La peste a Firenze

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Durante il periodo della peste si osservava un rigido coprifuoco che veniva annunciato la sera con la campana dell’arme e che durava fino al suono di quella che invece annunciava l’Ave Maria dell’alba. La libera circolazione era comunque alquanto limitata anche di giorno e spesso avveniva di notte, nascosti dal favore delle tenebre.

A Firenze vengono arrestati il 31 gennaio del 1630 venti lavoratori tra liutai, linaioli, stagnai, fabbri, bottai, lanternai e ciabattini. Tutti con l’accusa di aver tenuto aperto le botteghe per lavorare trasgredendo i bandi della quarantena.

Tutte le botteghe in antichità combaciavano con le abitazioni, dove spesso erano relegate le mogli, le figlie femmine e i figli maschi troppo piccoli per poter essere utili a lavorare. C’era dunque oltre a quella del ceto, un’altra divisione sociale, quella tra i sessi. Erano i capofamiglia con i figli più grandi che portavano avanti per quanto potevano la loro attività artigianale, mentre le donne rimanevano recluse in casa con la prole e spesso con i malati. Ma aprire l’uscio di casa, quello della bottega o le finestre, era già di per sé considerata un infrazione sanitaria punibile.

Ma a volte la peste diventava anche un escamotage per aggirare la legge, Michelangiolo di Vittorio Incontri, una mattina si reca in Cancelleria per denunciare il cugino che abita con lui perché malato di peste, il medico di turno si accontenta della sua testimonianza e fa ricoverare al Lazzaretto di San Miniato il cugino, senza neanche accertarsi del suo stato di salute. Così l’abitazione viene chiusa. È proprio quello che Michelangelo sperava per rimandare lo sfratto che il suo padrone di casa di Costa San Giorgio gli aveva ingiunto.

Abbiamo già visto la differenza che c’è tra medici, cerusici e speziali e come la legge imponesse il rigido rispetto dei loro doveri. Ma è anche vero che a Firenze purché si pagasse la tassa di “immatricolazione”, anche i ciurmatori, gli ambulanti e i cantinbanchi venivano iscritti nei registri dell’Arte dei medici e degli speziali. Si tratta per lo più di truffatori che spacciano i propri intrugli inefficaci come rimedi per guarire la peste.

Le richieste per appartenere all’ Arte sono numerose a giudicare dai permessi che vengono concessi. Queste patenti per esercitare limitano però l’operato di queste figure in maniera molto chiara. Molti processi riguardano appunto queste infrazioni. Quando queste figure esulano dalle loro competenze ben definite, finiscono davanti ad un magistrato per risponderne.

Parenti, amici, compagni e familiari nascondono il contagio dei loro cari e cercando di ricorrere ai servigi di qualche speziale o medico compiacente illudendosi di poter risolvere la situazione. Spesso nascondono anche i loro morti, soprattutto per tenere aperto il proprio negozio e portare avanti il lavoro per poter sopravvivere.

Chi muore di peste muore di una morte infamante, che lo relega in una fossa comune in un luogo anonimo che rimane spesso segreto.

Così si cerca di avere una “bolletta” firmata di un cerusico, che attesti una morte non riconducibile alla peste che permetta il seppellimento del caro estinto in una chiesa o un cimitero. I morti di peste vengono trasferiti spesso di notte, al suono di una campana che terrorizza chi la sente. I monatti li trasportano presso fosse comuni seppellendoli in buche profonde tre braccia. I corpi nudi vengono coperti prima di calcina e poi di terra. Questi luoghi sono poi circondati da steccati, affinché i cani affamati non possano entrare per divorare i cadaveri.

Il funerale pubblico e la processione annessa sono tassativamente vietati, così i parenti non possono onorare la salma a causa dei divieti di socialità imposti dalla legge. Questi veti si ripercuotono psicologicamente ed emotivamente su chi rimane in vita, un po’ come è accaduto durante la pandemia di COVID, quando non si potevano salutare ed accompagnare i propri cari deceduti.

Ovviamente i nobili sono i più ritrosi  ad accettare questo tipo di soluzione. Queste sepolture sono inaccettabili, sviliscono la loro posizione relegandoli a quella di un semplice e povero plebeo disgraziato.

Anche la gente comune è refrattaria ad accettare questa dura ma necessaria imposizione, affiderà i corpi dei congiunti ai becchini della Sanità, poi saranno i preti, aiutati dai membri della Compagnia della Misericordia ad accompagnare i corpi e onorarli con sbrigative funzioni.

