aveva fatto tutto da solo, tanto che il Papa rimase fortemente colpito e compiaciuto della sua arditezza. A Roma poi, si era già sparsa la notizia della rocambolesca fuga, tanto che correva voce che Cellini fosse “l’uomo dei miracoli”. Sembrava che il papa si fosse quietato, tanto che nei giorni a seguire mandò suntuosi e gustosi pranzi a Cellini, ma egli, temendo che fosse un escamotage per avvelenarlo, pensò bene di non toccarli. Mangiò invece con gusto esclusivamente quello che gli faceva preparare il cardinal Cornaro.

Nonostante sembrasse che il Papa lo avesse perdonato, una notte arrivarono i soldati del Bargello e lo portarono in prigione a Tor di Nona per espresso ordine del Papa. Era stato tradito da un cardinale al quale era stato promesso un vescovato. La mattina dopo doveva essere giustiziato, ma ancora qualcuno intercesse per lui a tal punto che il Papa inizialmente sembrò ravvedersi, ma poi lo fece recludere in una cella buia e umida. Qui Cellini si troverà particolarmente male e per confortarsi troverà nella Bibbia la forza per resistere ad ogni angheria, sia del Papa che dei carcerieri e all’ambiente insalubre. Dopo ben quattro mesi di prigionia, la gamba di Cellini era guarita, ma non la testa del castellano colpito dalla follia.

Toccato nel vivo dalla precedente fuga e vedendolo resistere alle privazioni con tanto coraggio, lo fece trasferire in una cella ancora più angusta, che era usata generalmente per far morire di fame i prigionieri come il predicatore fra Benedetto da Foiano.  Costui era un frate domenicano molto eloquente che sposò le idee del Savonarola. Avverso ai Medici, venne arrestato e qui recluso da Clemente VII che lo fece morire di stenti nel 1531. Nella stessa cella finirà Cellini nel 1538 subendo lo stesso trattamento, ma l’uomo era di tempra dura…

Riccardo Massaro
Benvenuto Cellini autobiografia: Quinta parte
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