1 parte: prologo
2 parte: Le abitazioni, i mobili e le differenze tra case povere e ricche
3 parte: Abbigliamento
4 parte: L’alimentazione
5 parte: Il tempo
6 parte: Nascita e matrimonio
7 parte: La morte
8 parte: La famiglia e le donne
9 parte: Serve, illegittimi, donne e concubine
10 parte: Firenze la città
11 parte: Le strade e la vita in esse
12 parte: L’Arno i suoi ponti e la statua di Marte
13 parte: Istituzioni e finanze
14 parte: La giustizia
15 parte: Esercito e polizia
16 parte: Aumento della popolazione
17 parte: Borghesia, popolo, poveri, mendicanti, ladri e viziosi
18 parte: Le feste e i giochi d’azzardo
19 parte: La giornata lavorativa
20 parte: Le arti
21 parte: Commercio, industrie e banche
22 parte: I salari
23: Il clero
24: Le chiese, i conventi, gli ordini.
25: Ordini e confraternite

Commercio, industrie e banche

Fino al 1237 Firenze non possiede una sua moneta e usa il “marco” di Pisa, il florido commercio però impone alla città la nascita di una moneta propria: il fiorino, composto di 950 millesimi di argento pesa 1,76 grammi.

Nel 1321 compare il “picciolo” o “picciolo nero” costituito di rame e una minima parte di argento.

Poi c’è il “danaro”, il “grosso” e il “popolino”, monete che si svilupperanno a seconda dei periodi, con valori diversi.

Nel 1182 nasce il fiorino d’argento, che nel 1252 lascia spazio a quello più famoso d’oro. Simbolo della potenza economica di Firenze, sfida città rivali come Genova e Venezia che dominavano i mercati sia interni che esteri con il loro commercio e con le loro monete.

Il fiorino d’oro ha 24 carati e pesa 3,54 grammi vale come 20 “grossi”, porta l’immagine di San Giovanni Battista davanti e sul rovescio un giglio. Sarà una moneta stabile per tutto il XIII secolo e parte del XIV. Punto di riferimento non soltanto in Italia ma anche in tutto l’Occidente medievale, è stato definito nell’età moderna il dollaro del medioevo.

Chiunque fosse stato scoperto a battere moneta falsa, sarebbe stato condannato al rogo, così come ricorda Dante nell’Inferno, in cui relega i falsari condannati all’idropisia.

Due ufficiali (domini monete o mastri di zecca) scelti dall’arte di Calimala e da quella del Cambio, vigilano il conio apponendovi sopra il loro marchio.

La zecca era sita vicino al Palazzo dei Priori, dodici orafi controllavano la purezza del metallo e la buona riuscita del conio.

Il cronista Giovanni Villani a sua volta responsabile del conio (fiorinaio) nel 1316 inaugurò una raccolta per conservare il primo esemplare di ogni conio, conio che a garanzia sopra recava il nome del coniatore con il suo simbolo.

Piccola menzione: Dante appella il fiorino come “maledetto fiore”, riferendosi al giglio, evidentemente poco incline ad accettare il valore del potere economico, così colpevole del degrado delle genti fiorentine.

L’unità di misura più antica è la linea, libbra o lira, una moneta che fu’ voluta da Carlo Magno alla fine dell’ VIII secolo e che divenne un’unità di misura e di riferimento per le nuove monete. Le grandi transazioni infatti venivano fatte in lire o in soldi, mentre su tutto il territorio continuavano comunque a circolare vari tipi di monete appartenenti alle grandi città italiane.

Per evitare furti, smarrimenti, cambi valute e problemi di trasporto, venne inventata la “lettera di cambio”, nata a Genova ed adottata poi a Firenze all’inizio del XIII secolo. Compilata davanti a dei testimoni e ad un notaio, detta lettera di pagamento diveniva una sorta di assegno o cambiale. Un mezzo di pagamento, di trasferimento somme, che poteva utilizzare le valute più differenti. Un fondo di credito che poteva servire anche per giocare sulle differenze di valori tra valute e fare la possibilità di guadagnarci sopra con il cambio.

Il commercio si sviluppava quasi esclusivamente al centro di Firenze, nel XIII secolo 300 botteghe danno lavoro a 30.000 operai tra cui anche le donne. In città i 20 fondachi esistenti ospitano il commercio, con un centinaio di negozi al dettaglio, tutti costruiti in legno, ma che nel XIV secolo vengono trasformati in pietra, grazie all’opulenza raggiunta. Ognuno di questi porta sull’insegna un simbolo che la contraddistingue, solitamente un animale.

I lavori si eseguono spesso sulla strada e la merce è esposta fuori la bottega, sotto una tenda o una tettoia. In questa economia esistono anche delle compagnie, che si riuniscono un un ristretto numero di associati, circa una ventina, con vincoli di parentela reciproca di cui portano il cognome, ma che accolgono anche estranei.

Uniti da contratti a tempo determinato, si uniscono per portare a termine un’operazione commerciale, speculano e guadagnando somme ingenti, ma falliscono anche clamorosamente a causa di sfortunati rovesci di fortuna.

Riccardo Massaro
Viaggio indietro nel tempo nella Firenze di Dante, parte 21
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