STORIA DI UNA FIRENZE “FIORENTINA”: Pellicceria Calvelli

Il Lungarno Archibusieri a Firenze è quel tratto di strada che costeggia il fiume Arno, iniziando in corrispondenza del piazzale degli Uffizi fino a raggiungere l’ingresso del Ponte Vecchio e la piccola piazza del Pesce, dove sulla sinistra si apre la volta ombrata dell’Arco delle Carrozze.

Da li passava ogni giorno la mia mamma nel 1925 e camminando svelta sul lastrico della strada sotto la fresca volta delle arcate di pietra raggiungeva all’otto rosso una piccola porta che conduceva al laboratorio della antica e rinomata Pellicceria Calvelli. La mia mamma aveva allora solo quindici anni ed ostentava orgogliosa il suo primo libretto di lavoro che la faceva sentire grande e responsabile. Ancora centenaria lo mostrava a me, figlia, e poi ai nipoti. Lo aveva conservato con amore, un attestato del suo contributo alle spese numerose della famiglia.

Si faceva ogni giorno la strada a piedi da piazza del Mercato attraversando tutto il centro e via Por Santa Maria, incontrando durante il cammino altre ragazze che lavoravano con lei e formando insieme un gruppo allegro, ridanciano e positivo, gaio del loro quotidiano semplice, serene della loro gioventù.

Una di loro, e che è rimasta amica della mamma fino al suo ultimo anno di vita, piccola e sottile, si chiamava Teresita. Aveva un padre severo e di inequivocabile tendenza politica che aveva dato i nomi ai fratelli e alla sorella di Libero, Pensiero e Anarchia e vivevano tutti in Via Toscanella , una via appartata e nascosta nel quartiere di via Guicciardini, una edilizia popolare e antica ed autenticamente fiorentina.

La mamma raccontava che appena entrate in laboratorio indossavano subito il loro grembiule nero e si sedevano intorno a un grande tavolo con ogni tipo di pelli e di fodere, di aghi, forbici e spilli. La loro maestra, a cui si rivolgevano chiamandola signorina, assegnava ad ognuna un compito diverso. La mamma era molto abile nel cosiddetto sopraggitto, molto meticolosa e attenta. Lo era anche nei piccoli lavori di cucito con me, che, invece non lo ero affatto, fra l’impegno della scuola e lo studio che mi prendeva gran parte della giornata. Per mitigare un poco la fatica e l’impegno nelle lunghe ore di lavoro, la maestra leggeva a volte pagine di romanzi pubblicati a dispense acquistati periodicamente nelle edicole, quasi tutti romanzi rosa ricchi di passione, di intrighi e di colpi di scena. Fra i titoli che lei ricordava “La capinera del mulino” , “La freccia nel fianco” e, più tardi, tanta Liala….e tanti sogni….

Oppure ascoltavano la radio e le canzoni d’epoca, accompagnando il canto con un coro sottile.

La antica Pellicceria Calvelli era nata nel 1822 e vantava una lunga tradizione di fasce clientelari importanti. Molte attrici del periodo ordinavano alla Ditta le loro pellicce ed essendo realizzate “su misura” dovevano provarle spesso per apportare eventuali correzioni e garantirne la perfezione finale. Ogni volta che una ”diva” dei telefoni bianchi arrivava per la prova il gruppo dei lavoranti e delle lavoranti andava in fermento e fortunate quelle che sarebbero state scelte per “scendere” nel salottino di prova e ammirare dal vero la loro icona!

La mamma, che nel frattempo era cresciuta in età e abilità, veniva spesso invitata alle prove e ad assistere la maestra con spilli, aghi e fili e quando arrivò una cliente veramente “speciale” il cui nome passava da una bocca all’altra in un sussurro devozionale, si sentì veramente toccata dalla fortuna. La cliente speciale era Maria Josè del Belgio, futura sposa del principe Umberto di Savoia, che spesso veniva a Firenze dove aveva studiato per anni nel collegio della Santissima Annunziata al Poggio Imperiale.

Era bellissima.. – ci raccontava – alta e sottile, i capelli morbidi e chiari nascosti dalla ampia tesa di un cappello di paglia di Firenze con dei fiori appuntati su un lato. Per lei fu la principessa di una fiaba ascoltata da bambina o l’eroina di un romanzo rosa o la protagonista muta di un film a prendere vita e ad entrare per pochi minuti nella sua ordinaria realtà…

La mamma rimase nella Pellicceria fino al 1943, poco prima del suo matrimonio. E fu molto doloroso separarsi dalle amiche con le quale aveva diviso gran parte della sua giovinezza e della sua maturità. Racconta che il titolare, il signor Giovanni, di cui ricordava ancora la gentilezza e l’onestà, la grande affabilità e il rispetto per ognuno dei suoi lavoranti, le disse testualmente: Renata, lei si sposa e ci lascia. Ma si ricordi che in qualunque momento lei desideri tornare fra noi, la porta per lei sarà sempre aperta.

Mi ha portato spesso sotto l’arco delle Carrozze e mi ha indicato la piccola porta e la finestra sopra l’arco di pietra da cui si affacciavano nelle brevi pause del pranzo. L’ho immaginata correre con le sue piccole zeppe sul lastricato della strada, l’ho immaginata camminare in gruppo con le amiche a scambiarsi confidenze e a sorridere alla vita, l’ho immaginata passare nella via dei Georgofili ancora lontana dalla sua tragedia. Strade, botteghe, persone, saluti e sorrisi che non esistono più, in un presente di occhi incomunicanti incollati sui cellulari, la borsa stretta fra le mani, la fretta e la corsa inquieta e divorante verso ambizioni insaziabili. Si cammina fra lingue diverse, si accendono dei
negozi insegne nuove sulle pietre antiche delle case torri.

Firenze si veste di abiti nuovi e la Firenze “fiorentina” resta nei cuori di chi l’ha conosciuta, goduta e amata nella sua più spontanea autenticità.

Alessandra Mazzoli
Storia di una Firenze “fiorentina”: Pellicceria Calvelli
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Un pensiero su “Storia di una Firenze “fiorentina”: Pellicceria Calvelli

  • 23 Maggio 2026 alle 19:41
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    Dolci memorie , scritte con stile semplice e nitido. La leggo volentieri. Grazie!

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