In un momento così critico, dove paura e sofferenza vanno a braccetto, l’impossibilità di commemorare i propri defunti è una privazione grande, che non permette di affrontare e superare il lutto logorando emotivamente gli animi di chi rimane. I corpi gettati alla rinfusa in una fossa comune, perdono la loro dignità, diventano anonimi. Sepolti tra centinaia di altri in grandi fosse dove rischiano di essere disseppelliti e divorati dai cani e lasciati martoriati dai morsi per le strade è impensabile. Senza contare che queste bestie poi, finiscono per propagare la peste, portandola nelle case a cui poi ritornano.

Questi cimiteri sono posti fuori città, oltre le porte di San Gallo, di San Frediano e San Miniato. Chi può allora nasconde la morte del suo caro, la fa certificare falsamente e cerca di onorarlo come meglio può, magari seppellendolo nella tomba di famiglia.

Per via della situazione sempre più complessa ed ingestibile, il 28 settembre del 1630 gli ufficiali della Sanità fiorentina chiedono al Granduca di rafforzare il personale del Bargello, perché quello a disposizione è inadeguato per i compiti da svolgere. Viene nominato Francesco di Filippo come Caporale degli Esecutori della Sanità. Seguono poi altre nomine nel tentativo di arginare il fenomeno delle sempre più numerose trasgressioni sanitarie.

Tra i tanti controlli ci sono anche quelli per impedire o punire i furti. Soprattutto quelli commessi in case contrassegnate con una croce bianca, segno che indica dove ci sono o c’erano degli appestati. A causa della disoccupazione esplode il fenomeno dello sciacallaggio. Disperati senza più un lavoro, prendono di mira queste case per rubare quanto trovano. Solitamente si tratta di biancheria, vestiti e se capita qualcosa di valore. Ma così oltre all’effrazione, la violazione di domicilio e il furto, contravvengono al più grave divieto, quello di entrare in contatto con persone o luoghi infetti.

Alcune di queste case sono già state liberate dai contagiati e fumigate. Secondo l’uso dell’epoca così venivano disinfettati i luoghi chiusi, spargendo fumigazioni a base di erbe profumate e zolfo.

Un ladro che opera in zona Santa Maria Nuova viene arrestato. Per sua fortuna è entrato in una di queste abitazioni già disinfettate, dunque è solo accusato di effrazione e furto. Ma altre case sono state “visitate” nella zona, e se l’uomo è entrato in una di queste ancora non trattate rischia una pena più pesante, ma come incastrarlo?

Nonostante l’epidemia, le strade non sono sempre completamente vuote. Alcuni testimoni hanno notato movimenti sospetti e hanno riconosciuto l’uomo. Per ottenere una confessione piena, il magistrato incalza con un interrogatorio il sospettato, spesso come in questo caso si tratta di una persona ignorante, che fa difficoltà ad esprimersi e che cade facilmente in contraddizione. Per estorcere la confessione viene usato il canapo o giro di corda. Si legano le braccia del sospettato dietro la schiena e si solleva con tutto il corpo mettendo gli arti in forte trazione provocando così dolori lancinanti. Il ladro  ammette subito le sue colpe.

Spesso chi commette i furti è un parente, un amico, o un collega di lavoro del defunto legato a lui affettivamente. Questi entra attraverso il furto in possesso di beni che altrimenti andrebbero perduti o rubati da altri. Il soggetto si sente legittimato a compiere questo atto, secondo il suo stato d’animo  sta semplicemente prendendo possesso della sua eredità. I beni di cui entrano in possesso sono poi di vitale importanza, servono per superare questo duro periodo di crisi. Secondo un’analisi psicologica ed emotiva, questo atto che sfocia poi nell’utilizzo dei beni sottratti, restituirebbe in qualche modo una memoria ai cari scomparsi. È un modo legittimo per riavvicinarsi a loro, commemorarli, viverli e farli rivivere attraverso quelle poche cose rimaste che ancora li legano a chi vive precariamente.

Un altro caso particolare, è quello di un fabbro che ha corrotto  degli ufficiali del lazzaretto per farsi cedere della biancheria e trecento libbre di ferro. Costui commette due reati: quello di corruzione e quello di smerciare ferro, attività esclusiva dei merciai e non dei fabbri. Nessun fabbro per legge poteva vendere i suoi prodotti al di fuori Firenze, perché il metallo era monopolio esclusivo della città e gestito dalle autorità.

Riccardo Massaro
La peste a Firenze Parte 5
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2 pensieri su “La peste a Firenze Parte 5

  • 29 Novembre 2025 alle 18:22
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    Grazie. 😊🇮🇹🙏

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  • 29 Novembre 2025 alle 18:21
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    Molto interessante. Grazie. 😊🙏

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